
Biografia
a cura di Isabella Selmin
ultimo aggiornamento 31/03/2026 di Rossella Petrosino
La vita
(a cura di Isabella Selmin, e ultimo aggiornamento Rossella Petrosino)
Enzo Moscato nasce a Napoli e vive la propria infanzia “in un’epoca in cui non c’era ancora stata rottura nel modo di vivere italiano … nei quartieri spagnoli in un palazzo con tante famiglie …” come lui ci testimonia, ed ancora “… l’indigenza: sette figli, una casa piccola, mio padre spesso disoccupato, mia madre che invece lavorava sempre … “.
Molto importante per comprendere l’arte di Moscato è la collocazione di questi primi anni della sua vita, che lo segnano indelebilmente nella caratterizzazione del suo bagaglio culturale napoletano “… tutto quello che mi porto appresso di cultura napoletana l’ho preso in quei dieci anni che sono stato ai Quartieri …”.
L’apparente precarietà della vita dei Quartieri Spagnoli a Napoli viene invece vissuta dall’autore come un periodo di “primo incanto” destinato ad infrangersi con il trasferimento della sua famiglia nel più moderno quartiere di Fuorigrotta. Questo trasferimento non significa solo la separazione dai luoghi dell’infanzia, quanto soprattutto l’inizio degli studi che porteranno Moscato a laurearsi in Filosofia ed in Psicologia.
Queste due assai diverse componenti della vita e della cultura di Moscato contribuiscono in pari misura alla formazione della sua complessa poetica come egli stesso ricorda: “… non ho voluto separare l’atto teatrale da quello che ero stato io precedentemente, la mia formazione, i miei interessi, Lacan, i linguisti. Tant’è che ho finito per farci degli spettacoli, perché era l’unica maniera per esorcizzare agli occhi miei e agli occhi loro, tutta questa pesantezza culturale”.
Dopo i primi anni di insegnamento in un liceo di Napoli (sei anni da precario), durante i quali si dedicava al teatro nelle ore serali “… facevo teatro la sera e di giorno parlavo di Platone …”, inizia la sua carriera teatrale verso la fine degli anni Settanta con i primi lavori Carcioffolà Scannasurice e Trianon, fino al conseguimento del primo importante riconoscimento nel 1985, il Premio Riccione/Ater per Pièce Noire. Inizia così una lunga e prestigiosa carriera di teatro scritto e interpretato: drammi, commedie, monologhi, atti unici lirici, rapsodie, frammenti.
La consacrazione in quegli anni a nuovo importante esponente della drammaturgia napoletana lo vede anche affrontare una crisi esistenziale di cui egli stesso dice: “… depressione, paranoia, stavo male …”, e che affronta con un lungo percorso psicoanalitico di scuola junghiana. In questa fase della sua vita Moscato analizza soprattutto la sua identità di uomo di teatro arrivando ad ipotizzare nuovi possibili futuri sviluppi della propria esistenza “… può darsi che questa per me sia una tappa, ma io non mi immagino di finire la mia vita da drammaturgo, perché io penso che ci siano cose molto più importanti del teatro … apri un giornale e vedi queste stragi, cose che mi toccano e che mi fanno dire che è di questo che bisogna occuparsi …”.
Gli ultimi lavori teatrali sono Kinder-Traum Seminar. Seminario sui bambini in sogno (2002), dedicato alla Memoria Collettiva dell’Olocausto, Hotel de l’Univers (2003), rècit-chantant dedicato alla musica del cinema, e L’Opera Segreta, omaggio all’universo poetico-espressivo di Anna Maria Ortese.
L’eclettico artista partenopeo si è dedicato anche alla musica (autore dei testi ed interprete nei CD Embargos, Cantà, Hotel de l’Univers, Toledo suite e solista ospite a Fore Paese di Maria Pia De Vito) ed al cinema (in cui ha lavorato come attore per i registi: Mario Martone, Pappi Corsicato, Raoul Ruiz, Stefano Incerti, Antonietta De Lillo, Pasquale Marrazzo, Massimo Andrei).
Negli ultimi anni ha svolto laboratori sulla scrittura teatrale all’Università degli Studi di Salerno e all’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” di Napoli. Nel triennio 2007-2009 è stato il direttore artistico del Festival “Benevento Città Spettacolo”.
Riceve il Premio Napoli Cultura nel 2013, seguito dal prestigioso Premio Ubu alla Carriera nel 2018 – massimo riconoscimento del teatro italiano – e dal Premio Concetta Barra nel 2020, a suggello di un legame mai interrotto con le radici più profonde della cultura partenopea.
Nondimeno, coerentemente con la sua doppia anima di intellettuale e drammaturgo, Moscato intensifica l’attività seminariale sulla scrittura teatrale. A partire dal 2012 fino al 2020, la sua collaborazione con il Centro Studi sul Teatro Napoletano, Meridionale ed Europeo trasforma il salotto di via Schilizzi in un vero laboratorio intellettuale. Sotto l’egida di Antonia Lezza, nasce uno spazio di confronto aperto, scaturito dal dialogo tra testo, autore e pubblico. È in questo clima di scambio che il suo magistero diventa un punto di riferimento per l’analisi della drammaturgia contemporanea. La sua attività di docente e ricercatore si espande in numerosi istituti e centri di formazione, sia in Italia che all’estero; un momento di particolare rilievo internazionale avviene nel maggio del 2016, quando Moscato partecipa alla tredicesima edizione del FIT (Festival Internacional de Teatro) nello stato del Minas Gerais, in Brasile. Qui mette in scena due pietre miliari della sua poetica: Toledo Suite e Compleanno. Durante la tournée, l’autore tiene una Lectio Magistralis dal titolo Vocal Desnudamento presso l’Università Federale del Minas Gerais e una conferenza all’Academia Mineira de Letras. In questa occasione presenta Degolarratos, traduzione portoghese del suo capolavoro Scannasurice (curata da Anita Mosca).
La scomparsa di Enzo Moscato, avvenuta a Napoli il 13 gennaio 2024 all’età di 75 anni, non interrompe la dialettica che la sua opera continua a intrattenere con il teatro contemporaneo. La sua scomparsa lascia in eredità un corpus drammaturgico in cui la parola si fa rito e memoria collettiva.
Poco prima della sua scomparsa, il 30 gennaio 2023 alla Sala Assoli il seminario Tradizione, tradimento, tradinvenzione aveva celebrato la sua opera. Nello stesso periodo prende forma il progetto del volume “Le scritture del Grande Infante sull’opera-vita di Enzo Moscato” (C. Affinito, A. Lezza, M. Palumbo (a cura di), Le scritture del Grande Infante. Sull’opera-vita di Enzo Moscato, Napoli, Cronopio, 2025), nato e condiviso con l’autore prima della sua morte. Il libro raccoglie i contributi di Gerardo Guccini, Antonio Latella, Antonia Lezza, Matteo Palumbo e Maurizio Zanardi, e include in appendice alcuni testi inediti di Moscato.
Al centro di questa investigazione vi è l’analisi del suo originalissimo rapporto con la tradizione, che l’autore definiva “tradinvenzione” (tema approfondito nel volume da Antonia Lezza), e il dialogo con il pensiero di filosofi quali Foucault, Derrida e Deleuze. In queste pagine emerge la sua poetica più viva, capace di dar voce a un mondo di esclusi da sempre ai margini della Storia, sottraendo la lingua napoletana agli stereotipi naturalistici. A testimonianza della rilevanza critica dell’opera, si riportano di seguito le recensioni dedicate al volume, consultabili sul sito del Centro Studi sul Teatro Napoletano, Meridionale ed Europeo, al seguente link: Centro Studi sul Teatro Napoletano, Meridionale ed Europeo.
È in questo solco di devozione e studio che si innesta “We Love Enzo”, il palinsesto di eventi e testimonianze che Napoli ha stretto intorno alla sua figura. Nato originariamente nella stagione 2022/2023 dall’osservazione di una straordinaria e spontanea convergenza di messe in scena moscatiane, il format si è evoluto in una vera e propria rete interistituzionale. Il progetto vede la sinergia di diversi teatri della città di Napoli – dalla Sala Assoli al Teatro Nuovo, fino alle Officine San Carlo.”We Love Enzo” non è solo una rassegna di spettacoli, ma si configura come un dispositivo di memoria attiva, attraverso convegni, mostre documentarie e bandi rivolti alla giovane drammaturgia. In questo modo, la sua lingua-musica non resta confinata nel passato, ma continua a operare come una guida sensibile, stimolando nuove scritture e visioni che confermano l’attualità e l’urgenza del suo lascito artistico. A questo percorso si affianca il volume monografico della Rivista di Letteratura Teatrale, dal titolo Intimità dell’ipogeo (G. Alfano (a cura di), Intimità dell’Ipogeo. Per Enzo Moscato, in «Rivista di Letteratura Teatrale», vol. 18, Pisa, Fabrizio Serra Editore, 2025). Presentato nel gennaio 2026 alla Sala Assoli, il numero indaga la poetica “sotterranea” del maestro, raccogliendo contributi essenziali che rappresentano un tassello fondamentale per l’esegesi di una produzione che continua a svelare nuovi orizzonti di senso.
Tradizione, Tradimento, Tradinvenzione
(a cura di Rossella Petrosino)
Il volume Tradizione, Tradimento, Tradinvenzione. Sull’opera di Enzo Moscato (Dante & Descartes, 2024) rappresenta il culmine del costante sodalizio intellettuale tra Antonia Lezza e il drammaturgo napoletano. Come emerge dalle pagine introduttive, questo legame si è consolidato attraverso decenni di collaborazioni: dalle lezioni presso l’Università di Salerno e il Suor Orsola Benincasa – dove Moscato, con orgoglio di ex professore, esortava gli studenti a «leggere e formarsi culturalmente» – fino alla consegna del Premio Ubu alla carriera nel 2019. Il testo sistematizza i contributi del seminario svoltosi in Sala Assoli il 30 gennaio 2023, un incontro concepito per documentare quel “gioco” tra prassi scenica e riflessione teorica che Moscato ha sempre considerato centrale nella sua attività pedagogica e intellettuale. Il volume approfondisce la forte tendenza di Moscato ad aprirsi alle istanze più varie di riflessione sul ruolo del teatro nella società, focalizzandosi sul neologismo «Tradinvenzione», termine neologico coniato dal drammaturgo stesso e analizzato da Antonia Lezza per indicare la sintesi tra il patrimonio della tradizione culturale e la necessità del suo superamento attraverso il «tradimento artistico». Questa categoria estetica non indica una semplice rivisitazione del passato, ma un processo di costante negoziazione tra la Tradizione e il suo necessario Tradimento in nome della creatività.
In questo percorso di ricerca, la musica e il suono emergono come elementi costitutivi e ontologici della scena moscatiana. Pasquale Scialò, collaboratore storico sin dagli anni ’80, definisce la sua opera come una «diffusa concezione sonora nel ritmo, nella scansione, negli incisi ostinati di alcune frasi, finanche nei titoli, si pensi a testi come Partitura o Rondò»[1].
Questa musicalità ontologica si riflette specularmente nella «prossimità» elettiva con la Sicilia di Franco Scaldati, analizzata da Simona Scattina nel suo originale saggio Enzo Moscato e Franco Scaldati: prove di prossimità. Tale vicinanza – osserva la studiosa – non è solo geografica ma profondamente semiotica: entrambi i drammaturghi utilizzano la “lingua di scena” che «si configura come un palinsesto testuale e sonoro composto e de-composto con una incandescenza visionaria che si artiglia nelle viscere di due città, in cui non c’è soluzione di continuità tra i vivi e i morti»[2]. In questo contesto, il linguaggio moscatiano si configura come un mosaico plurilingue – un “peregrinare senza nostos” tra napoletano arcaico, anglicismi e gerghi – che diventa strumento di resistenza culturale contro l’appiattimento del realismo.
In questa «archeologia del senso», l’adattamento dei classici rappresenta il momento in cui la tradizione viene violentemente ma fecondamente interrogata. A questo proposito l’intervento di Laura Sicignano analizza lo sconfinamento moscatiano attraverso la lente dell’adattamento dei classici. Partendo dall’etimologia latina di «margo (bordo, confine)»[3] , Sicignano individua nel concetto di «margine» la cifra distintiva della poetica di Moscato, orientata verso i temi del limite e della devianza. In particolare si occupa dell’analisi della Tradinvenzione Baccanti (Disturbing ’a tragedy). Schizo-Baccanti ovvero: psicopatologia degli spettri euripidei in margine al vivere odierno?, che si configura come un atto di “infedeltà creativa”. Moscato recupera la parola teatrale attraverso una rilettura fatta di contaminazioni “Pop e Trash”. La riscrittura moscatiana diventa un viaggio ermeneutico che non si limita a tradurre, ma destabilizza la fruizione tradizionale per restituire al pubblico contemporaneo l’essenza autenticamente disturbante e anarchica del mito dionisiaco.
Questo rigore vitale nel portare lo spettatore davanti all’essenziale della vita si ricollega, nell’intervento di Giorgio Taffon, al legame teoretico e attoriale che unifica Enzo Moscato ad altri due “teatranti-poeti”: Antonin Artaud e Carmelo Bene. Taffon rintraccia un passaggio di testimone fondato sulla concezione del «corpo senza organi»[4]. Per Moscato, come per Bene, l’attore deve spogliarsi delle tecniche convenzionali e delle psicologie borghesi per farsi «atleta del cuore»[5]. In questa prospettiva la scena non è più rappresentazione, ma presenza assoluta di un corpo attraversato dal «soffio»[6] (souffle). Taffon mette in luce come, in Moscato, l’inconscio funzioni secondo le leggi del linguaggio – tra metafore e metonimie – diventando un elemento materiale che scava nello spettatore per giungere a un’immanenza di lingua, carne e soffio.
Il volume si chiude con la testimonianza di Igina Di Napoli[7], che in We love Enzo compone un “album di ricordi”. La sua rievocazione della scoperta dell’opera moscatiana restituisce il senso di una comunità artistica in cui il teatro era strumento di resistenza e partecipazione. Questa eredità trova oggi una traduzione istituzionale e civile nel progetto «We Love Enzo»: una rete interistituzionale (che coinvolge Sala Assoli, Teatro Nuovo, Officine San Carlo, Teatro Elicantropo e molti altri) nata per trasformare la memoria in dispositivo attivo. Attraverso convegni, mostre e bandi per la nuova drammaturgia, il progetto garantisce che la “lingua-musica” di Moscato continui a operare come guida sensibile sul presente, onorando l’invito con cui l’autore concluse il convegno in suo onore nel 2023: «Ma noi dobbiamo giocare. To play».
Sull’argomento si segnalano la recensione al volume di Annalisa Aruta Stampacchia al e il contributo di Gius Gargiulo, consultabili sul sito del Centro Studi sul Teatro Napoletano, Meridionale ed Europeo al seguente link: Centro Studi sul Teatro Napoletano, Meridionale ed Europeo.
Il rilievo critico dell’opera è inoltre testimoniato da diversi articoli della stampa specialistica, tra cui gli interventi di Giulio Baffi (la Repubblica, 13 gennaio 2025), che sottolinea la natura rivoluzionaria di un universo creativo capace di rendere il volto di Moscato un vero “oggetto di studio”, di Claudio Finelli (Le Monde diplomatique – Il Manifesto, 12 febbraio 2025), che individua nel volume una guida puntuale alla scoperta del «nostro profetico poeta», e di Giuseppe Giorgio (Il Roma, 23 febbraio 2025), che evidenzia l’importanza del quaderno per gli studi sulla drammaturgia contemporanea, ricordando la presenza «discreta ma vibrante» del Maestro al seminario da cui il testo trae origine.
[1] P. Scialò, Parole con le ali, in (a cura di) A. Lezza, Tradizione, Tradimento, Tradinvenzione. Sull’opera di Enzo Moscato, Napoli, Libreria Dante & Descartes, 2024, p. 37.
[2] S. Scattina, Enzo Moscato e Franco Scaldati: prove di prossimità, in (a cura di) A. Lezza, cit. p. 22.
[3] L. Sicignano, Baccanti à la manière de Enzo Moscato: disturbi, anarchia, ironia, in (a cura di) A. Lezza, cit. p. 61.
[4] G.Taffon, Da Antonin Artaud, a Carmelo Bene, a Enzo Moscato, in (a cura di) A. Lezza, cit. p. 69.
[5] Ivi, p. 68.
[6] Ibidem.
[7] I.Di Napoli, We love Enzo, in (a cura di) A.Lezza, cit. pp. 79 – 84.
Enzo Moscato e il cinema
(a cura di Rossella Petrosino)
Se il teatro è per Moscato il luogo della presenza, il cinema diventa lo spazio della “fuga” e dell’apparizione, una dimensione che Francesco de Cristofaro – nel suo saggio inserito all’interno della Rivista di Letteratura Teatrale Italiana – definisce opportunamente come «ierofania clandestina»[1]; intendendo con questa espressione una apparizione sacra che si manifesta in modo laterale, quasi nascosto ma anche l’apparizione di un corpo e di una lingua che portano con sé una sacralità estranea alle logiche del cinema tradizionale.
Questo legame non è un’attività accessoria; Moscato amava profondamente il cinema, un amore ribadito con insistenza durante i seminari tenuti annualmente dal 2012 presso il Centro Studi sul Teatro Napoletano, Meridionale ed Europeo. In quegli incontri, l’autore ha spesso chiarito come la visione cinematografica fosse per lui una fonte primaria, un bacino di suggestioni capace di nutrire costantemente la sua scrittura.
Il percorso cinematografico di Enzo Moscato inizia formalmente nel 1992 con Morte di un matematico napoletano di Mario Martone. In questa pellicola, Moscato non si limita a interpretare un ruolo, ma fissa una delle sue maschere più iconiche, quella del travestito. La sua presenza, in una Napoli notturna e crepuscolare, funge da specchio alla solitudine del protagonista Renato Caccioppoli (quando si ferma a chiacchierare davanti a un vascio con un gruppo di travestiti), offrendo una rappresentazione della marginalità che è allo stesso tempo carnale e filosofica. Moscato ritorna poi come cantante sui titoli di coda, intonando il brano di Roberto Murolo Palomma ‘e notte.
Negli anni Novanta, la sua attività si intensifica attraverso collaborazioni che ne mettono in luce la versatilità. Nel 1993, con Libera di Pappi Corsicato, Moscato indossa per la prima volta i panni del sacerdote, avviando una serie di interpretazioni ecclesiastiche che ricorreranno per tutta la sua carriera, confermando l’interesse dell’attore per figure che mediano tra il piano sacro e quello terreno. Nello stesso anno, con Rasoi, l’operazione si fa più complessa: il testo teatrale di Moscato viene trasposto da Martone in una versione cinematografica di cui l’attore è sia autore che interprete. In questo passaggio dalla scena allo schermo, la parola mantiene la sua centralità, lasciando che la parola teatrale, densa e stratificata, diventi l’unico vero motore dell’azione, trasformando il set in un palcoscenico astratto.
Un passaggio fondamentale di questo decennio è la collaborazione internazionale con Raúl Ruiz in Viaggio clandestino (1994). Qui, il cinema di Moscato si sposta verso una dimensione metafisica; il suo monologo rivolto alla montagna documenta la capacità dell’attore di trasformare l’immagine in visione pura.
Sempre a metà degli anni Novanta, la collaborazione con Antonietta De Lillo ne I racconti di Vittoria (1995) offre una ulteriore declinazione del suo ruolo di attore cinematografico. Nell’episodio Pozzi d’amore, Moscato recita un monologo che ricalca la densità della sua scrittura teatrale, affrontando il tema della morte non come fine biologica, ma come angoscia della separazione e della perdita dell’altro. Sempre nello stesso anno la presenza di Moscato ne Il verificatore (1995) di Stefano Incerti arricchisce ulteriormente la sua galleria di figure liminali. Nel film, che esplora una Napoli plumbea attraverso gli occhi di un impiegato dell’azienda del gas, Moscato interpreta un uomo che urla dal balcone, una sorta di “pazzo del quartiere”. Sebbene si tratti di una apparizione breve, essa rientra perfettamente in quella «ierofania clandestina» già citata prima, il suo personaggio non è un semplice elemento di colore locale, ma una voce fuori campo resa corpo, un segnale di disturbo che rompe la linearità del racconto urbano.
Nel 1997, Moscato partecipa al film collettivo I Vesuviani (nell’episodio La stirpe di Iana), interpretando Maruzzella, un “femminiello” che abita la memoria dei cinema a luci rosse. Il personaggio è una sorta di fantasma metropolitano, una figura che simboleggia una Napoli sotterranea e ormai scomparsa, una specie umana che Moscato conosce bene, si tratta infatti di una delle tipologie umane che maggiormente abitano la sua prima produzione e che rispondono alla necessità primaria di dare spazio a tutto ciò che viene inteso come marginale, diverso o escluso. Questa conoscenza profonda affonda nei ricordi d’infanzia dell’autore ai Quartieri Spagnoli, dove tali figure fungevano da “veicoli connettivi” con la tradizione. Nel dare corpo a questi personaggi, Moscato recupera una genealogia che va da Raffaele Viviani a Giuseppe Patroni Griffi, per raccontare la contemporaneità. Tuttavia, se in Patroni Griffi il travestito era una provocazione intellettuale, in Moscato esso rappresenta l’incarnazione dello sdegno per le ingiustizie subite dal popolo napoletano.
Sempre nel 1997, la prova attoriale di Moscato raggiunge un picco di oscurità e spietatezza in Malemare di Pasquale Marrazzo. Qui Moscato interpreta Agostino, un sagrestano che accudisce un uomo ferito per poi diventarne il carnefice. Sull’ambiguità di questo personaggio si sofferma De Cristofaro, evidenziando come Agostino non agisca secondo una morale comune, ma sembri amministrare un potere arcaico e assoluto. Proprio questa natura offre lo spunto per una riflessione teorica: l’autore applica infatti al sagrestano moscatiano la categoria filosofica di «homo sacer»[2], ripresa dal pensiero di Giorgio Agamben. Scrive De Cristofaro «Moscato è, qui come altrove, una sorta di homo sacer […] detentore cioè di quella sacertà che ogni religione istituzionale tende a razionalizzare, addomesticare, moralizzare, perfino secolarizzare. In questo caso, l’ambivalenza è rincarata dal fatto che il ministro della Chiesa interpretato da Moscato reca i contrassegni di una omosessualità esibita, acre e malata, che conduce alla distruzione – all’estremo»[3].
La collaborazione con Antonietta De Lillo prosegue nel 1998, quando Moscato scrive un testo e partecipa al documentario ‘O sole mio, che narra la storia della celebre canzone napoletana, dalla sua nascita nel 1898 alla consacrazione mondiale. Questo mediometraggio restituisce un racconto che riflette l’identità della città lontana da ogni folklore. In quest’opera, la celebre canzone ‘O sole mio, che viene cantata da Moscato, non viene celebrata come cartolina, ma utilizzata come lente per esplorare una Napoli forte e viscerale.
L’anno successivo partecipa al cortometraggio ‘O Cinema (1999). In questo lavoro – realizzato per il progetto “Cent’anni di cinema napoletano” – Moscato non compare fisicamente ma è la voce narrante che accompagna un ragazzo tra le strade di Napoli. La sua voce funge da filo conduttore tra la realtà dei vicoli e la memoria delle immagini cinematografiche del passato, mescolando immaginazione e frammenti di storia della città.
Questa parabola di clandestinità e di maschere liminali trova una risoluzione etica, quasi una catarsi, nel ruolo di Gaetano Filangieri ne Il resto di niente (2004) di Antonietta De Lillo. In questa trasposizione del romanzo di Enzo Striano, l’attore Moscato dismette le vesti del marginale o del sacerdote ambiguo per vestire i panni del giurista illuminista, un ruolo che segna un distacco netto dalle maschere precedenti.
Tuttavia, le ultime fasi della sua filmografia confermano la circolarità dei suoi temi, come se il cinema tornasse ciclicamente a reclamare i suoi “fantasmi”. Nel 2005, in Mater Natura di Massimo Andrei, Moscato riappare come Europa, un “femminiello”, questa volta una figura abbastanza dolente a causa della propria sterilità.
La ricerca del sacro, già analizzata nelle sue declinazioni più cupe, si sposta poi verso l’astrazione nel 2006 con il Quijote di Mimmo Paladino, dove Moscato è un sacerdote, con una figura enigmatica che chiude la lista dei suoi ruoli ecclesiastici, ovvero le sue mediazioni tra il piano terreno e quello metafisico.
Nel 2014 avviene il ritorno nel cinema di Martone con Il giovane favoloso (2014), film che ripercorre la breve e tormentata esistenza di Giacomo Leopardi, dalla giovinezza prigioniera nella biblioteca paterna di Recanati fino alle ultime, sofferte riflessioni alle pendici del Vesuvio. In questa pellicola, l’apparizione di Moscato avviene nella sequenza ambientata nel “lupanare” della Napoli bassa, un ventre materno e abissale dove Leopardi cerca un vano risarcimento all’amore. Questa sequenza è dichiaratamente ispirata a Partitura, uno dei testi più densi di Moscato che racconta di un viaggio nelle viscere della città e di una sessualità degradata. Qui Moscato dà corpo e voce a quella Napoli sotterranea che fa da sfondo all’ultimo capitolo della vita di Leopardi, agendo come una sorta di “genius loci” dei quartieri, scrive De Cristoforo: «Martone lo “usa”, più ancora che come attore-feticcio, come icona carismatica, rinviante a una poetica coerente e ad una riconoscibile costellazione immaginaria del numinoso»[4].
Nello stesso anno ha partecipato al documentario di Gianfranco Pannone Sul vulcano, un film che esplora la natura ambivalente del Vesuvio, un luogo fertile che ha plasmato la filosofia e il relativismo dei napoletani, ma che è stato paradossalmente dimenticato dopo settant’anni di relativa quiete. Un luogo che costringe il popolo a rifugiarsi nella protezione dei Santi, come nel caso di San Gennaro che ferma la lava al Ponte della Maddalena.
Il dialogo tra la visione di Moscato e quella di Paladino si rinnova nel 2022 con la sua ultima fuga cinematografica nel film La divina cometa, dove l’attore interpreta la figura emblematica di Benino. In quest’opera, la Divina Commedia e il presepe offrono a Paladino il pretesto per un racconto corale che mette in scena la vicenda umana di un attore e una famiglia di senzatetto mentre vagano alla ricerca di una casa promessa. il percorso di Enzo Moscato sul grande schermo testimonia la coerenza di un artista capace di restare “clandestino” anche sotto le luci dei riflettori. Il suo attraversamento cinematografico di non si configura come una attività collaterale al teatro, quanto come una estensione speculare della sua poetica. Dalla dolente maschera del femminiello alla severità del giurista illuminista, fino all’astrazione simbolica, Moscato ha abitato lo schermo come simbolo di una Napoli abissale, laddove ogni sua partecipazione si è tradotta in una presenza capace di sottrarsi alle logiche della rappresentazione tradizionale. Questa parabola di maschere liminali e mediazioni sacre fissa l’immagine di un artista che ha saputo farsi corpo politico e metafisico.
[1] F. De Cristofaro, Ierofanie clandestine. Di alcune fughe cinematografiche di Enzo Moscato, in Intimità dell’ipogeo. Per Enzo Moscato, (a cura di) G. Alfano, «Rivista di Letteratura Teatrale», 18, Pisa-Roma, Fabrizio Serra Editore, 2025, p. 35.
[2] Cfr. G. Agamben, Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Torino, Einaudi, 1996.
[3] F. De Cristofaro, Ierofanie clandestine. Di alcune fughe cinematografiche di Enzo Moscato, in Intimità dell’ipogeo. Per Enzo Moscato, cit., pp. 42 – 43.
[4] Ibidem, 37.
Opere
a cura di Isabella Selmin
aggiornamenti a cura di Nunzia Acanfora
aggiornamento 31/03/2026 di Rossella Petrosino
Cronologia delle opere teatrali
1982
Carcioffolà
1982
Scannasurice
1982
Signurì, signurì
1983
Trianon
1983
Pièce noire
1984
Festa al celeste e nubile santuario
1985
Ragazze sole con qualche esperienza
1986
Occhi gettati
1987
Bordello di mare con città
1988
Partitura
1988
Festa al celeste e nubile santuario (rimessa in scena)
1988
Tiempe sciupate
1989
Scanna-play-surice
1990
Fuga per comiche lingue, tragiche a caso
1991
Rasoi
1993
La psychose paranoiaque parmi les artistes
1994
Mal-d’-Hamlé
1994
Embargos
1994
Ritornanti
1995
Recidiva
1995
Co’stell’azioni
1996
La vita vissuta d’Artaud l’imbecille
1996
Lingua, carne, soffio
1997
Aquarium ardent
1997
Luparella
1997
Teatri del mare
1999
Trianon (rimessa in scena)
1999
Cantà
2000
Arena Olimpia
2000
Sull’ordine e il disordine dell’ex macello pubblico
2001
Lingua, carne, soffio (rimessa in scena)
2002
Co’Stell’Azioni (rimessa in scena)
2002
Ritornanti (rimessa in scena)
2002
Compleanno (rimessa in scena)
2002
Orfani veleni
2002
Luparella (rimessa in scena)
2003
Kinder-Traum Seminar
2003
Hotel de l’Univers
2004
Oro tinto
2004
Partitura per Leo
2004
Trompe l’Oeil
2004
L’opera segreta. Omaggio all’universo di Anna Maria Ortese
2005
Passioni-voci
2006
Niezi (Ragazzi di Cristallo)
2007
Sangue e Bellezza. L’ultimo tempo in voce di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio
2007
Il Sogno di Giruzziello. Gita semiseria, in memoria di un Amico, al paese, misterioso, ‘e Chi t’ha ‘ntiso
2007
Le Doglianze degli Attori a Maschera (Libero omaggio a Carlo Goldoni)
2009
La magnificenza del terrore
2010
Piece noire
2011
Toledo suite
2012
Tà-Kài-Tà (Eduardo per Eduardo)
2013
Napoli ’43
2014
Patria puttana
2014
Istruzioni per minuta servitù (Il Mondo come in-volontà e ir-rappresentazione)
Filmografia
a cura di Rossella Petrosino
1992 – Morte di un matematico napoletano, regia di Mario Martone
1993 – Libera, regia di Pappi Corsicato
1993 – Rasoi, regia di Mario Martone
1994 – Viaggio clandestino, regia di Raúl Ruiz
1995 – I racconti di Vittoria (episodio Pozzi d’amore), regia di Antonietta De Lillo
1995 – Il verificatore, regia di Stefano Incerti
1997 – I Vesuviani (episodio La stirpe di Iana), regia di Pappi Corsicato, Antonietta De Lillo, Antonio Capuano, Stefano Incerti e Mario Martone
1997 – Malemare, regia di Pasquale Marrazzo
1998 – ‘O sole mio (documentario), regia di Antonietta De Lillo
1999 – ‘O Cinema (cortometraggio), regia di Antonietta De Lillo
2004 – Il resto di niente, regia di Antonietta De Lillo
2005 – Mater Natura, regia di Massimo Andrei
2006 – Quijote, regia di Mimmo Paladino
2014 – Il giovane favoloso, regia di Mario Martone
2014 – Sul vulcano (documentario), regia di Gianfranco Pannone
2022 – La divina cometa, regia di Mimmo Paladino
Discografia
Poesie e canzoni
Enzo Moscato ha al suo attivo quattro CD, come chansonnier/rivisitatore dell’universo canoro partenopeo e non:
EMBARGOS (disco e serata insigniti del premio Ubu 1994)
CANTÀ (disco tratto dalla serata teatrale presentata alla Biennale Teatro Venezia 1999)
HOTEL DE L’UNIVERS (disco tratto dall’omonimo spettacolo prodotto dal Teatro Stabile Mercadante di Napoli 2003)
TOLEDO SUITE (disco tratto dall’omonimo spettacolo)
Le traduzioni
Testi stranieri tradotti da Enzo Moscato:
L’Arancia Meccanica, da A. Burgess, 1991
Ubu Re, da A. Jarry, 1994
I Drammi Marini, da E. O’Neill
Tartufo, da Molière
La vita vissuta d’Artaud L’Imbecille, da A. A. Artaud
Chantecler, da E. Rostand, 2001
Testi di Enzo Moscato tradotti in lingue straniere:
Pièce noire, traduzione francese, a cura di Arturo Armone Caruso
Pièce noire, traduzione tedesca, a cura di Sabine Heymann
Jeunes filles seules avec peu d’experience (Ragazze sole con qualche esperienza), a cura di A. A. Caruso
L’Anniversaire (Compleanno), a cura di A. A. Caruso
Partitura (Partitura), a cura di A. A. Caruso
Embargos (Embargos), a cura di A. A. Caruso
Sur l’ordre et le desordre dans les anciens abattoirs publics (Sull’ordine e il disordine dell’ex Macello Pubblico), a cura di A. A. Caruso
Rasoirs (Rasoi), traduzione francese, a cura di J. P. Manganaro
Rasiermesser (Rasoi), traduzione tedesca, a cura di Sabine Heymann
Navalhas (Rasoi), traduzione portoghese, a cura di Giuseppe Mea
Approfondimenti opere e scritti teorici
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Aquarium Ardent
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Arena Olimpia
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Cantà
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Co’ Stell’Azioni
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Compleanno
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D’un cantare sì rovente diaccio
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Dalla Carta alla Scena
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Della Scrittura-Vita
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Enzo Moscato: esempio di nuovo teatro
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Hotel de l’univers
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I materiali umani, ambientali, umorali
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Il “pensiero teatrante”
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Il passo furtivo del Grande Clandestino (per Antonio Neiwiller)
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Il Rapporto con i Maestri
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Il Sogno di Giruzziello
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Kinder-Traum Seminar
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L’Ingenuo-furbo Gulliver di provincia (per Annibale Ruccello)
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L’opera segreta
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La Coincidentia Oppositorum
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La condizione di drammaturgo
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La lingua
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La Lingua e (è) la Voce. La Lingua e (è) la Malattia
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La Lingua teatrale
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Le Doglianze degli Attori a Maschera
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Luparella ovvero Foto di Bordello con Nanà
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Mal-d’-Hamlé
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Niezi (Ragazzi di Cristallo)
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On Revolution
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Orfananze/Fratellanze
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Orfani veleni
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Oro tinto
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Partitura per Leo
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Passioni-voci
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Per Annibale Ruccello
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Ritornanti
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Sangue e Bellezza
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Sui Quartieri Spagnoli…
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Sul come penso a “vendere” il mio testo ai circuiti e alle compagnie…
-
Sull’ordine e il disordine dell’ex macello pubblico
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Sull’uso liturgico della Scena
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Tà-Kài-Tà (Eduardo per Eduardo)
-
Trompe l’Oeil
Bibliografia
a cura di Nunzia Acanfora
ultimo aggiornamento 31/03/2026 di Rossella Petrosino
Bibliografia dell’autore
- MOSCATO Enzo, L’acqua senza sponde della trasgressione pulsionale, in Fantasmi dell’Immaginario, Napoli, E.S.I, 1976.
- Id., Pièce noire, in Dopo Eduardo. Nuova drammaturgia a Napoli, a cura di Luciana Libero, Napoli, Guida editori, 1988.
- Id., Partitura, Napoli, Teatri Uniti, 1988.
- Id., Occhi gettati e altri racconti, Napoli, Tullio Pironti editore, 1989.
- Id., L’angelico bestiario, introduzione di Fabrizia Ramondino, Milano, Ubulibri, 1991.
- Festa al celeste e nubile santuario
- Pièce noire (Canaria)
- Ragazze sole con qualche esperienza
- Bordello di mare con città
- Partitura
- Id., Rasoi, Napoli, Teatri Uniti, 1991.
- Id., Rasoirs, Paris, Dramaturgie, 1992.
- Id., Appunti da: “La psychose paranoiaque parmi” ovvero Ritorno a Carthesiana per un controllo clinico-metodologico e Preparazione al Karma di Madame la Recherche, a cura di Giuliana Cesarini, Napoli, Flavio Pagano Editore, 1993.
- Id., Compleanno, a cura di Ermelinda Dell’Erba e Matteo Bavera, prefazione di Goffredo Fofi, Palermo, Edizioni della battaglia, 1994.
- Id., Embargos, Bergamo, Giovanna Nocetti Editore, 1994.
- Id., Co’stell’azioni, in AA. VV., Teatro, a cura di Gennaro Carillo, Napoli, Cronopio, 1997, pp. 137-150.
- Id., Luparella, Napoli, Cooperativa “Gli Ipocriti”, 1997.
- Id., Quadrilogia di Santarcangelo, una dedica Lamed di Leo De Berardinis, introduzione di Enrico Fiore, Milano, Ubulibri, 1999.
- Mal-d’-Hamlé
- Recidiva
- Lingua, Carne, Soffio
- Aquarium Ardent
- Id., Cantà (solo testo dell’omonimo CD), in “Art’o”, n. 3, 1999.
- Id., Trianon, Napoli, Alfredo Guida editore, 1999.
- Id., Pare Brutto a nun turnà. Co’ stell’ azioni per Eduardo, in “Art’o”, n. 6, luglio 2000.
- Id., Presentazione, in F. RUSSO, ‘A paranza scicca, Napoli, Alfredo Guida editore, 2000.
- Id., Sui Quartieri Spagnoli, in Galleria Toledo, Napoli, Galleria Toledo, n. 1, febbraio-marzo 2001.
- Id., Per esili ed epopee: Viviani-Joyce: un parallelo, in Viviani, a cura di Marcello Andria, Catalogo della Mostra, Napoli, Tullio Pironti Editore, 2001, pp. 151-152.
- Id., Arena Olimpia, Napoli, L’Alfabeto Urbano, 2001.
- Id., Sull’ordine e il disordine dell’ex macello pubblico. L’estremo, con la presentazione Settenoveciento di Francesco M. De Sanctis e … ‘a rivoluzione è scuppiata! di Antonio Bassolino, Napoli, Istituto Suor Orsola Benincasa, 2001.
- Id., Occhi gettati e altri racconti, Milano, Ubulibri, 2003.
- Id., Car – Melos, in A CB A Carmelo Bene, a cura di Gioia Costa, Roma, Editoria & Spettacolo, 2003.
- Id., Scrittura e vissuto personale, in Comicità negli anni Settanta. Percorsi eccentrici di una metamorfosi fra teatro e media, a cura di Eva Marinai, Sara Poeta, Igor Vazzaz, Pisa, Edizioni ETS, 2005, pp. 91-96.
- Id., Lo strano e misterioso caso dell’artista Leo de B., in AA. VV., Veri movimenti. Venticinque anni tra i linguaggi e i protagonisti della scena contemporanea, Catalogo a cura di Sergio Marra, Napoli, Nuovo Teatro Nuovo, 2006, pp. 103-109.
- Id., Sangue e Bellezza. Parole per il Caravaggio, in vita e in “mostra” a Napoli, Compagnia Enzo Moscato, 2007.
- Id., Orfani veleni, introduzione di Enzo Moscato, Milano, Ubulibri, 2007.
- Scannasurice
- Signurì, signurì…
- Co’Stell’Azioni
- Orfani veleni
- Id., Gli anni piccoli, prefazione di Enrico Fiore, postfazione di Pasquale Scialò, Napoli, Guida, 2011.
- Id., Carnaccia. Avan-scrittura per 7 numeri e 21 vocali e consonanti, postfazione di Gabriele Frasca, Napoli, Edizioni d’if, 2013 (con Cd-audio).
- Id., Tempo che fu di Scioscia, Napoli, Tullio Pironti editore, 2014.
Testi di Moscato sul Teatro
- MOSCATO Enzo, Tragediare obliquamente, in “Teatro in Europa”, n. 4, 1988.
- Id., La Signora Ricerca e sua Sorella Sperimentazione, in “Patalogo”, n. 16, Milano, Ubulibri,1993.
- Id., Embargos. Note per un assoggettiva, sbrindellata, metafisica del canto, in “Patalogo”, n. 17, Milano, Ubulibri, 1994, pp. 179-181.
- Id., Il senso della critica, in “Patalogo”, n. 18, Milano, Ubulibri,1995.
- Id., Babelicantes, in AA. VV., Teatro, a cura di Gennaro Carillo, Napoli, Cronopio, 1997, pp. 119-125.
- Id., Teatri della Devianza, in La Compagnia della Fortezza, Edizioni Rubbettino, 1998.
- Id., La ‘Soluzione’ Cinema, in “Culture Teatrali”, n. 1, 1999.
- Id., Un sì luttuoso show (o slow?), in “Prove di drammaturgia”, anno V, n. 2, 1999.
- Id., Di queste voci e del margine, in “Psicodrammafurtodelpensiero”, Ed. Lettere Italiane, 2000.
- Id., L’espressione della crudeltà, in “Interazioni”, anno II, n. 1, marzo 2000.
- Id., “Q”, come quando il teatro c’è…, in “Prove di drammaturgia”, anno VI, n. 1, 2000.
- Id., I corpi/suoni della lingua, in Il teatro delle lingue, le lingue del teatro. Atti del Convegno Udine, 12-15 ottobre 2000, a cura di Mario Brandolin e Angela Felice, Udine, Ente Regionale Teatrale del Friuli Venezia Giulia, 2002, pp. 149-156.
- Id., Demonoturgia o drammaturgia, in Sguardi dentro e fuori dall’arte, a cura di Gioia Costa, Roma, Editoria & Spettacolo, 2002, pp. 15-18.
- Id., Del geroglifico cantante. Contributo per una corporalità dell’orale e una soffialità/cantalità della scrittura, in Forum Agorà. Il teatro per la parola, la parola per il teatro. Pubblico e operatori della scena a confronto (Benevento Città Spettacolo, 4 settembre 2007), a cura di Antonia Lezza e Enzo Moscato, Napoli, Quaderni/4 “Centro Studi sul Teatro Napoletano, Meridionale ed Europeo”, 2008, pp. 11-15.
- Id., Sul Fondamentalismo Drammaturgico, in “Atti & Sipari”, n. 7, ottobre 2010, pp. 2-6.
- Id., Vocal Denudamento or my Singing Streep-Tease, in Antologia teatrale, a cura di Antonia Lezza, Annunziata Acanfora, Carmela Lucia, Napoli, Liguori editore, 2015, pp. 153-155.
- Id., Le mie parole, in ivi, pp. 251-257. – Id., Nostos. La Nostalgia del Ritorno nel Teatro/Scrittura, in ivi, pp. 259-263.
Bibliografia critica
- AA. VV., Napoli, una città nel cinema, Napoli, Biblioteca Universitaria di Napoli, 1995, p. 74.
- AA. VV., Loro di Napoli. Conversazione con Enzo Moscato, Napoli, Edizioni della Battaglia, 1997.
- AA. VV., Conversazione con Enzo Moscato e Mario Martone, in “Panta”, n. 15, Ed. Bompiani, 1997.
- AFFINITO C. – LEZZA A. – PALUMBO M. (a cura di), Le scritture del Grande Infante. Sull’opera-vita di Enzo Moscato, Napoli, Cronopio, 2025.
- ALFANO G. (a cura di), Intimità dell’Ipogeo. Per Enzo Moscato, in «Rivista di Letteratura Teatrale», vol. 18, Pisa, 2025.
- ANGELINI F., Enzo Moscato e la tradizione del remoto, in “Misure Critiche”, anno XXVI-XXVII, n. 100-101-102, 1996-1997, pp. 165-171.
- Id., Il Teatro delle Lingue, le Lingue del Teatro, in Testamenti & Testi, dal Friuli a Napoli, Udine, 1999.
- Id., Enzo Moscato: parole e musica, in Rasoi. Teatri napoletani del ‘900, Roma, Bulzoni, 2003, pp. 137-158.
- ARIANI M. – TAFFON G., Scritture per la scena. La letteratura drammatica nel Novecento italiano, Roma, Carocci, 2001, pp. 285-287.
- BARSOTTI A., Eduardo, punto e a capo? A proposito della nuova drammaturgia napoletana, in “Il Castello di Elsinore”, VIII, 1995, 24, pp.43-59.
- Id., Incontro con Enzo Moscato e i suoi “Doppi”, in “Ariel”, anno XX, n. 1, gennaio-aprile 2005, pp. 169-189.
- Id., Anna Barsotti introduce Enzo Moscato, in Comicità negli anni Settanta. Percorsi eccentrici di una metamorfosi fra teatro e media, a cura di Eva Marinai, Sara Poeta, Igor Vazzaz, Pisa, Edizioni ETS, 2005, pp. 87-89.
- Id., Sistole e diastole nel teatro di Enzo Moscato: conversazione con l’attore-autore, in Studi di Storia dello spettacolo. Omaggio a Siro Ferrone, a cura di Stefano Mazzoni, Firenze, Le Lettere, 2011, pp. 655-666.
- BERTACCA M., Il manifesto “noire” di Enzo Moscato, in “Atti & Sipari”, n. 7, ottobre 2010, pp. 33-36.
- CARILLO G., Pettenesse, pernacchi e similvita, in AA. VV., Le lingue di Napoli, Introduzione di Maurizio Zanardi, Napoli, Cronopio, pp. 39-52.
- CARILLO G. (a cura di), Il testo raccolto. Sul pensiero teatrante di Enzo Moscato, in Un secolo di teatro napoletano (1900-2000), a cura di Davide Barba e Delia Morea, “Nord e Sud”, Anno XLVII, n. 5, settembre-ottobre 2000, pp. 123-138.
- CUOMO F., Dei volti che ha Medusa: la drammaturgia del rischio. Ermeneutica e testo nel teatro di Autiero, Moscato, Ruccello, Castellammare di Stabia (NA), Nicola Longobardi Editore, 2008.
- D’AMBROSIO M., Filosofia, teatro delle voci, poesia, in Galleria Toledo, Napoli, Galleria Toledo, n. 1, febbraio-marzo 2001.
- Id., Il Segno della Voce, in Programma, Napoli, Galleria Toledo, marzo 2001.
- DE BERARDINIS L., Lamed, in E. MOSCATO, Quadrilogia di Santarcangelo, Milano, Ubulibri, 1999.
- DE MATTEIS S., I topi di Napoli, in Patalogo, n. 11, Milano, Ubulibri, 1988.
- FIORE E., Mar del teatro. Uno sguardo mediterraneo su vent’anni di spettacoli. Interventi di: Mario Martone, Enzo Moscato, Maurizio Scaparro, Napoli, Tullio Pironti Editore, 1999.
- Id., Lo scialo della bellezza, in E. MOSCATO, Quadrilogia di Santarcangelo, Milano, Ubulibri, 1999.
- Id., Il rito, l’esilio e la peste. Percorsi nel nuovo teatro napoletano: Manlio Santanelli, Annibale Ruccello, Enzo Moscato, Milano, Ubulibri, 2002.
- GARGIULO G., Enzo Moscato, in 31 Napoletani di fine secolo, Napoli, Electa, 1995.
- GIOVANARDI C., Plurilinguismo e antirealismo nel teatro napoletano dopo Eduardo, in Studi di Italianistica per Maria Teresa Acquaro Graziosi, a cura di Maria Savini, Roma, Aracne, 2002, pp. 405-438.
- GLIOZZI M., Nota biografico-artistica, in Comicità negli anni Settanta. Percorsi eccentrici di una metamorfosi fra teatro e media, a cura di Eva Marinai, Sara Poeta, Igor Vazzaz, Pisa, Edizioni ETS, 2005, pp. 97-105.
- GRECO F. C. (a cura di), Il segno della voce. Attori e teatro a Napoli negli anni Ottanta, Napoli, Electa Napoli, 1989.
- LEZZA A., Rappresentazione e rappresentabilità di un evento: il ’99 nella letteratura teatrale contemporanea, in Novantanove in idea. Linguaggi miti memorie, a cura di Augusto Placanica e Maria Rosaria Pelizzari (Atti del Convegno di studi Salerno-Amalfi 15-18 dicembre 1999), Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2002, pp. 437-454.
- Id., La letteratura teatrale italiana. Storia e ipotesi di lavoro, in Antologia teatrale, a cura di Antonia Lezza, Annunziata Acanfora, Carmela Lucia, Napoli, Liguori editore, 2015, pp. 3-26.
- Id., Dal romanzo al teatro. Una singolare riscrittura: “La pelle” di Malaparte e “Signurì, signurì…” di Moscato, in La scatola a sorpresa. Studi e poesie per Maria Antonietta Grignani, a cura di Giada Mattarucco, Margherita Quaglino, Carla Riccardi e Silvana Tamiozzo Goldmann, Firenze, Franco Cesati Editore, 2016, pp. 191-201.
- LIBERO L. (a cura di), Dopo Eduardo. Nuova drammaturgia a Napoli, Napoli, Guida editori, 1988.
- LIGUORO M., Eletti e Perseguitati, in Voci dall’Inferno, Napoli, Pagano, 1993.
- MASTRODOMENICO L., Gli anni ’70 e Napoli, Magistra Edizioni, 1993.
- PIEDIMONTE A., Enzo Moscato, passim, in Napoli Segreta, Napoli, IntraMoenia, .
- PIZZO A., Tradizione, tradimento, traduzione. Percorsi della nuova drammaturgia napoletana, in “Il castello di Elsinore”, a. XIV, n. 41, 2001.
- PUPPA P., Teatro e spettacolo nel secondo Novecento, Roma-Bari, Laterza, 1993, pp. 141, 150.
- QUADRI F. (a cura di), Il patalogo ventidue. Un anno e un secolo di teatro, Annuario 1999 dello spettacolo, Milano, Ubulibri, 1999, pp. 76, 116, 130, 133, 142.
- SCIALÒ P., Il frenetico caleidoscopio del corpo vocale di Enzo Moscato, in “Art’o”, n. 3, ottobre 1999.
- Id., Storie di musiche, a cura di Carla Conti, Introduzione di Ugo Gregoretti, Napoli, Guida, 2010, p. 101, 188-189, 256.
- STANCATI M. L., Enzo Moscato. Il Teatro del Profondo, Cosenza, Luigi Pellegrini Editore, 2008.
- TAVIANI F., Uomini di scena, uomini di libro, Bologna, Il Mulino, 1995, pp. 156, 199, 200.
Dizionari
Dizionario dello spettacolo del Novecento, a cura di F. Cappa e P. Gelli, Milano, Baldini&Castoldi, 1998, sub voce.
Dizionario del teatro. Autori, opere e parole, a cura di G. Bevilacqua e M. Udina, Roma, Newton & Compton editori, 2004, sub voce.
Articoli scelti
Vari
DAVICO BONINO G., Un angelo al veleno, femminiello a Napoli, “La Stampa”, 14 gennaio 1988.
PAGANINI P., Le Tre Sorelle di Moscato quasi un Hitchcock alla napoletana, “La notte”, 15 marzo 1989.
d’AMICO MASOLINO, Napoli, l’ultimo lavoro di Moscato allude a un saggio di Lacan. Impara lo scioglilingua Pierrot, “La Stampa”, 25 marzo 1993.
CATELLI D., “Rasoi” di Moscato, “Cineforum”, anno XXXIV, 335, giugno 1994.
CAPPA F., Questo Amleto di Enzo Moscato ha le idee confuse, “La notte”, 30 novembre 1994.
TRICOMI A., Quella voce umana tutta da guardare “Occhi gettati”, “Paese Sera”, aprile 1996.
ZIPPO G., Toni accesi e visionari, “Cronache di Napoli”, 3 marzo 2001.
DE STEFANO S., Moscato e l’epidemia del teatro, “Corriere del Mezzogiorno”, 3 marzo 2001.
URBANO F., L’attualizzazione di Artaud, “Roma”, 7 marzo 2001.
BAFFI G., Contaminazione Artaud, “la Repubblica”, 11 marzo 2001.
CASTALDO A., Moscato, Ortese e Apollinaire a ritmo pop, “Corriere del Mezzogiorno”, 8 gennaio 2003.
FIORE E., Moscato e l’Olocausto dei bambini, “Il Mattino”, 23 marzo 2003.
PICCINO C., Il cinema della mia infanzia, “Il Manifesto”, 7 ottobre 2003.
RIBAUD R., La musica del cinema nelle scene di Moscato, “Avanti!”, 18 ottobre 2003.
MARAUCCI S., Fantasmi di famiglia, in “Hystrio”, XVI, n. 1, gennaio-marzo 2003, p. 88.
DE STEFANO S., Caserta, a Moscato il premio Franco Carmelo Greco, “Corriere del Mezzogiorno”, 25 febbraio 2004.
BANDETTINI A., Enzo Moscato dà voce e canto ai bambini di Napoli finiti nel lager, “la Repubblica – Milano”, 18 gennaio 2005.
GROSSI L., L’Olocausto visto dai bambini, “Corriere della Sera”, 18 gennaio 2005.
BAFFI G., L’omaggio di Moscato a Di Giacomo, “la Repubblica”, 24 marzo 2006.
Id., Moscato è Caravaggio alla Reggia di Caserta, “la Repubblica”, 11 luglio 2006.
DE STEFANO S., Moscato, “Sogno” per Giruzziello, “Corriere del Mezzogiorno”, 26 aprile 2007.
URBANO F., La visione luttuosa di Moscato. Al Teatro Nuovo l’attore è protagonista de “Il Sogno di Giruzziello”, “Roma”, 28 aprile 2007.
FIORE E., Con Moscato un “Sogno” oltre la morte, “Il Mattino”, 29 aprile 2007.
BAFFI G., Strepitoso Enzo Moscato sempre fuori dagli schemi, “la Repubblica”, 29 aprile 2007.
QUADRI F., Quel gallo sexy e chic sembra un vip di oggi, “la Repubblica”, 21 maggio 2007.
DE STEFANO S., Moscato: basta intellettualismi, teatro da ridere, “Corriere del Mezzogiorno”, 28 luglio 2007.
MARCHETTO G., Molière secondo Goldoni, lo scanzonato “tradimento” di Enzo Moscato, “Il Gazzettino”, 30 luglio 2007.
DE STEFANO S., Venezia, alla Biennale chiude Moscato con “Le doglianze”, “Corriere del Mezzogiorno”, 1 agosto 2007.
LAMARQUE L., Città Spettacolo – Protagonista il teatro, si ritorna alle origini. Il via con “Le doglianze degli attori a maschera” e “La storia di Ronaldo il pagliaccio di Mc Donald’s”, “Il Mattino” – Benevento, 30 agosto 2007.
RICCA M., Cultura e Spettacoli: Si alza il sipario con l’omaggio a Goldoni di Moscato, “Il Sannio”, 31 agosto 2007.
DEL MONACO M., “Ho vissuto la città da beneventano”. Entusiasta del chiostro di Santa Sofia e della villa. I colloqui con i cittadini, “Il Mattino” – Benevento, 10 settembre 2007.
DALISI L., Nel cimitero di Moscato, in “Hystrio”, XX, n. 3, luglio-settembre 2007, pp. 95-96.
MONTEMAGNO G., Una Babele di lingue nel pollaio di Rostand, in “Hystrio”, XX, n. 3, luglio-settembre 2007, p. 100.
MANZELLA G., Antigone e Eduardo, due mondi in dissonanza, “Il Manifesto”, 29 settembre 2012.
FIORE E., Autopsia di Eduardo per mano di Moscato, “Il Mattino”, 29 settembre 2012.
VACALEBRE F., Il cantattore Moscato e i richiami di Toledo, “Il Mattino”, 20 novembre 2012.
Rassegna stampa Compleanno
QUADRI F., Moscato: festa triste a Napoli-Babilonia, “la Repubblica”, 13 giugno 1993.
Quell’amara lucidità del “Compleanno”, “Gazzetta di Parma”, 1° marzo 1994.
INCERTI R., “Nel mio teatro l’anima di Napoli”, “la Repubblica”, 13 aprile 1994.
NANNI A., “Così racconto la mia Napoli, città disperata e autoironica”, “l’Unità”, 14 aprile 1994.
FIORE E., Un rito d’amore sull’altare dell’assenza, “Il Mattino”, 19 maggio 1994.
GARGIA G., Moscato e la torre di Babele, “Il Giornale di Napoli”, 29 maggio 1994.
PANI E., Moscato, il vero erede di Eduardo, “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 18 gennaio 1996.
DI LIBERTI G., Quel ricordo che sa di poesia, “il Mediteranneo”, 28 marzo 1996.
DI FAZI S., Un lungo e doloroso monologo dedicato ad Annibale Ruccello, “Gazzetta del Sud”, 6 dicembre 1996.
GIACOBBE G., Moscato la “messa” un scena, “Centonove”, 6 dicembre 1996.
GUERRIERI O., “Compleanno” con voci e fantasmi, “La Stampa”, 18 marzo 1997.
PAU E., Voce e mani contro la morte, “La Nuova”, 5 agosto 1997.
BRANDOLIN M., Moscato, anima e cuore di Napoli, “Messaggero Veneto”, 15 ottobre 2000.
DE STEFANO S., Un “Compleanno” per l’amico assente, “Corriere del Mezzogiorno”, 17 marzo 2002.
DI GIAMMARCO R., Il “Compleanno” di Moscato fra gli spettri napoletani, “Trovaroma”, s.d.
NAPOLI S., Compleanno fantasmatico, “Mongolfiera Bologna”, s.d.
Un angelo al veleno, femminiello a Napoli
Torino. La signora, una ex prostituta dell’angioporto napoletano è giunta a controllare con i suoi trafici una serie di locali notturni specializzati in giovani travestiti.
Tre di questi femminielli li ha addirittura adottati (scambiandoli, si mormora, col solo figlio avuto e ripudiato), li ha allevati e addestrati.
Due hanno tralignato, il terzo, Desiderio, rinchiuso per vent’anni in casa, s’appresta all’improvviso al debutto: è un angelo, il prediletto prossimo alla perfezione, fisica e morale. Ma il successo, clamoroso e repentino, stravolge la natura del giovane, che ora s’atteggia a immagine e somiglianza della Signora, le si vuole sostituire, minaccia di scacciarla. Finirà da lei ucciso per veleno, mentre un altro bambinello, ignaro neofita, entra tra quelle tetre mura.
Vi ho riassunto, come posso, Pièce Noire di Enzo Moscato, il dramma che ha vinto il Premio Riccione 1985 e che la Cooperativa Nuova Scena di Bologna presenta dall’altra sera all’Adua, regia di Cherif, protagonista Marisa Fabbri.
Meritatamente premiata, Pièce Noire ha solo un difetto d’esser debordante e qua e là francamente ripetitiva (tre ore di spettacolo): ma rivela nel suo autore un promettente talento, dotato d’una scrittura già decisamente personale, in bilico tra cupo realismo e visionarietà sinistra, pur con gli evidenti debiti verso certi Maestri (penso soprattutto a Genet).
Per due ore su tre, cioè per il primo lungo atto, sino all’esordio (fuori scena) di Desiderio, la regia di Cherif, che vedo per la seconda volta all’opera (non conosco una sua Medea né una Didone da Marlowe), mi è parsa singolarmente limpida, nella palese internazionalità di vietare agli attori, e dunque alla vicenda, qualunque concessione al gusto naturalistico, ma di restaurare, di continuo, nei tempi e nei registri dell’azione, un clima da incubo astratto.
Poi nel secondo atto è proprio il copione a sgretolarsi, ci sono apparizioni inutili (la monaca fattucchiera), il confronto tra Desiderio e la Signora tarda a proporsi: ed anche la regia si sfalda, pare non riesca più a infondere ritmo e tono agli interpreti.
Nella suggestiva, angosciosa scena di Tobia Ercolino, una vasta sala di palazzo tutta palissandro e alte specchiere, con un drappo rosso porpora là in alto, tra gli accordi inquietanti delle musiche scelte dell’eterno Paolo Terni, Marisa Fabbri è una Signora d’indubbia autorevolezza: lotta imperiosamente con la volgarità (che non è proprio sua) del personaggio, lotta (lei toscana purosangue) col napoletano del testo (che le è altrettanto remoto), ma è troppo intelligente per non avere la meglio.
Desiderio è il languido e semisterico Erio Masina. I due figli degeneri sono il Toccacelli e il Da Pozzo, assai fervidi. Ottimo davvero il consulente Giggino di Umberto Raho. Assai colorita la serva Sisina di Marina Pitta.
A teatro non colmo (ma le prime in città erano tre martedì sera) pubblico attento e cordiale d’appausi, anche se francamente provato.
Guido DAVICO BONINO, “La Stampa”, 14 gennaio 1988.
Le “tre sorelle” di Moscato quasi un Hitchcock alla napoletana
La drammaturgia napoletana è, da qualche anno, la più singolare fucina di ingegni teatrali. Sono quasi tutti nel segno dell’era post-eduardiana e, in un certo senso, ne rappresentano, se non la continuità, gli sviluppi. Il compianto Annibale Ruccello (Cinque rose di Jennifer), Manlio Santanelli (Uscita d’emergenza) ed Enzo Moscato (Occhi gettati) sono le punte di diamante di questa “nuova drammaturgia”, che si stacca dal filone pulcinellesco, per imboccare la strada della commedia realistica, ora tragica ora farsesca, il più delle volte dotta e ricercata nel linguaggio con certosine ricerche di arcaiche espressioni idiomatiche.
Nei nuovi autori il recupero della dignità dialettale è totale, senza concessioni, senza sudditanze, senza sruffiananti genuflessioni all’italico matriarcato linguistico. In altre parole si guardano bene e non si sognano nemmeno di italianizzare quelle fonematiche esplosioni vesuviane, ricche di musicalità, ma assolutamente incomprensibili per chi ha poca confidenza col napoletano. Nella dignità del loro legittimo orgoglio linguistico, si pongono con spavalda arroganza, come dire: o prendere o lasciare.
Così lo spettacolo di Enzo Moscato, visto ieri sera al Salone Pier Lombardo, Festa al celeste e nubile santuario, non si pone troppi problemi di comprensibilità linguistica, confidando (non a torto) sulla complicità gestuale ed espressiva di Isa Danieli, Angela Pagano e Fulvia Carotenuto.
Interpretano tre sorelle, impastate di sesso inappagato e di feticistico misticismo. Vivono in un angusto basso napoletano, in un’amalgamata congerie di oggetti domestici e di chiacchiericci donneschi, tra taglienti pettegolezzi e spicciole professioni di fede, dal culto della Madonna all’esaltazione della verginità.
Ma ecco che si mettono in moto ingranaggi imprevedibili. La muta Maria, dopo un mestruo celeste, si scopre incinta. L’autoritaria e scettica Elisabetta perde la vista. È il trionfo della bigotta Annina, che, nel prodigio di Maria, vede il segno di miracolose predestinazioni. Avverranno, ma alla maniera d’un Hitchcock alla napoletana. Che ovviamente non sveleremo.
Con la regia di Armando Pugliese, le tre femmine conquistano, con le arti ammalianti d’una espressività tutta partenopea: il gesto, la mimica, le serrate coloriture linguistiche. Compositi pezzi di virtuosistiche bravure, che suppliscono anche là, dove, di fronte alle difficoltà dialettali, non si può far altro che cedere alla bellezza dei suoni.
Applausi scroscianti e molte ghignate a scena aperta. Si replica.
P. A. PAGANINI, “La notte”, 15 marzo 1989.
Impara lo scioglilingua Pierrot. Napoli, l’ultimo lavoro di Moscato allude a un saggio di Lacan.
L’autore-protagonista ha accanto Amletino, vestito esattamente come lui.
In scena una stralunata lezione accademica e un burlesco rituale parareligioso.
Napoli – A uno dei soliti questionari rivolti agli esponenti più in vista dell’avanguardia teatrale, Enzo Moscato rispose tempo fa prendendo in giro le domande con un linguaggio metaforico: “La Signora Ricerca in Italia non è morta… Tossicchiava, era febbricitante… Domandate piuttosto a quella zitellona acida di Sperimentazione. . .” Il testo completo dell’intervento del poeta e uomo di spettacolo napoletano si può leggere nell’edizione 1992 del Patalogo utile inventario dell’annata teatrale. Ma il seme di quella provocazione aveva messo radici, e ora sboccia in un estroso monologo intitolato La psychose paranoiaque parmi les artistes (con allusione a un famoso saggio di Lacan) e proposto all’ascolto nella sala Galleria Toledo fino al 4 Aprile.
Qui Moscato stesso compare vestito da Pierrot, in nero e bianco, con accanto un bambino piccolissimo abbigliato esattamente come lui.
La scena ha sullo sfondo una specie di altare di legno sormontato da una lavagna e con ai piedi dei ceri in attesa di essere accesi.
Nella parte inferiore dell’altare c’è una grata, dietro alla quale in certi momenti brulicano come delle rossovestite anime del purgatorio. Davanti a sinistra abbiamo una gabbietta contenente un gatto bianco, che miagola a sipario abbassato ma poi tace; e a destra, una bancarella da venditore di cozze, con barattoli di vetro contenenti teste di bambole sotto liquido e qualche attrezzo di farmacia.
In tal contesto parlando a raffica con la sua vocetta insinuante Moscato pronuncia una stralunata lezione accademica, ovvero officia un burlesco rituale parareligioso, ovvero traffica in operazioni grottescamente alchemiche, interrompendosi soltanto quando folate di musica di canzonette partenopee e simili gli fanno perdere il filo. Come si evince infatti (ma io ho avuto il grosso aiuto di una scorsa al testo dattiloscritto) il suo Dottor Cathesius – il personaggio allude a un precedente lavoro dello stesso Moscato – impegnato in successivi tentativi per rivitalizzare la predetta signora Ricerca, ora Madame La Recherche, viene disturbato dai contrattacchi proditori della sottocultura banaloide e del Kitsch. All’inizio costui tenta di esorcizzare con una sorta di litania, fra gli altri, le oggi sicuramente inoffensive Liala e Carolina Invernizio; ma il pericolo è sempre in agguato.
I 55′ del soliloquio nonché delle operazioni coadiuvate dal piccolo apprenti sorcier che viene chiamato Amletino consistono sostanzialmente in una filastrocca di nonsense pseudoculturale costellata di parole straniere e nomi celebri – Boole, Dostoievski, Wittgenstein, Rimbaud, Spinosa, Pascal – ora sparpagliati ora snocciolati in elenchi mozzafiato – “Kretschmer, Cramer, Janet, Kraft-Ebing, Bleuler, Charcot. . .” È un caos orchestrato con maliziosa metodologia.
Come dice Hmpty Dumpty ad Alice parafrasando un proverbio inglese, tu bada ai suoni e vedrai che il senso baderà a se stesso. Moscato come scrittore è un grande organizzatore di suoni, e così anche seguire il filo logico delle sue tirate è quasi impossibile, l’orecchio ne è catturato, e gli effetti anche comici si producono a ripetizione.
Inoltre non meno di quando capita di ascoltare mettiamo Pollini che suona a memoria Stockhausen o un altro compositore moderno dalla sua capacità di orientarsi dentro questo materiale apparentemente tanto capriccioso.
Non spiacevole risultato, dunque: ma serata, temo, per iniziati, anche se come capita coi surrealisti non è detto che a ogni sillaba del dettato corrisponda la volontà di alludere a qualcosa di preciso. Spesso Moscato gioca per il gusto di giocare; ed è questa fondamentale disponibilità allo scherzo che dando cordialità all’operazione ne smussa l’aspetto più arduo, e incoraggia gli applausi che la concludono.
MASOLINO d’AMICO, “La Stampa”, 25 marzo 1993.
Rasoi di Moscato
I rumori, le voci, le grida e i suoni di Napoli. Sul palcoscenico di un teatro l’autore dichiara di essere morto. Di fronte ad un sipario che non si apre mai, ma scorre come una marea, vari personaggi noti e ignoti si animano e raccontano il loro frammento di storia prima di ripiombare nell’oblio o nel silenzio della morte. Ogni tanto l’autore canta una tipica canzone napoletana, e alla fine viene riassorbito dal sipario che, come un rosso sudario, avvolge e cancella tutto. Si odono di nuovo i suoni confusi della città.
Rasoi è un film nato per caso, che è sempre parente stretto della necessità. Mario Martone che desiderava registrare la memoria di uno spettacolo bellissimo e glorioso che non sarebbe probabilmente più stato ripreso, ha potuto usufruire degli spezzoni di pellicola rimasti dalla lavorazione di Morte di un matematico napoletano, ed ha avuto il Teatro Mercadante a disposizione per tre giorni. Il mediometraggio che ne è risultato ha trovato altrettanto per caso (e per la meritoria politica della Mikado) la via delle sale cinematografiche a beneficio di chi lo spettacolo non lo ha visto o di chi lo vuole rivedere.
Detto questo, è facile capire l’atteggiamento con cui Martone si è accostato ad un testo così forte come quello di Enzo Moscato, e abbia deciso di non sovrapporre il linguaggio cinematografico a quello teatrale, cercando di rendere quasi inavvertibile la presenza della MDP e piegando il visto alle esigenze del detto.
Gli interventi in questo senso sono minimi: l’uso del primo piano e del dettaglio esalta e sottolinea il momento (che emozione quella Madonna che d’improvviso si anima, miracolo che già a teatro avveniva e che al cinema è amplificato) e il piano sequenza surroga l’effetto di uno spettacolo strutturato in un unico atto. L’immagine iniziale del vicolo e della città dà corpo alla colonna sonora, alla cacofonia di urla, strepiti, rumori metropolitani che anche in teatro apriva lo spettacolo sul sipario chiuso e che resterà continuamente tale, limitandosi a scorrere come una risacca marina (il mare latrina è uno dei protagonisti della pièce) e ricoprendo a giusta guisa di sudario la memoria (morta come l’autore) che si anima e prende vita per meno di un’ora davanti ai nostri occhi.
Rasoi è composto da brani estratti da opere preesistenti del commediografo Enzo Moscato (il più importante, assieme al compianto Annibale Ruccello della nuova generazione dei drammaturghi napoletani), come Partitura, sul soggiorno e la morte di Leopardi a Napoli, e da altri espressamente scritti, come la splendida tirata Litoranea, detta in modo superbo, tra il fine dicitore di petroliniana memoria e i Merola dei bassifondi da Tony Sorvillo, co-regista dello spettacolo. Rasoi grida, inveisce, parla di Napoli e su Napoli, città chiavica e latrina, spremuta e sfruttata (l’episodio delle prostitute ingannate dai dominatori spagnoli e francesi con l’uso di parole straniere e altisonanti), città tabù come definita da una frase di Pasolini messa in epigrafe, con l’insanabile contrasto tra una modernità impostale ed una memoria non ancora rielaborata.
Martone scrive, in riferimento a questo conflitto: la città tribù che un poeta può ancora evocare attraverso canti e racconti non c’è più, infatti, a Napoli, o piuttosto vi sopravvive in chiazze sempre più esigue, come le tracce di un affresco corroso dal tempo e dall’umidità. Ma questa città è un “luogo immaginario” che sopravvive dentro i napoletani (da molti di loro è temuto); è un “luogo dell’anima” riluttante ai falsi valori della modernità e indifferente alla sua seduzione. Oggi noi eleggiamo questa “città fantasma” a nostra patria.
Viene spontaneo a queste parole un celebre brano dei diari di Franz Kafka: Dentro di noi vivono ancora gli angoli bui, i passaggi misteriosi le finestre ceche i sudici cortili, le bettole rumorose e le locande chiuse. Dentro tremiamo ancora come nelle vecchie strade della miseria.
Il nostro cuore non sa nulla del risanamento effettuato. Il vecchio malsano quartiere ebraico dentro di noi è più reale della nuova città igienica intorno a noi. Svegli, camminiamo in un sogno: fantasmi noi stessi di tempi passati.
È da questo rapporto autore-città che nasce l’opera d’arte: tentativo di liberarsi dei retaggi atavici, sforzo di darsi una definizione e un’identità che sfugge. Se Napoli negli anni Settanta è stata capofila di un rinascimento musicale che non solo di tradizione, ma anche di contaminazione viveva, sembra che negli anni Novanta la città sia in grado di guidare la riscossa di una cultura teatrale e cinematografica tale da contrapporsi efficacemente al banale filmico e televisivo dominante in questo tempo scandito dalle leggi del libero mercato. Un ostacolo, nel caso di Rasoi, potrebbe essere costituito dalla lingua, ma quello della non comprensione di un testo (rappresentato tale e quale e “capito” da Parigi a Buenos Aires, nonché contenuto nel bellissimo libretto che viene distribuito agli spettatori) è un alibi che non regge e parla soltanto di come il razzismo e il regionalismo su cui fanno leva certe compagini politiche siano ormai in realtà ben radicati e non estemporanei in un vissuto sociale in cui l’Altro fa paura e non incuriosisce.
Il napoletano di Moscato è una lingua barocca e arcaica. Ma anche intessuta di neologismi, sperimentale e tradizionale al tempo stesso, in cui ci si può (ci si deve) abbandonare al suono di parole che portano lontano, di accenti umorali che prendono da coloro che le pronunciano significati individuali e necessari. Il finto guappo, la Madonna, lo scugnizzo, Carolina e il re Bomba, il cuoco e l’insonne, l’autore defunto e aedo, emergono dal buio di un inferno stirico per portarci in una realtà che ancora dobbiamo espiare e che, forse, preferiremmo non vedere.
In questo senso Rasoi è un testo violento e radicale, almeno quanto è innocuo e dolcemente elegiaco il corto che Branagh dedica a sir John Gielgud con l’aiuto di Cechov. Il gioco ironico del “Canto del Cigno” ben introduce l’aggressiva bellezza di Rasoi.
Per una volta, due opposte concezioni di teatro hanno la possibilità di affrontare contemporaneamente il pubblico cinematografico. Al buio, nella sala, ci troviamo tutti nelle condizioni del suggeritore di Cechov: con piattezza diamo la battuta agli attori (e che attori) che restituiscono al testo, espressione e metafora della tragedia del vivere, quello che gli appartiene.
I vasce e rasoi ci risuoneranno a lungo nelle orecchie, segno di rabbia e rivolta della città cloaca verso l’ingiusto divenire della storia.
D. CATELLI, “Cineforum”, anno XXXIV, 335, giugno 1994, p. 83
Questo Amleto di Enzo Moscato ha le idee confuse
Amleto non permette vie di mezzo, come Edipo è radicale, costringe a domande che non lasciano vie di scampo. Neanche a chi lo mette in scena.
Questa volta è toccato a Enzo Moscato (autore, attore e regista di spettacoli bellissimi e crudeli nati tra i bassi di Napoli).
Il suo Mal D’Hamlé è ambientato in una caserma dove esplodono le contraddizioni di un disagio esistenziale che non lasciano spazio al dubbio. Tra i nonni e le spine c’è chi non si adegua alle vessazioni e muore o, anche, chi come il sergente Hamlé diventa una sorta di officiante per uno squallido rituale violento e osceno che tenta di dare un senso a queste vite perdute ma ne sarà la vittima.
Le azioni si ripetono all’infinito come i giorni squallidi.
Chi popola questo mondo marcio spende parole vane, la tragedia che incombe viene evocata con una salmodia delirante interrotta dagli spezzoni di una colonna sonora che tritura Battiato e Laurie Anderson, i Coccodrilli dello Zecchino d’Oro e gli 883.
La fatica di Enzo Moscato e degli altri interpreti è vana, tutto si sovrappone senza portare a niente e, alla fine, l’idea del malessere si perde nella confusione.
Si replica al CTR Salone.
F. CAPPA, “La notte”, 30 novembre 1994.
Quella voce umana tutta da guardare
“Occhi gettati” un irresistibile viaggio dentro
la durezza e la dolcezza di questo mondocon un disperato amore per la vita
In principio era la voce: una voce tersa, melodiosa, delicata, eppure forte, di quella forza che nasce dalla grazia una voce intona, fuori campo, una canzone di Libero Bovio, mentre le luci si accendono su una sobria ed essenziale: un tavolo, una sedia un attaccapanni, un paio di ritratti naif alle pareti, una gabbietta poggiata sul pavimento. L’uomo entra in scena da sinistra, di profilo, sempre cantando: un abito scuro, una paglietta, un atteggiamento fra il deciso e il malinconico.
L’uomo si chiama Enzo Moscato, è l’autore e interprete di Occhi Gettati, di scena in questi giorni al San Carluccio.
E il viaggio della voce e del corpo può avere inizio, grazie allo spietato incanto di una scrittrice ricca, forte, sottile una resistente, un filo che s’avvolge in eleganti barocchismi e che si tende senza spezzarsi mai, che imbastisce una partitura testuale d’incredibile bellezza, tutta giocata su contaminazioni, citazioni scherzi linguistici, emergenze gergali.
Una lingua viva e palpitante, dall’impatto fortemente visivo precisa come un bisturi, scarna o lussureggiante secondo i casi ma mai rigida mai retorica senza il minimo cedimento né di tono né di gusto. E questo basterebbe per fare di Moscato un maestro: forse nessun altro è in grado oggi, nel nostro paese di produrre una scrittura così straordinaria (non è certo per caso che Moscato ha vinto l’anno scorso il premio Riccione Ater con la sua Piéce Noir). Lo spettacolo in esame nasce dall’accorto missaggio di cinque monologhi: Cartesiana, avventura fantastica ed esilarante di un transessuale che aspira al vero amore da vera donna; Luparella, un racconto nero e durissimo, in cui sembrano materializzarsi – evocate dalla voce di Moscato – le immagini in sequenza dell’orribile miseria del tempo di guerra con le figure della prostituta che muore di parto e del soldato tedesco che tenta di abusare del suo cadavere; ‘E faccie ‘e San Gennaro, il travestito “di conseguenza” che minaccia di rivelare all’intera città la sua storia d’amore con un camorrista macho, alla vigilia delle di lui nozze; e per concludere Desnudo Desnudo chiano chiano e Belle e Babele, due brevi brani in cui la parola di Moscato concentra tutto il suo senso misterico, esorcistico, ritualistico (pensiamo soprattutto al secondo, la voce di Enzo che interagisce con quella di Alice che canta Prospettiva Nevsky: da mozzare il fiato).
Ma non è tutto qui: perché insieme allo scrittore vive un performer elegante e controllato, un attore che usa la sua voce come il più duttile degli strumenti, un personaggio ricchissimo di storia e di umanità.
Un uomo colto, nel senso più moderno del termine: non il topo di biblioteca, ma colui che sembra aver attraversato e conosciuto col proprio corpo ed i propri nervi tutta la durezza di questo mondo, e che sa sempre trovare le parole e i toni giusti per parlarne: con forza, con passione con un disperato amore per la vita.
Enzo Moscato è un’autentica punta di diamante, il personaggio più rappresentativo, in questo momento di quella bravura nuovissima sensibilità, di quell’umanesimo postindustriale di cui tutti potremmo cominciare a sentirci parte.
A. TRICOMI, “Paese Sera”, aprile 1996.
Toni accesi e visionari
Napoli – L’universo visionario di Enzo Moscato nello spettacolo Lingua, carne, soffio in scena alla Galleria Toledo fino a domenica 11 marzo, rende omaggio ad Antonin Artaud, l’artista marsigliese che nell’arte sentì la necessità di una forma espressiva totale nella quale ricomporre la disgregazione del proprio essere.
Sotto i colpi di rimandi di complesse metafore si chiude un mondo vibrante di lucida follia. I toni accesi e visionari di Artaud si traducono in lirismo che si combina ad una tradizione più nostrana.
È la vita a essere rappresentata attraverso il teatro, con la creazione di un linguaggio poetico e metafisico in cui il corpo dell’attore-officiante diventa geroglifico vivente che restituisce senso alla realtà.
È il teatro che si appropria di una funzione terapeutica di catarsi ad essere rappresentato. “L’azione del teatro, come quella della peste, è benefica, perché spingendo gli uomini a vedersi quali sono fa cadere le maschere, mette a nudo la menzogna, la rilassatezza, la bassezza e l’ipocrisia” scriveva Artaud nel suo saggio Il teatro e la peste.
Così in una scenografia essenziale, fatta di corpi e di cenci, si ricrea uno scenario da manicomio, ed a sfilare è una spettacolare e grottesca esposizione di corpi, di appestati, testimoni di un male che si manifesta in tutti i luoghi dello spazio fisico, “dove la volontà umana, la coscienza e il pensiero sono presenti e in grado di manifestarsi”.
Un gioco scenico fondato sulla duplice valenza dei significati, e di suggestivo e forte impatto visivo, con la scelta del bianco come unico dolore dominante. Il colore della purezza e della peste. Ma è anche la morte della purezza ad essere celebrata, con il lancio dei confetti, che la tradizione napoletana vuole avvenga durante i funerali dei bambini.
Giusi ZIPPO, “Cronache di Napoli”, 3 marzo 2001.
Moscato e l’epidemia del teatro
“Lingua, carne, soffio” è il titolo del lavoro ispirato ad Artaud. La scena imita il ring
Lingua, carne, soffio cinque anni dopo, ovvero tornare ad Artaud per celebrare l’ennesimo tentativo catartico, l’ennesimo rito sacrificale dell’attore contro la permanenza latente della peste, del morbo metaforico e ancestrale per eccellenza. Enzo Moscato, in scena alla Galleria Toledo, fino a domenica 11 marzo, riprende così una delle messe in scena più intense, come sempre circolare e reiteratamente avvolgente. Un omaggio all’epica tragicità della terra partenopea, ma soprattutto ad Artaud, l’autore che più d’ogni altro ha saputo influenzare la sua evoluzione di scrittore e di interprete di teatro. Un percorso come ribadisce sempre Moscato, di natura sostanzialmente letteraria, che parte da testi come Il teatro ed il suo doppio per affermare ancora oggi il sostanziale rifiuto per una forma elegiaca del “fare dell’arte”, rifiuto già tutto presente nella poetica dello scrittore di Marsiglia. Proprio dall’introduzione al testo di Artaud, quella che cita la peste che si diffonde da Marsiglia a Cagliari, Moscato prende le mosse, “estendendo” l’epidemia a tutti i grandi porti del Mediterraneo, Napoli compresa. E proprio in un lazzaretto napoletano, quello metastorico e metatemporale costruito con stracci bianchi sulle tavole della Galleria Toledo, si svolge l’azione, o meglio la celebrazione della “Peste…. zipesta,… pesta pe’”, come tutti i protagonisti vanno ripetendo in una sorta di lingua liturgica, ossessiva, intimamente squassante. Al centro della scena campeggia una sorta di ring formato da quattro leggii legati fra loro da una corda annodata. Tutt’intorno la ronda degli “infetti”: uomini, ermafroditi bifronti, bambini: sono fasciati di bianco, bendati e imbavagliati. L’effetto è fortissimo, asetticamente suggestivo nella sua antitesi ai fasti del barocchismo sentimentale vesuviano, di cui sembra raccogliere i resti, gli scarti, le citazioni. Come le canzoni, sempre presenti nelle opere di Moscato, autentici momenti di spiazzamento atmosferico, in grado di demolire in un sol colpo le tensioni accumulate durante un inserto rappresentativo.
Stavolta fra i malati si nasconde un “piazzista”, imbraccia la chitarra e intona Fenesta ca luciva. ‘Na cartolina e’ Papule, la filastrocca di Carnevale si chiama Vincenzo, una delle tante Osterie e infine la marchette degli arditi fascisti. I compagni di scena appaiono indifferenti nella loro silenziosa sofferenza, non replicano alle sollecitazioni dello chansonnier. Tornano piuttosto a parlare di teatro, a sottolineare le iperboli della vita che si fa rappresentazione. Le parole sono di Moscato, ma il filone resta ancora una volta solidamente ancorato ad Artaud, che non a caso scriveva: “È di cardinale importanza che si abolisca il Mondo Vero. È esso che crea i grandi dubbi e che diminuisce il valore del Mondo che siamo: è stato finora il nostro più pericoloso attentato alla vita”. Anche Lingua, carne, soffio sembra ripartire da qui, dalla soggettività della rappresentazione dove esistenza e recitazione sembrano confondersi e accavallarsi senza soluzione di continuità. Lo sanno bene i compagni di scena di Moscato, la sua grande famiglia, come lui stesso ama definirla, Enzo, Ciro e Salvio Moscato, Tata Barbalato, Gino Grossi, Carlo Guitto, Giuseppe Scovito. E ancora Francesco, Peppe e Gianki Moscato, ed il piccolo Giuseppe Affinito. In chiusura una superba interpretazione di Mina suggella col Magnificat questa vigorosa parabola epidemica.
Stefano DE STEFANO, “Corriere del Mezzogiorno”, 3 marzo 2001.
L’attualizzazione di Artaud
Napoli. Come attualizzare Antonin Artaud nel teatro del terzo millennio senza cadere in banali e scontate celebrazioni, o meglio – intendendo il concetto di attualità nella direzione di Nietzsche – come si può diagnosticare un divenire artaudiano in un ipotetico “teatro della peste” odierno?
La risposta, o almeno una tra le possibili, ce la dà Enzo Moscato con la messinscena di Lingua, carne, soffio, lo spettacolo che è in scena alla Galleria Toledo fino a domenica.
“Il peso e la presenza di Antonin Artaud nel mio atteggiamento spirituale e pratico verso il teatro – spiega Moscato – sono dentro gli occhi e le orecchie di chiunque abbia potuto essere presente a un mio spettacolo. Ossia verifica in carne, sangue, umori, tremori, di ciò che penso debba essere la scrittura: sabbia mobile su cui scrivere di continuo cancellate”.
Artaud presagì quanto sarebbe diventato complesso, se non impossibile, esprimere un’emozione vitale, in un mondo sempre più mediato, sempre più inautentico. Allora, negli anni Trenta, la sua insofferenza aveva come bersaglio le sovrastrutture della Letteratura e del Dramma borghese saturi di psicologismi. Il teatro che egli cercava tendeva a radicalizzare proprio la contraddizione profonda tra fisicità e sovrastrutture psichiche e culturali. Oggi nell’era del virtuale, all’ultimo stadio della comunicazione mass-mediatica, il corpo appare un estremo luogo dello scontro tra vita e finzioni.
Mai come adesso l’attore, preso dall’evento della scena, non è che un segno, un materiale come gli altri, è un geroglifico vivente. E, se da un lato, la recitazione dell’attore è determinata da “una Vita superiore imposta”, sottomessa a una “prodigiosa matematica”, dall’altro, il teatro deve nascere direttamente dallo spazio scenico e inventare un linguaggio in grado di spezzare ogni convenzione. Sulla base di questo assunto prende il via l’esplorazione di Moscato nell’universo di Artaud. Esplorazione sostenuta da un utilizzo della lingua, organica e primordiale, in grado di scatenare e cogliere la potenza dell’inconscio, di dare voce e segno alla fisicità muta dell’essere. Definito come “Tragitto-epidemia per Antonin Artaud”, questo spettacolo, di cui Moscato è autore, regista ed interprete, vedrà impegnato un nutrito numero di artisti: Tata Barbalato (anche ideatore della scenografia e dei costumi), Gino Grossi, Carlo Guitto, Ciro Moscato, Salvio Moscato, Giuseppe Scovito, oltre a Francesco, Peppe e Gianki Moscato, e Giuseppe Affinito Jr.
F. URBANO, “Roma”, 7 marzo 2001.
Contaminazione Artaud
La scena è buia e ingombra di carte e bende bianche, quattro leggii formano un cerchio magico che gli attori percorrono e profanano con le parole, le musiche ironiche, i gesti avari.
Sono mummie, lemuri della parola che Enzo Moscato ritrova per mettere in scena alla Galleria Toledo il suo Lingua, carne, soffio tragitto epidemia per Antonin Artaud.
“Sabbia mobile, su cui scrivere, di continuo, parole di continuo cancellate”, questo è il teatro per Moscato, questa è la malattia la contaminazione, la pestilenza che disfa corpi e pensieri, e Artaud è ispirazione, punto di fuga all’infinito, richiamo ineludibile, seduzione malvagia e malata per un rito insano e seducente. Dopo quattro anni Enzo Moscato mette ancora una volta mano al suo Lingua, carne… ed incontra nuovamente quelle ansie fatte spettacolo, mentre la Galleria Toledo diventa ancora una volta “luogo di culto”, sala prediletta da questo autore ed attore napoletano tanto singolare quanto avaro delle consolazioni emozionali cui ci abitua il teatro.
Riscrivere di continuo, imperativo d’autore – attore – regista, e quindi questo spettacolo non sarà certo quello del lontano gennaio del 1997, ma diverso ed intenso pur nell’impianto doloroso. Oggi altri brividi si accumulano a quelli, invenzioni e citazioni, accennate ironie, segmenti musicali e canzoni che s’incuneano all’improvviso nel gioco cupo degli attori. Ombre e fantasmi, mummie avvolte in sudari disfatti, bianche apparizioni che popolano l’incubo faticoso, essenza stessa della babelica scrittura di Enzo Moscato in scena con Tata Barbalato, Gino Grossi, Carlo Guitto, Salvi Moscato, Giuseppe Scovito e le giovanissime e ormai consuete presenze di Francesco, Peppe, Gianki Moscato e Giuseppe Affinito.
Giulio BAFFI, “la Repubblica”, 11 marzo 2001.
Moscato e l’Olocausto dei bambini
Scrivere è un “gioco insensato”, disse l’appena scomparso Maurice Blanchot: il quale, occupandosi per l’appunto di scrittura, proprio per questo viveva nascosto, e pressoché ignoto agli occhi del pubblico. E figuriamoci, allora, che insensatezza è pretendere di scrivere (ossia d’inquadrare e razionalizzare) la Storia: poiché – osserva Enzo Moscato, che già aveva affrontato il problema in Luparella, Rasoi, Co’Stell’Azioni e Sull’ordine e il disordine dell’ex macello pubblico – la Storia “è orba per metà e ‘nzallanùta per intero”.
Di conseguenza, l’ultimo spettacolo di Moscato, Kinder-Traum Seminar (Seminario sui sogni dei bambini o Seminario sui bambini in sogno), in scena nella Sala Assoli del Nuovo – paradossalmente riesce a toccare e sviluppare il tema su cui si fonda, l’Olocausto, perché non è lo spettacolo su quel tema: nel senso che, situandosi (per esplicita dichiarazione dell’autore) fra reading e mise en espace, accoglie per il momento appena la seconda parte di un testo che di parti ne prevede quattro, e che sarà allestito in data da destinarsi.
Ma, naturalmente, il discorso va ben oltre queste coordinate d’ordine esterno. L’insensatezza della scrittura, e in particolare della scrittura applicata alla Storia, è richiamata da Moscato già in epigrafe, attraverso la parola sogno pronunciata in cinque lingue più un dialetto, ovviamente quello napoletano: “Sogno. Suonno. Sueño. / Traum. Songe. Dream…”. Un accumulo tautologico che, s’intende, porta di per sé alla non significanza. E incastrata al centro di tale accumulo c’è la variante, “sueño”, che offre un po’ la chiave del tutto.
Quel “sueño”, insomma, rimanda a Calderón. E se “la vita è sogno” (se, per aggiungerci Shakespeare, “noi siamo fatti della materia di cui son fatti i sogni, e da sonno è circondata la nostra breve vita”), vuol dire che ciascuno di noi sogna tutti gli altri uomini e da tutti gli altri uomini viene sognato: spesso, aggiunge Moscato nel citare Dostoevskij, diventando, più o meno, vittima del loro sonno. Ciò che soprattutto accade, lo sappiamo, allorché quel sonno è il goyesco sonno della ragione, e produce sogni sinistri come, appunto, il sogno che determinò l’Olocausto.
È facile, dunque, capire perché l’Olocausto immaginato (o, giusto, sognato) da Moscato sia l’Olocausto dei bambini: si tratta – come vien dichiarato nella terza parte del testo, qui, ripeto, assente – di sterminare proprio “i loro sogni, la loro fantasia, la loro irrequietezza, la loro anarchia, il loro essere ancora così mostruosamente vicini alla Natura”. In breve, siamo di fronte allo scontro titanico tra un sogno di libertà e il sogno di chi quella libertà vuole negare e distruggere. E tutto si tiene, allora: subito dopo la preghiera ebraica che si leva sul cumulo infinito dei morti, arriva il sogno – il sogno d’essere una cometa, che ha la “sveltezza dei gabbiani” – cantato da quell’Hölderlin che (ecco, di nuovo, l’insensatezza della scrittura) constatava: “Tacere spesso dobbiamo, / mancano i Nomi Sacri”.
In linea con un simile schema ideologico – e nel contesto significativo della scena di Tata Barbalato imprigionata da una rete, delle citazioni letterarie e non che (a parte Dostoevskij, Hölderlin e Jung, dal quale deriva il titolo dello spettacolo) vanno, poniamo, da Kantor a Celan e delle musiche che trascorrono dalla gaglioffa Stille Nacht ai canti yiddish tratti da Schindler’s list – la prova degl’interpreti: lo stesso Enzo Moscato, Cristina Donadio, Gino Grossi, Carlo Guitto, Pasquale Migliore, Ciro Moscato, Giuseppe Affinito junior e – nel ruolo di Zezzeniello, un partigiano napoletano in funzione di coscienza critica contro le ruffianerie celebrative – quel Salvio Moscato del quale salutiamo con gioia il ritorno in scena dopo una grave malattia. Una malattia, a questo punto, da assumere come allegorica, allo stesso modo che come una sacrosanta terapia va considerato lo spettacolo.
Enrico FIORE, “Il Mattino”, 23 marzo 2003.
Il cinema della mia infanzia
Enzo Moscato racconta Hotel de l’Univers, che debutta domani al Mercadante di Napoli. Un recital tra canzoni, musica dei film, divi e miti degli anni ’50 e ’60, “Lo spettacolo è un omaggio alla mia educazione sentimentale. Non ci sono immagini perché si raccontano le colonne sonore, e le associazioni che ogni spettatore si fa nella testa”.
Racconta Enzo Moscato che a Hotel de l’Univers lui e Pasquale Scialò ci pensavano da parecchio. Dai tempi di Cantà (1999), e anzi è stato proprio Scialò che qui firma progetto musicale, musiche originali e rielaborazioni a chiedergli se aveva voglia di riscrivere alcune canzoni del cinema. “Mi ha detto: ce ne sono di bellissime che poi tradotte perdono tutto il loro fascino. Perché non li fai tu i testi su alcune grandi musiche?”. Rècit-chantant dedicato allo spirito d’a musica del cinema dice il sottotitolo di Hotel de l’Univers, che debutta domani al Mercadante di Napoli. E che il cinema entri nel teatro di Moscato è naturale, come del resto musica e canzoni nei suoi “poetici-canzonieri” come li chiama – oltre Cantà ricordiamo l’incanto struggente di Embargos – in quel dialetto che è poesia intima e personalissima. Perché il suo teatro per natura esclude i limiti, mescola, fonde, sposta seguendo progressioni e disegni di un’irrequietezza nervosa e raffinata. Moscato lo chiama “il confine che non c’è” laddove, dice, vuole attirare lo spettatore. Ecco allora che citazioni coltissime e preziose, canzonette e immagini popolari, frammenti di filosofia, ricette di umana saggezza, sussulti del cuore e della passione si intrecciano nei suoi percorsi visceralmente per dare al pubblico un piacere che lo catturi, lo seduca, lo renda partecipe con leggerezza e intensità. E sembra questa anche un po’ la linea su cui si muove la prima stagione del Mercadante-Teatro Stabile (direzione Ninni Cutaia) che per inaugurare ha scelto – e non casualmente – Hotel de l’Univers e l’Agamennone di Rodrigo Garcia (9-10-11 alle Officine Meccaniche dell’ex-Italsider di Bagnoli), rilettura new global di Eschilo in data unica italiana dopo il debutto lo scorso settembre alle Orestiadi di Gibellina (che lo producono insieme allo stesso Mercadante e alla Carneceria Teatro del regista nato a Buenos Aires ma che lavora a Madrid). Due autori senza dubbio diversi, Garcia e Moscato, ma con in comune la cifra spericolata e irriverente della contemporaneità. Il cinema si diceva. Che Hotel de l’Univers (di cui è previsto il cd) mette insieme canzoni e miti dello schermo, gli anni Sessanta e Cinquanta dei film che Moscato guardava da ragazzino anche se in scena non si vedrà una sola immagine. Fellini, Anna Magnani, Marilyn, Pasolini, Chaplin ma anche Tennessee Williams, Mina a la sua Eclisse twist scivolano nelle note di Rota, Rustichelli, Riz Ortolani fino a Piovani. Musica e altre suggestioni. La città ad esempio, Napoli e le sue storie come La mensa dei bambini proletari di Montesanto che negli anni Settanta – ci dice la canzone (di Moscato e Scialò) “certo , non era il pane e tantomeno il vino, ma un film americano dev’o’ sprint `e se sòsere `a matina … A scuola? E chi ci andava! `A sala Pidocchietto ce attirava”. Racconta Moscato: “la drammaturgia è un poutpourri, ci sono stralci autobiografici, riflessioni di metacinema, ricordi di infanzia, è come se fosse il mio zibaldone, un caos di appunti e cose. La mensa Montesanto è un’esperienza che risale alla fine degli anni ’60, quando un gruppo di intellettuali, tra cui Goffredo Fofi e Geppino Fiorenza, sono arrivati nel cuore dei Quartieri Spagnoli per occuparsi dei bambini. Che non significava solo dargli da mangiare ma educarli e questo avveniva anche attraverso i film. De Sica, Rossellini, Visconti, è stata una cosa bellissima, dimenticata nel tempo, che volevo ricordare”.
In Hotel de l’Univers ritroviamo i compagni abituali dell’artista, Tata Barbalato che firma scena e costumi, le luci di Cesare Accetta, sul palco con Moscato ci sono Cristina Donadio, Vincenza Modica, Carlo Guitto, i bambini Costanza Cutaia e Giuseppe Affinito jr. “Sono la fascia anarchica dello spettacolo, la loro è una presenza molto stimolante e creativa. Li ho voluti nella scena finale dove ballano un valzer da bimbi che però richiama quello meraviglioso tra Marilyn Monroe e Laurence Olivier in Il principe e la ballerina” dice Moscato. Ecco, di nuovo i film. Racconta ancora: “per me l’educazione cinematografica è arrivata molto prima del teatro che ho scoperto intorno ai venticinque anni. Il cinema invece è un mondo dell’infanzia. Sono nato nei quartieri spagnoli dove è rimasta la mia anima e dove vivono in molti della mia famiglia. Da bambino, a cavallo tra gli anni ’50-’60, andavo da solo al cinema. Vedevo tutto, film di ricerca, americani, intellettuali… Hotel de l’Univers è un omaggio a questa mia educazione sentimentale”. L’assenza delle immagini in scena: perché? “Non è la storia di un film, tra l’altro ne abbiamo citati tanti che sarebbe stata una ricerca immane. Si parla delle musiche del cinema, del soundtrack. Sono le colonne sonore, i pezzi dedicati al cinema che evocano e raccontano figure note dello schermo. Ed è quel film che ci facciamo noi e che si fa lo spettatore nella sua testa e nel suo cuore. Cerco di rispettarne la capacità di crearsi un valore e delle storie interiori. Forse anche per questo nel mio lavoro di drammaturgia istinto e riflessione si danno sempre la mano. La parte istintiva conta di più anche se nella traccia drammaturgica gli attori fanno del metacinema, Barthes, Cocteau, la scuola formalista russa. Il tutto però con un piglio farsesco, voglio che la gente goda di uno spettacolo, e sono io il primo che ride”.
L’importante è avere una grande ironia. Lo ripete spesso Enzo Moscato, che viene voglia di chiedergli meglio. “È il contrario del senso di sé. Non ho una grande stima di me, specie verso le grandi icone che sfilano in Hotel de l’Univers mi sentivo molto inadeguato. Per me sono riferimenti mitici, la Magnani , Marilyn Monroe, è chiaro che il dislivello è enorme. Qui entra in gioco il senso dell’ironia di cui parlavo. Che poi vuole anche dire di umiltà. E riempie i personaggi in scena non solo la scrittura”. Aggiunge: “ho sempre cantato, il canto scenico fa parte dei miei primordi , naturalmente allora avevo meno consapevolezza di oggi. Embargos in questo senso era protocollare, c’era un rapporto più ufficiale tra canto/canzone. Il fatto che ora alla musica e al teatro si aggiunga il cinema, a comporre una triade, rientra nell’esplorazione di più cose possibili che è per me il teatro. Dove esiste uno spazio molteplice sia interiore che esterno”.
C. PICCINO, “Il Manifesto”, 7 ottobre 2003
La musica del cinema nelle scene di Moscato
Con il debutto al Mercadante di Hotel de l’Univers, il rècit-chantant firmato da Enzo Moscato, e le rappresentazioni di Agamennone di Rodrigo Garcia alle Officine Meccaniche dell’Ex Italsider di Bagnoli, si è inaugurata la prima stagione del Teatro Stabile di Napoli diretto da Ninni Cutaia. Si tratta senz’altro del felice avvio di un significativo programma che vede protagonisti con le loro ultime creazioni, nella sala di Piazza Municipio e negli spazi dell’archeologia industriale di Bagnoli, due tra i più singolari interpreti della scena teatrale contemporanea. E ciò a sottolineare la vocazione a grande palcoscenico europeo dello Stabile napoletano. Hotel de l’Univers che sarà in scena fino a domani, quale spettacolo d’apertura, è la terza creazione teatral-musicale di Enzo Moscato dopo Embargos del 1994 (Premio Ubu) e Cantà del 1999. “Si tratta di un rècit-chantant” come dichiara l’autore “dedicato allo spirito d’a musica del cinema. E tutto avviene attraverso le colonne sonore dei film che più hanno colpito, nel tempo, i nostri sensi e quindi il nostro immaginario”. Muovendo dalla riscrittura e rielaborazione, curata da Pasquale Scialò, delle grandi tracce a firma di compositori quali Rota, Bovio, Piovani per celeberrimi film di registi come Fellini, Pasolini, Giannini, Magni, la rivisitazione musicale presente nello spettacolo viene accompagnata da una parallela inedita stesura di brani. E questi, firmati da Moscato e Scialò, sono anch’essi ispirati all’universo espressivo della decima Musa, passata e contemporanea. Non senza sorprendenti “omaggi” ad alcuni miti e personalità del cinema come Anna Magnani, Marilyn Monroe, Pier Paolo Pasolini. Dell’universo cinema – luogo di fantasie illimitate ma anche, come recitano i versi di Moscato, ‘impero d’e buscie – lo spettacolo trasferisce sulla scena teatrale vissuti autobiografici, commenti, contrappunti, brandelli di sceneggiature, stereotipi vocali o memorabili intonazioni di alcuni suoi grandi protagonisti, che tutti, insieme, lo convocano in sua assenza, nell’intento di restituirlo con la parola e la musica. Prodotto dal Mercadante, Teatro Stabile di Napoli, l’Hotel de l’Univers, vede in scena con lo stesso Moscato e Cristina Donadio, con Vincenza Modica, Carlo Guitto e i piccoli Costanza Cutaia e Giuseppe Affinito junior. La scena e i costumi sono di Tata Barbalato. L’Agamennone di Eschilo, intanto, nella presentazione alle Officine Meccaniche dell’Ex Italisider di Bagnoli, in via Coroglio 49, è stato affidato alla direzione di Rodrigo Garcia. Lo spettacolo viene prodotto in assemblaggio da Fondazione Orestiadi di Gibellina, dal Mercadante Teatro Stabile di Napoli, e da La Carneceria Teatro. Garcia, Il trentanovenne regista argentino che da anni vive e lavora a Madrid ed è il nuovo astro della scena teatrale internazionale, pone nell’opera una dura, inclemente denuncia alla società dei consumi. Mescolando furiosamente corpi, icone, materia e simboli della babele dello spreco e dell’ingordigia occidentali, a cui contrappone gli scenari di fame e di povertà dei “sud” del mondo, egli consegna allo spettatore – senza censure e mediazioni di sorta – la sua idea di tragedia. Un’essenza che trova spunto nelle dinamiche dello scontro tra ricchezza e povertà, fame e abbondanza, potenti e deboli del mondo. Per questo, il suo Agamennone parla dell’oggi, e lo fa con “semplici, efficaci, violente suggestioni” che non lasciano indifferenti. Uno spettacolo da non perdere, come hanno unanimemente consigliato coloro che lo hanno visto al suo recente debutto a Gibellina. Sono in scena Rubén Amettlie, Nico Baixas, Gonzalo Cunill, Anne Maud Meyer, Juan Navarro. Le musiche vengono eseguite dal vivo dal gruppo rock catalano Standstill. Coreografie Elena Córdoba, luci Carlos Marquerie, video Javier Marquerie, costumi di Galiana.
R. RIBAUD, “Avanti!”, 18 ottobre 2003
Caserta, a Moscato il premio Franco Carmelo Greco
Domani sera, alle 21, Caserta assegnerà il primo premio intitolato a Franco Carmelo Greco, lo storico del teatro, docente presso la Facoltà di Lettere della Federico II, scomparso prematuramente a Napoli il 19 agosto del 1998. Al suo concittadino – Greco risiedeva da tempo nel capoluogo di Terra di Lavoro – il Teatro e l’amministrazione Comunale, infatti, hanno voluto dedicare un riconoscimento, che di volta in volta sarà attribuito a registi, attori, drammaturghi e studiosi di cultura teatrale. Il premio che consiste in una scultura originale dell’artista sannita Mimmo Paladino andrà quest’anno ad Enzo Moscato, scelto da una giuria composta dal regista Maurizio Scaparro, dall’attrice Isa Danieli, dagli studiosi Ettore Massarese e Antonia Lezza, dal musicista e direttore artistico Nunzio Areni ed infine dal sindaco Luigi Falco.
La cerimonia di consegna avverrà in occasione della replica di Cantà “recital fra canzoni e meta-canzoniere”, programmato nella rassegna Nuovi Percorsi, diretta appunto da Areni e dedicata al teatro contemporaneo.
Lo spettacolo procede sulla falsa riga di un’ispirazione canor-recitativa, avviata con Embargos, un crescendo di brani, scrittura e canzoni, insignito nel 1994 dell’Ubu, unitamente all’omonimo cd. In scena con l’autore partenopeo ci sarà anche il giovane Giuseppe Affinito junior, mentre le musiche sono di Pasquale Scialò e le scene di Tata Barbalato. Il riconoscimento casertano si aggiunge ad una lunga serie di premi conquistati da Enzo Moscato fuori e dentro il territorio campano, come dimostrano anche il conferimento del “Positano Teatro” e del “Penisola Sorrentina”.
Intanto la rassegna del teatro di via Mazzini andrà avanti successivamente con gli spettacoli di Massimo di Matteo, Mauro Gioia, Lella Costa e Marco Baliani.
Stefano DE STEFANO, “Corriere del Mezzogiorno”, 25 febbraio 2004.
L’omaggio di Moscato a Di Giacomo
Dal buio la voce dell’attore indica il percorso appassionato ed ironico della canzone e della poesia, poi la luce illumina, prudente e suggestiva, il corpo dell’attore, il percorso cosparso di fiori, le tre postazioni segnate da altrettanti leggii.
Alla Sala Assoli del Teatro Nuovo Enzo Moscato inscena il suo “omaggio” a Di Giacomo. L’ha chiamato “recital danzante-canoro dal carattere impressionistico”, secondo i suoi straordinari umori ed originalissimi percorsi. Spettacolo “moscatiano” per caleidoscopici giochi di frantumazione e ricomposizione. Per celebrare il grande letterato e poeta che ancora anima i sogni. Successo.
Repliche fino a domenica.
Giulio BAFFI, “la Repubblica”, 24 marzo 2006.
Moscato è Caravaggio alla Reggia di Caserta
Sangue e bellezza, ovvero l’ultimo tempo in voce di Michelangelo Merisi detto Il Caravaggio: Enzo Moscato al Teatro di Corte della Reggia di Caserta per il Leuciana Festival con il suo spettacolo “oratorio laico a due voci che celebra icasticamente, da teatrante, l’intensa emozione ricevuta dalla mostra del 2005”. Questa sera alle 21.30, in replica domani alla stessa ora, Enzo Moscato è in scena con Giuseppe Affinito jr per restituire allo spettatore “la morente/estrema parola del pittore maledetto, sorpreso ferito e in agonia, mentre è in fuga dalla rissosa-babelica Napoli dell’epoca, sulla spiaggia di Porto Ercole, lo sguardo pietoso, il poetico commento, la perturbata ammirazione, per lui e la sua deflagrante/innovativa arte, che noi contemporanei veramente nani sulle spalle di simile gigante, siamo portati umilmente a fare”.
Biglietto 15 euro, informazioni 800 139813
Giulio BAFFI, “la Repubblica”, 11 luglio 2006.
Moscato, “Sogno” per Giruzziello
Al Teatro Nuovo lo spettacolo del drammaturgo
Il sogno di Giruzziello, in scena da stasera e fino a domenica nella Sala Assoli del Teatro Nuovo è una sorta di inconsueta, frammentaria e personalissima elaborazione del lutto. Perché il “Sogno”, citato nel titolo dello spettacolo di Enzo Moscato non va in scena terapeuticamente per rimuovere il dolore o per ricucire la ferita lasciata aperta dalla scomparsa del fratello e sodale, in tanti spettacolo messi su per il passato, del drammaturgo. Al contrario per il suo autore è un modo per mantenere sempre vivo il senso della vita, della gioia, dell’umorismo, che l’indimenticabile Giruzziello sapeva comunicare a tutti – pubblico e compagni di scena – per il tempo della sua vita, intenso per quanto breve. Gita festosa, in memoria di un amico, al paese, misteriose e Chi t’ha ntise (letteralmente: Chi t’ha sentito, metafora ovvia dello stesso Teatro), è l’ideale sottotitolo di questo lavoro, che, tra l’onirico, il tragico, il comico, il grottesco, situazioni sceniche e di scrittura, sospese nella celebre e consueta dimensione drammaturgica moscatiana, in cui si fondono realtà ed immaginazione, concretezza e simbolismo, ricorda a un anno dalla sua prematura scomparsa, la figura, umana e artistica di Gino, fratello e compagno di scena in tanti suoi spettacoli allestiti in passato. E anche in questo caso Moscato, espressione storica della nuova drammaturgia napoletana, assembla lingua ed espressioni, idiomi di ieri e di oggi, creando un linguaggio plastico e universale. Ne deriva un pastiche linguistico che si impernia sull’uso del linguaggio dialettale napoletano, che diventa base e denominatore comune per un gioco metalinguistico in cui si intrecciano con naturalezza termini inglesi, francesi e tedeschi. Moscato, come sempre nei suoi lavori, cura il testo, l’ideazione scenica e la regia. Al suo fianco un cast numeroso formato da Valentina Capone, Cristina Donadio, Gino Grossi, Carlo Guitto, Pasquale Migliore, Salvio Moscato, con la partecipazione di Francesco Moscato, Gianky Moscato, Peppe Moscato, Fortunato Mugnano e Giuseppe Affinito jr. Insomma la sua famiglia come Enzo la più volte definita. La scena ed i costumi sono a cura di Tata Barbalato, le luci di Cesare Accetta, la selezione musicale di Donamos.
Stefano DE STEFANO, “Corriere del Mezzogiorno”, 26 aprile 2007.
Quel gallo sexy e chic sembra un vip di oggi
Spettacolo miracoloso dal Chantecler di Rostand. Ovazioni del pubblico
I miracoli a teatro ci stanno di casa: ed ecco Chantecler di Edmond Rostand, che è forse la commedia più bella dell’autore del Cyrano, ma fu stroncata al suo esordio parigino quasi un secolo fa, arrivare finalmente a un allestimento italiano grazie allo Stabile di Catania con uno spettacolo bellissimo, finito anche alla prima napoletana col pubblico tutto in piedi che non smette di applaudire i 33 felici attori.
Questa inattesa festa deve molto alla accuratissima sensitiva direzione di Armando Pugliese, e a Enzo Moscato, che ha tradotto e liberamente adattato la pièce, attualizzandola e giocando con le rime, i ritmi, i bisticci linguistici coloriti da innesti francesi e napoletani: un testo fatto per essere detto, appoggiato dalle musiche di Enzo Gragnaniello che, partendo dalla fisarmonica reggono un ribollire di grida e versi animali nel cortile colorito di oggetti da Andrea Taddei tra i fantasiosi costumi di Silvia Polidori.
Sono bestie questi personaggi, una folla di uccelli, e volatili di ogni tipo con l’aggiunta di un cane, un gatto e alcuni rospetti, ma tutti ovviamente si comportano come gli uomini a cui si vuol irridere, secondo una ricetta che funziona dai tempi di Aristofane, molto caratterizzati nelle fasi mutevoli del mondo accuratamente studiato da Rostand e tradotto con plastica accuratezza di particolari dallo spettacolo, conducendoci dai concertati del pollaio all’incanto notturno nel verde, dove si apre uno spazio per i sentimenti, a una vita di relazione accentrata su modalità e intrighi di corte.
Al centro figura comunque Chantecler, gallo chic e molto sexy, convinto di dare la luce al giorno coi suoi chicchirichì, perfettamente modulati da Pietro Bontempo, e la sua trepida passione per la gustosa fagiana della deliziosa Imma Villa che lo adora. Ma questo è uno di quei rari casi in cui uno spettacolo di massa riesce a dare spazio a un approfondimento delle caratterizzazioni. Si sono fatti due nomi portanti della recita, ma vanno subito aggiunti almeno quelli del Merlo di Ernesto Lama, preciso nel gesto e nell’eloquio, o della Faraona esuberante e snob di Carla Cassola. Ma purtroppo lo Stabile di Catania ha cambiato direzione e non riprenderà questo lavoro la prossima stagione.
Franco QUADRI, “la Repubblica”, 21 maggio 2007.
Moscato: basta intellettualismi, teatro da ridere
“Napoli, Venezia e Parigi si incontreranno nel segno dell’acqua, quella del Golfo, della Laguna e della Senna, che lo scenografo Paolo Petti ha intrecciato in un gioco di tracce ambientali, in cui saranno immerse queste Doglianze degli attori a maschera”. Enzo Moscato inquadra così la propria rilettura goldoniana che debutta stasera alla Biennale diretta da Maurizio Scaparro. Due giorni di repliche e una lezione su “Goldoni e Napoli, fra tradizione e riscrittura” (con interventi anche dei docenti partenopei Antonia Lezza e Pasquale Sabbatino), prima di fare rientro in Campania dove lo stesso allestimento aprirà “Benevento Città Spettacolo” il 31 agosto e farà tappa al Mercadante dall’8 al 13 gennaio.
Come è saltato in mente a Moscato di mettere le mani nientedimeno che su Goldoni, il padre sacro del teatro moderno italiano ed europeo? “Non lo avevo mai frequentato troppo, ma due anni fa Scaparro, in occasione della mia partecipazione con Niezi al Carnevale veneziano sulla Cina, mi parlò di questo progetto. Ho preferito indagare sulle sue opere minori”. Un modo per sentirsi più libero nell’opera di trasformazione? “Diciamo per trovare un qualcosa di buffo e curioso, in grado di stimolare la mia attitudine alla reinvenzione”. Cosa ne è venuto fuori? “Mi ha molto colpito Il Molière, un testo del 1751, in cui con un gioco di doppia teatralità interna, Goldoni riaffrontava la questione, a suo tempo ancora attuale, del presunto matrimonio incestuoso del commediografo francese con la giovane figlia della sua amante storica Bejart, che in molti ritenevano concepita dallo stesso Molière. Cosa peraltro rivelatasi col tempo inesatta, essendo le due donne sorelle e non madre e figlia”. Un tema serio e pruriginoso, da affrontare con le molle… “Sì, che Goldoni, riportando al proprio tempo la questione, affrontava pateticamente, accostandola parallelamente ad una messa in scena del Tartufo (ecco il teatro nel teatro), e che invece io ho voluto spingere sul versante estremo della sua ridicolaggine. Anche perché noi siamo napoletani e siamo figli della farsa (da Petito a Scarpetta) più che della commedia”.
Uno spettacolo tutto da ridere quindi? “Non c’è dubbio, con un intreccio linguistico alla mia maniera in cui il napoletano si incrocia col lombardo, il veneziano, il ciociaro, il francese e così via, ed in cui le musiche vanno dalle canzoni dagli anni ’60 fino a Mahler. Perché va recuperata la leggerezza, che non significa il nulla della barzelletta fine a se stessa ma neanche il gravame di un certo intellettualismo scenico troppo criptico”.
Stefano DE STEFANO, “Corriere del Mezzogiorno”, 28 luglio 2007.
Molière secondo Goldoni, lo scanzonato “tradimento” di Enzo Moscato
Tradimento. Enzo Moscato lo annuncia a priori – e in ogni caso non poteva essere altrimenti – mettendo mano a Il Molière di Goldoni, opera minore e assai poco frequentata del commediografo veneziano. E di tradimento voluto e proclamato si può parlare non tanto per la riscrittura, che rispetta strutturalmente la trama e l’architettura dell’opera, bensì per l’allestimento che ha debuttato alla Biennale Teatro di Venezia sotto il titolo Le doglianze degli attori a maschera.
Alle Tese delle Vergini (sempre caldissime) il pubblico ha gustato uno spettacolo brioso, brillante. Una rilettura goldoniana che risponde per larga parte agli stilemi consueti del regista napoletano, ma che d’altra parte offre una caratterizzazione qualitativamente alta del ripensamento sull’originale. In sostanza, se Goldoni va tradito per diventare contemporaneo e vivo, questo lavoro di Moscato offre una lezione rispetto a questa interazione tra il testo e il tempo. Perché nella libertà che lui si è preso rispetto al testo, davvero si legge una capacità acuta e ironica (mescolata al compiaciuto istrionismo dell’autore) di mettersi in gioco nel confronto con il testo altalenando – per dirla con le sue parole – “fra aggressione alla pagina e improvvisa tenerezza, sarcasmo e demenzialità, cantabile ragionevolezza e insopportabile stonatura del senso”.
Ecco che il gioco quasi tragicomico – con l’irruzione del grottesco nella morente commedia – scaturisce con vigore e divertente qualità nell’allestimento veneziano. Su una pedana delimitata da vasche d’acqua del colore della laguna, quasi come sulla pista di un circo, si alternano personaggi ritagliati come burattini dai tratti marcati: dal Molière sdolcinato e vezzoso, che rilassa i nervi col puntocroce e insidia la figlia della propria amante, la sguaiata Bejàrt, fino al cinico impostore e ipocrita Pirlone, che verrà messo alla berlina con il debutto dell’opera Il tartufo. Anche i personaggi popolari o la incolta lolita che attira le brame di Molière vengono tratteggiati con efficaci pennellate. E tutti i personaggi parlano rigorosamente in rima baciata, con un eloquio che però si cala su registri differenti. E a far da contrappunto ci sono brani musicali anacronisticamente tratti dalla musica leggera (Modano, Di Capri, Nada, i Righeira, Rita Pavone) e inserti nemmeno troppo celati dalla tradizione comica napoletana.
Giambattista MARCHETTO, “Il Gazzettino”, 30 luglio 2007.
Venezia, alla Biennale chiude Moscato con “Le doglianze”
La Biennale di Venezia si è chiusa nel segno della nuova scena napoletana, a conferma del filo rosso che lega le due capitali del teatro italiano. Non è un caso che gli ultimi due spettacoli presentati nella rassegna portino la firma di Enzo Moscato e Antonio Latella. Il primo autore di un divertente e icastico Le doglianze degli attori a maschera e il secondo di un Pericle shakespeariano come sempre intriso di straordinaria fisicità e di spiazzanti contaminazioni linguistiche e sonore. Le doglianze moscatiane, riscrittura del Molière di Goldoni del 1751, si apre in un contesto oscuro e sacrale con un giovane officiante che va ripetendo: “Tu gli hai tolto ‘a maschera e tu ce li ha rimettere, Carlino! Allora sarà festa…, lutto…, grandi”. E in queste parole, riprese anche in chiusura, c’è il senso del tradimento (nel senso del trans-ducere) di Moscato che incalza l’autore della riforma dalla prospettiva napoletana di chi, privato dell’identità guittesca e farsaiola, ne chiede in qualche modo un risarcimento. E tutta la lettura del Molière, che recupera la diceria sul commediografo incestuoso sposo di Guerrina (Valentina Capone), figlia dell’amante Bejart (una vigorosa Cristina Donadio), gioca dinamiche metateatrali, in cui pur incrociandosi dialetti (veneziano, lombardo, bolognese, ciociaro, francese e così via) e le atmosfere (segnate dalle canzoni di Nada, Modugno e Peppino Di Capri), prevale il disincanto partenopeo, che si interroga sulla morte della commedia stessa.
Stefano DE STEFANO, “Corriere del Mezzogiorno”, 1 agosto 2007.
Città Spettacolo – Protagonista il teatro, si ritorna alle origini.
Il via con Le doglianze degli attori a maschera e La storia di Ronaldo il pagliaccio di Mc Donald’s
Dal su il sipario di Del Vecchio all’appassionata strenua difesa del teatro di Moscato. La XXVIII edizione di Città Spettacolo, che inizia domani sera, è in queste due posizioni. Se l’assessore alla cultura Raffaele Del Vecchio ha posto l’accento sul ritorno alle origini del festival beneventano, identificatosi con il teatro, il direttore artistico Enzo Moscato, ha svolto, nel corso della conferenza stampa di “ripresentazione” dell’edizione 2007 di Città Spettacolo, una strenua difesa del teatro e del teatrante, inteso quest’ultimo come resistente civile e sociale, espressione di quel mondo magico fatto di palcoscenico e di idee. Sconfini: tradizione ed estradizione nei percorsi del teatro contemporaneo, questo il tema della XXVIII edizione del festival teatrale, vedrà impegnati attori e personaggi che fanno del palcoscenico da sempre il motivo della propria vita: “Il teatro è il protagonista assoluto di quest’edizione di Città Spettacolo – ha detto Moscato – perchè ho concesso poco spazio al cinema ed ai video. Questa scelta è davvero un atto di coraggio sulla quale mi gioco tutto”. Moscato, al di là di facili espressioni, intende proporre la riscoperta di Benevento non solo da un punto di vista teatrale, ma anche turistico, perchè “la città si presta – ha sottolineato il direttore artistico – ad essere un palcoscenico all’aperto con tantissimi luoghi in grado di accogliere gli spettacoli”. Il festival, inoltre, quest’anno proporrà l’agorà dei critici chiamati non solo a commentare gli spettacoli in cartellone, ma soprattutto a parlare di teatro, in un momento in cui, dopo momenti davvero bui, il teatro torna fare tendenza. Sulla stessa lunghezza d’onda Raffaele Del Vecchio che, oltre a ricordare la storia del festival, che conta ormai 28 edizioni, ha sottolineato come il ritorno alle origini teatrali della rassegna renda il festival, che si pone al centro della programmazione culturale per il settore teatrale, davvero unico. “Città Spettacolo è una delle identità della città -ha condiviso il sindaco Fausto Pepe – perchè il palcoscenico ed i riflettori che fino al 9 settembre animeranno il capoluogo sannita, renderanno protagonista del teatro Benevento”. Il sipario, teatralmente parlando, si aprirà domani con due prime di “Scenaria” La storia di Ronaldo il pagliaccio di Mc Donald’s (cortile chiesa S. Agostino ore 20) per la regia di Giorgio Barberio Corsetti e Le doglianze degli attori a maschera scritto, diretto ed interpretato da Enzo Moscato (teatro Comunale ore 21). Come è tradizione l’apertura ufficiale del festival sarà preceduta, questa sera dall’inaugurazione, delle mostre che completano il quadro culturale del cartellone Orfani Veleni di Tata Barbalato (Casa della cultura), La pentapalomma e l’unicorno mostra fotografica di Lorenzo de Marinis (Palazzo Dell’Aquila) e Streghe e streghe, la città e la magia (Rocca dei Rettori) a cura di Enzo Gravina ed Ettore Melisce.
Lucia LAMARQUE, “Il Mattino” – Benevento, 30 agosto 2007.
Cultura e Spettacoli: Si alza il sipario con l’omaggio a Goldoni di Moscato
Città Spettacolo 2007, si aprono gli ‘Scaenaria’ del nuovo direttore artistico questa sera sul palco del teatro Comunale
Si aprono, dunque, questa sera, gli “Scaenaria” della Città Spettacolo 2007. Che debutta alle 20, con la prima nazionale de La Storia di Ronaldo, il pagliaccio di Mc Donald’s, di Rodrigo García, per la regia di Giorgio Barberio Corsetti, con Pietro Tammaro, produzione Fattore K, nel Cortile della Chiesa di Sant’Agostino. Il pagliaccio Ronaldo è il protagonista del primo dei “Singoli allunaggi affabulanti”, entro gli “Sconfini.Tradizione esTradizione nei percorsi del teatro contemporaneo”, tema chiave della ventottesima edizione della rassegna, la prima diretta dal drammaturgo e regista Enzo Moscato, e volutamente improntata al “tutto teatro”, nel segno dell’innesto dei linguaggi e dei segni scenici. Pietro Tammaro darà il volto alla mascotte dell’impero dei fast food, simbolo della tanto discussa globalizzazione. Il testo, che rientra perfettamente nella concezione di un teatro sempre più volto al sociale e convinto del suo ruolo attivo nella formazione e nella vita dell’uomo, descrive con un linguaggio estremamente concreto, critico e creativo, ma pure scioccante in alcuni momenti, la realtà di un Occidente che affoga nell’abbondanza e negli eccessi. Scopo “colpire” e “stordire” lo spettatore, utilizzando la realtà quotidiana, vista come specchio di una civiltà impazzita ed irresponsabile. Non senza ironia e umorismo, però.Il regista Giorgio Barberio Corsetti propone a Benevento l’opera di Rodrigo Garcia, uno dei più significativi autori teatrali del mondo. Porta sulla scena un’analisi sul tema della globalizzazione. A rappresentarla è il pagliaccio Ronaldo, simbolo del fast food statunitense Mc Donald.
“Con questo spettacolo – sottolinea l’assessore comunale alla Cultura Del Vecchio – invitiamo gli spettatori alla riflessione e portiamo alla rassegna una rappresentazione essenziale e rivolta al sociale, secondo lo spirito che, da questa edizione, abbiamo attribuito alla manifestazione.”
Ma sarà davvero il giorno di Moscato, quello di apertura, a Città Spettacolo 2007. Alle 21, infatti, l’esordio al Comunale del direttore artistico al “suo” Festival, in veste di attore, autore e regista. Le “Multiple coralità”, per stasera, saranno quelle della sua Compagnia Teatrale, ne Le doglianze degli attori a maschera, testo e regia di Enzo Moscato, libero omaggio a Carlo Goldoni e ispirato al suo Molière del 1751. Il Maestro partenopeo qui rivisita il testo, evidenziando l’ironica, ma non superficiale intuizione psicologica, che dei personaggi ebbe il Veneziano. In scena, dunque, la grottesca tematica della passione nutrita dal già maturo Molière per la giovane figlia della sua storica amante, la Bejart, offre lo spunto per riproporre la viva ed anticonformistica incisività dell’opera del Goldoni, nella sua leggiadra e maliziosa levità d’atmosfere, intessuta di metafore, riferimenti e contaminazioni, com’è nello stile di Moscato. Nulla meglio che ricordare Molière, nell’immagine che ne dette Goldoni e nella reinterpretazione del direttore artistico della rassegna, dunque, per simboleggiare l’essenza stessa del “fare scena”: fatua doglianza e malcelata nostalgia di maschera, tipica forse di ogni attore, antico o contemporaneo.
In chiusura di serata, al Mulino Pacifico, ore 22,30, tornano i “Singoli allunaggi affabulanti”, con Le Baccanti di Euripide, produzione Archètipo. L’immortale tragedia rivivrà nell’interpretazione della Compagnia diretta da Riccardo Massai, tra cieli gravi e plumbei, sonorità della parola ed armonie del visivo, che appartengono al primitivo culturale, con echi di cori che giungono dal’arcaico. In scena la paura dello sconosciuto, lo scontro fra civile e religioso, la partecipazione delle contraddizioni, nel segno del dionisiaco.
Il costo dei tagliandi di ingresso, per ciascuno spettacolo, è di 5 euro. La biglietteria sarà attiva da stamattina, anche con la distribuzione dei depliants informativi, al Comunale e a Palazzo Paolo V.
E ad educare le giovanissime generazioni al teatro “raccontato”, dal 30 agosto al 9 settembre, a partire dalle 11, in Villa Comunale, ecco le “Parole tra terra e cielo: libri nel verde per tutta la famiglia”, testi letti e narrati da Massimiliano Foà e Loredana Piedimonte. Quest’oggi, per il tema “il coraggio di crescere”, arriva Chen, il sassolino cinese, di Janine Teisson.
Maria RICCA, “Il Sannio”, 31 agosto 2007.
“Ho vissuto la città da beneventano”.
Entusiasta del chiostro di Santa Sofia e della villa. I colloqui con i cittadini
È arrivato a Benevento il 28 agosto scorso e ha debuttato il 30. Per più di dieci giorni, dunque, ha vissuto nella nostra città. A diretto contatto con la gente e con le bellezze artistiche che essa offre. Enzo Moscato, direttore artistico della XXVIII edizione di “Benevento Città Spettacolo” si congederà da Benevento questo pomeriggio, al termine della rituale conferenza stampa che traccia il bilancio della rassegna.Dopo anni che lo hanno visto ospite del festival teatrale, in qualità di attore e regista, quest’anno Moscato è tornato in città da protagonista. E, smessi i panni del direttore artistico, “a tarda sera, dopo gli spettacoli”, lo si è visto, in più di una occasione, girare per le vie del centro cittadino in compagnia del suo staff, ma anche di alcuni degli artisti che si sono esibiti. Ha respirato “quell’aria di ritiro mistico che questa città offre”, come lui stesso dice. Ma non solo. È diventato, a pieno titolo, un po’ beneventano. “È proprio così – afferma con la cortesia che lo contraddistingue – perché io sono una comunissima persona e, come tale, ho vissuto la città”. Una città la nostra secondo il direttore artistico “molto bella che, in un primo momento si nasconde a chi la visita. È discreta e, pertanto, merita di essere visitata e ammirata ma, soprattutto di essere riscoperta a livello turistico”. Tra le bellezze di Benevento, Enzo Moscato sceglie il chiostro di Santa Sofia dove “in più di una occasione mi sono rifugiato a pensare o, magari, a leggere un libro per una mezz’oretta. Ma sono tanti – prosegue – i bei luoghi della vostra città, tra i quali la villa comunale”, che l’artista ha visitato ieri mattina poche ore prima dello spettacolo di chiusura che lo ha visto protagonista in qualità di attore, regista e autore. Bella la città, dunque, ma belli “e cortesi anche i beneventani”. Moscato ne ha incontrati tanti per strada, nei momenti di relax, e con ognuno di loro ha avuto modo di scambiare due parole, qualche opinione ed accettare anche dei consigli. “Mi hanno detto bene del festival, a molti di loro è piaciuto ma – svela – c’è stato anche chi ha porto qualche critica che io, ovviamente, ho accolto in maniera costruttiva”. Tra le critiche, non è mancata quella inerente il capitolo biglietti e apertura dei botteghini che ha suscitato tante polemiche. “Ma – spiega Moscato – forse non tutti sanno che alle prime di ogni spettacolo teatrale inconvenienti del genere capitano spesso”.
Marisa DEL MONACO, “Il Mattino” – Benevento, 10 settembre 2007.
Quel ricordo che sa di poesia (in Rassegna stampa Compleanno)
“Compleanno” di Moscato al Ridotto del Biondo.
Palermo – Se un attore riesce a trascinare in un suo mondo di gesti, di suoni, di odori, si può acquistare, senza saperlo, un po’ di vita nascosti nel buio della sala. E si esce dal teatro furtivamente, ladri di un segreto. Queste confuse sensazioni si possono avere partecipando a Compleanno, un monologo di Enzo Moscato dedicato a Annibale Ruccello, notevole autore teatrale ormai scomparso. Lo spettacolo, presentato al Ridotto del teatro Biondo all’interno di un progetto dedicato al teatro di Moscato, permette di indagare il tipo di lavoro che l’autore ha sviluppato negli anni passati. Il testo, scritto nell’86, presenta un Moscato solo in scena mentre investe se stesso, la sua storia, proponendo la creazione di una lingua nuova. Lingua che si presenta come un sistema aperto, capace anche di raccogliere caratteri diversi in un’unica figura. Una lingua che scava al di là delle regole in un mondo individuale di suoni. Si fondono il napoletano, il tedesco, l’italiano così come si mescolano, talora svuotandosi, storie e immagini lontanissime; si riscoprono parole dimenticate, capaci di evocare un indistinto tempo del ricordo. Anche la struttura dello spettacolo è aperta e circolare, come in Recidiva: ritornano frasi e azioni che segnano una non-storia. La scena è composta da pochi elementi, due sedie e un tavolo: è un luogo chiuso, interiore, intimo dell’incontro di Moscato con il ricordo. Si avverte una sorta di tensione verso l’assenza, un lento disgregarsi che avvicina Moscato all’assenza, intensissima, di Ruccello. Diceva Moscato che il suo teatro è un teatro di dichiarazioni; e non è difficile, in realtà, immaginarcelo così immerso nella sua finzione. Tra asprezza e ironia Moscato percorre la partitura del suo testo in cui si inseriscono raffinati momenti musicali, talvolta cantati in scena. Quel che sorprende è come un ritmo indecifrabile riesca a trascinare ogni gesto ogni parola. Gli applausi vanno a un eccezionale Moscato e alla misteriosa presenza di Ruccello.
Giuseppe DI LIBERTI, “il Mediterraneo”, 28 marzo 1996.
Moscato, anima e cuore di Napoli
L’applaudita performance Compleanno, nell’ambito del convegno dedicato alle lingue del teatro.
Impetuoso monologo allo Zanon del più trasgressivo erede di De Filippo e di Viviani. (in rassegna stampa Compleanno)
Udine. È forse l’autore più irriverente e dolente della nuova scena teatrale partenopea, l’erede più trasgressivo della grande scuola di Eduardo e Viviani, eppure Enzo Moscato, protagonista l’altra sera allo Zanon di Udine di un suo lancinante e applauditissimo monologo Compleanno per il convegno delle Lingue del teatro, sembra riassumere nella sensibilità dell’oggi tutto quel patrimonio di arte e di espressività: uniche, come unica è Napoli con la sua naturale, congenita teatralità.
E su quel palcoscenico straordinario di umilità e passionalità Moscato mette in scena i suoi fantasmi, il suo immaginario intriso di napoletanità cui però convergono, spesso travolti, gli echi strazianti e dolorosi della contemporaneità. Così, per questo suo Compleanno, è la nenia querula e infantile di Susan Vega a fare da dispettoso contrappunto a una festa immaginata e raccontata, vissuta nelle parole e nelle immagini, dove i gesti della quotidianità (le candeline, il brindisi, il trucco) si caricano di enfasi drammatica, plateale, dietro la quale nascondere il vuoto e il silenzio di una solitudine sin troppo rumorosa di sogni e fantasie, di passioni dirompenti ed emozioni incontenibili.
Riso e pianto, farsa e tragedia si mescolano nei racconti con i quali Moscato riempie questa festa di compleanno, rivolgendosi a un festeggiato sconosciuto, che una sedia ricoperta di tulle rosso (povero trono da teatro guittesco) evoca, ma non definisce. Non sapremo mai chi è il destinatario di tanto amore, di tanta attenzione (certo Moscato lo ha dedicato a un altro vivacissimo interprete della renaissance del teatro napoletano, Annibale Ruccello, morto anni fa in un incidente d’auto). Quello però che ci rimarrà nella mente e nel cuore è la travolgente umanità che sgorga, barocca e impetuosa, sboccata e disperata, dai racconti di Moscato.
E sono personaggi femminili, di una femminilità lacerante e lacerata: c’è la protagonista cartesiana di una fantomatica telenovela, la cui figlia, Spinoza, si inguappa e si perde in trame oscure e melodrammatiche (irresistibile e ironica presa in giro di tanto narrare televisivo odierno), ma c’è anche il racconto, come in altri spettacoli di Moscato (Luparella, soprattutto), di una femminilità perduta, nei bordelli di Toledo o dei quartieri spagnoli; e ancora la femminilità repressa che esplode in fantasiosi incontri con uomini turpi e depravati.
E poi c’è il rituale del canto e del ballo, la musica caciarona di un tango spagnolo, citazione appropriata del primo trasgressivo Almodovar, o la musica avvolgente di una melodia popolare o di una canzone francese. E su tutto lui, Moscato, la sua voce che è strazio e malinconia, continuamente rimossi in un gioco di finzione teatrale, che è senso e coazione a ripetere, quasi non ci fosse realtà più vera e giusta di quella della scena.
MARIO BRANDOLIN, “Messaggero Veneto”, 15 ottobre 2000.
Un “Compleanno” per l’amico assente (in rassegna stampa Compleanno)
Alla sua maniera, tra un riff vocale di Susan Vega e un travolgente ritmo latino dei Gipsy King, Enzo Moscato scandisce il tempo della diversità e dell’emarginazione.
Compleanno, in scena fino a stasera alla Galleria Toledo, compie infatti sedici anni, mantenendo però intatto lo spirito commosso ed emozionante dell’omaggio all’amico e collega Annibale Ruccello, morto tragicamente in un incidente stradale proprio nell’86. Ricordo anche simbolico, visualizzato dal lancio di tre rose rosse sulla scena, quelle di Jennifer, il travestito protagonista di una delle pièce più riuscite del drammaturgo stabiese. Intanto Moscato racconta con il suo continuo flusso di pensieri tradotti in parole, accenti, ammiccamenti e filastrocche, le storie di Bolero, di Cartesiana e Cha Cha Cha e di Ines che non c’è. Un intero repertorio di vicende umane dove degrado sociale ed esistenziale sembrano confondersi in un tourbillon di marginalità, che pur mantenendo intatta la propria vena di dolore, non rinunciano a sorridere di sé e degli altri, miscela esplosiva di quell’universo antropologico ancora vivo sui Quartieri spagnoli, nonostante le radicali trasformazioni avvenute in questi ultimi anni nel suo tessuto vitale.
C’è una festa da celebrare, c’è una torta, ci sono le candeline ed il brindisi da fare. Eppure è festa di tragedia, di vita e di morte, di assenza prima ancora che di presenza.
Stefano DE STEFANO, “Corriere del Mezzogiorno”, 17 marzo 2002.
