Omaggio alla scrittura di Salvatore Di Giacomo
Non una full immersion dentro la scrittura variegata, multipla, estesissima (narrativa, saggistica, teatro, poesia, canzoni, cronache erudite) del grande (e trascurato) autore napoletano – impresa, a dire il vero, impossibile a compiersi, a meno di non voler attuare un percorso enciclopedico, sterile ed inutile – ma una sorta di veloce ed intenso omaggio del cuore, dal taglio bizzarramente impressionistico, dato per frammenti, lirici od iper-realistici, naturalistici o sbrigliatamente surreali, evocativi, criptici, e legati tra di loro da libere strofe a cappella, pescate a caso dall’immenso repertorio musical-vernacolare dell’eclettico don Salvatore. Con questo dando forma a ciò che di solito non si vede, o non viene investigato a fondo, nell’opera di chi scrisse Assunta Spina, ma anche il vetriolato pamphlet-denunzia sulla prostituzione in Napoli, i versi di Era de Maggio, ma anche novelle e racconti in un italiano perfettissimo, scevro da qualsiasi compiacimento locale, che lo stesso Benedetto Croce elogiò e chiosò come esempio di scrittura accesa ed inquietissima. È la presenza (nascosta) della voce a monte dello scritto; l’esserci (discreto) di chi parla e testimonia, prim’ancora di chi scrive congelando le emozioni, il tratto più moderno, a nostro avviso, del mondo espressivo di Di Giacomo: una scrittura concepita innanzitutto come gesto corporale, soffio, ansimo, pulsionalità, respiro; un calcolo inchiostrale che deriva da passione; strappo radicale con il mondo o col reale, alla maniera del folle ed incatturabile Artaud; una specie di febbrile obbedienza ad un divino, che presiede alla forma delle cose, al loro involucro sonoro e scintillante, prim’ ancora che a degli ovvi e scontati contenuti.
(Note dell’Autore)
