LITORANEA

(per Toni Servillo)

“Angiospérmìa, angiospérmìa, è

coniazione singolare, bizzarra.

Vien su dalla fusione di una stirpe

regale, forestieria coll’indigena,

lazzarona semenza di questa gente

che abita cortili e antichi anfratti lavici.

È qui che la Botanica s’incontra con la

Musica, e l’Araldica

coi versi, i martiri plebei della

Democrazia.

L’Enciclopedia del mare, poi,

è rimasta sincopata, rotta nel diaframma.

Per ogni giorno un foglio, per ogni

foglio un fiore

o veleno o versetto di regale popolare abominio.

E le Balene, sui dorsi dei volumi,

mostri piccerilli di una Bibbia procidiana,

il cui Giona è un pescatore vecchio al

punto da parere un neonato…”

Se estrogeno è un estro che gira

quando ne ha voglia,

ormonico un pifferetto maschile a bocca,

ossidianico un elemento che agisce solo di giorno

e algoritmo un’alga che danza tra i marosi,

questa, allora, è davvero una terra di briganti

e la sua alta chirurgia proviene diritta

dai grammatologi del circolo di Copenaghen.

Del resto, chi cantava “Anna, soror…”

sugli arenili di Sorrento

pensava bene ai gargarismi di Caruso,

un’ottava più sopra del tintinnio dei lampadari.

E non è stato possibile mai furtire una lacrima,

alla Duse o alla Mignonette, ogni volta

che un batò si allontanava dallo

strillante golfo delle Sirene.

Cose che ci rallegrano solo nei giorni di lutto,

quando sesso e diluvio, sesso e diluvio

sono il sesto itinerario possibile

ad eundum Deum

nella Summa di San Tommaso.

E questo qualche sarda lo sa bene,

qualche seppia pure.

I polipi, forse, chissà. Sono tanto aristocratici.

L’acetilene, di notte, li bombarda, li mitraglia,

e loro, oncògeni stupiti, vanno avanti in confusione,

non sanno più che dire né capire.

“Che sse dice? Che sse dice? –

s’informano tra loro -“

“Che sse dice? Che sse dice? A tempesta

mann’a gall’alice!”

Barocca cultura di gesti. Empio mambo

dell’eco/degrado.

Niente. Un tuffo. Una passeggiata sola.

Chi ci sputa sopra è arso. Cioè, va in

paradiso.

Tanto, i guaglioni sugli scogli, hanno

vene di assassini,

azzurre pubescenze.

Li avete visti mai?

Nudi, tra le cozze a Marechiaro, si

finiscono il calore da soli, con un casto

gesto della mano.

“Chi ha visto maie ‘e ccaiuole…”

e le dita corrono sapienti dentro brache nere,

“dicere no a matina, a luce, ‘e ccanzone…”

e la voce si fa erettile, orfica penetrazione,

“quase na faccia tagliata ca se mette

appaura d’o sole…”

e dita e voce e sfregio si danno un

violetto alla Matisse,

scomposte anatomie di festa all’obitorio,

fari sparati sotto il cuore come tracchi

all’intrasatto.

Un cammeo di Assunta Spina ci ricorda

che bastava esagerare agli aggettivi per

campare o per essere.

Moltiplicarli come i pani e come i pesci.

O gli amanti e i tradimenti, tanto per

essere precisi.

I mantelli dei poeti, del resto, si aprono

a campana come quelli dei cafoni,

pipistrelli! sciosciamosche! così dicono

ai Quartieri.

Hanno mani butterate dall’azoto, ulcere

schiattose lungo gli anulari

Dai bordelli scendono, simili a rigagnoli

di sangue,

dai bordelli scendono che sembrano macelli,

schifati da Dio, schifati da tutti.

“Nostra ignuda Natura, tale e quale,

scurnuse…”

accatteno e vénneno, accattano e

venneno costati e cosce, milze, dalla

Bestia senza dazio sui pontoni.

Ecce Homo, lo scemo Ciccillo, viene

trascinato in processione.

Da un letto, poi, da un basso di dolore,

“Appiccia a radio, appiccia a radio…” –

si sente –

“Cagna a stazione, cagna a stazione…”

Un cieco, certo. Luce sospesa ai meri

suoni, capricciose ragnatele.

Santificare, dovrebbero, i pittori e i

musicisti e i fotografi col lampo di magnesio.

Santificare, dovrebbero, gli artisti a quattro soldi,

le scosciate ballerine, le sdentate

sciantose dei Café,

santificare, dovrebbero, tutta la plebaglia

creativa che si esprime tanto per maniera.

La maniera qui, è l’unica parrocchia dove

si affresca il vero.

E poi allo chalet, lo stesso dove

lavorammo, ti ricordi?

Io la chiamo Anna Maria, scrive in continuazione.

Senz’altro una mania, si vede

dallo sguardo.

Fissa con pupille spiritate l’acqua che le sta

di fronte.

Non accetta mai caffè, solo tovagliolini.

Li riempie di formule, di segni.

Un giorno, dice, queste oscure mantiche

tracciate dalla biro,

questa scrittura pensata all’incontrario

del crescere e descrescere del mare

con un cappio di luna, un amo stellare

porteranno finalmente su “quel” corpo,

il corpo di Francesco, l’Ammiraglio

e il livido giallino delle bave, l’argento

sbiadito delle decorazioni

sfolgorerà nel riso delle criature,

i piedi immersi nella melma al Molosiglio,

le grida più cattive ed uncinate dei

gabbiani.

Angiospermia è l’acqua, questa.

Nutrita di guappesche strafottenze,

di pisciate anfiteatrali dall’alto dei muretti

o nel salto di banchine.

Angiospermia perché prolifica alla

10 ph. Mille.

E quanti piccerilli tene o mare, quanti

scarrafune color latte,

meticci e muti, alcuni sciancariati,

qualche altro mezzo prete,

devoto ‘e Dio, forse. Miezzu ricchione.

Quanti aborti dentro la corrente.

Feti aggrinziti, ipocalcificati.

L’acqua tutti i giorni è ingravidata dal

lancio di gamèti misti a urèa

pezzenti facciatosta di sei o sette anni

che trattano le onde come una vagina,

collettiva prostituta, cloaca magna,

Mater Immunnezzarum.

E quanti piccerilli tene o mare,

orfanelli pesciolini della Litoranea,

acqua salata dentro il pane e sulle ciglia,

stelle di micòsi sul visetto

e la bocca pronta ad addentare la più laida

bestemmia.

“A purchiacca ‘e mammeta, a purchiacca ‘e

mammeta fetente…”,

da queste parti, la medusa, infatti, ha

legami molto stretti,

valenze quasi chimiche con gli organi e gli

umori della donna

e l’incontro con i liquidi urticanti,

gli eritemi,

sono allora una faccenda molto antica,

un glorioso marchio mitologico,

oltreché un’impresa precocissima, virile.

“A purchiacca ‘e mare, a purchiacca ‘e

mammeta fetente…”

e il grido si fa sale, si fa rumor di acqua

sporca stessa,

sciabordìo prezioso, dannunziano.

Un tuffo, una bracciata solamente.

Spruzzi, schiamazzi, ammuina.

A largo, appaiono i costumini.

O le natiche translucide, offerte senza

impudicizia agli occhi altrui.

Compatta guagliunera, vermi e vermi,

sanguisughe, pignatte.

Cardellini nfusi che appassionati cantano

“Chi tene o mare, chi tene o mare, è

cuntento e fesso…”

E poi Didone ncopp’e scoglie,

Brigetella degli embargos di Toledo,

don Astarte, don Chisciotte,

e Anna La Bella, per un vaiolo bianco,

raro,

che si specchia in un miroir di mala sorte

negli stagni di Posillipo,

museiformi, aprono i balletti,

scambiandosi di posto

dint’a nuttata ‘e luna.

Ieri, na criatura, lanciandosi sul fondo,

è rimasta prigioniera dei vasi di Pollione –

verderame tranello tessuto dalle orate.

E nanelle saccenti, erette su un comò,

che girano e rigirano

mestoli giganti dentro una poltiglia blu di

Prussia,

lenitive cioccolate di nobili anemie.

“Rien du mer, rien de la mère, rien du mer,

rien de la mère…”

sentenziano raspose, i culetti a mandolino.

È bbona, a sanno sta canzona,

quest’arpeggio lionese

inventato per i figli di Gioacchino.

Scoppia da basso, in fronte all’arenile

una vena d’artificio,

fuochi e fuochi, lampe. Un’immensa

emicrania settembrina.

I guaglioni hanno vene tatuate, pelurie

appena apparse.

Dai pubi gonfiati di recente tirano fuori

granchi,

colonie di batteri, iammarielli tagliati col

limone.

I guaglioni hanno vene tatuate, sole

pigliato a canottiera.

Tra un cespuglio e l’altro, invece, Alì –

che odia e schifa l’acqua, st’acqua marrò,

castana,

straordinariamente figlia di Califfi –

chiude e dilata i pugni nella gola di un

Tedesco,

inginocchiato sul pietrisco, quasi una

preghiera.

“Blute nur blute nur…” sospira, e gli occhi

dei guaglioni,

tutti insieme, vanno a quella voce. A quel

basso singhiozzo

avvertito come urlo.

Tutti insieme si alzano gli occhi. Veloci.

Colombi spaventati da uno sparo.