Chissà? Forse quel ‘terzo’ che si raggiunge attraverso l’opera alchemica, l’opera al nero, del fare teatro, è l’Anima, anzi: il fare Anima, come dice James Hillman. E che dunque la messa-in-scena è per l’appunto un rito, una missa sacrale, rivolto al dio di tutte le lacerazioni, gli strappi, i traumi, i conflitti, i demoni, a che compia la grande magia della ricomposizione, dell’integrazione, di tutte le schegge dolorose, acuminate, perturbanti che siamo noi stessi e la caotica vita che ci congloba. La Scena, allora, sarebbe lo spazio di un manifestarsi liturgico e immanente, costellato di simboli, atti, passaggi, formule, icone: sangue, pane, vino, offertorio, introibo, esposizione, ostensione, transustanziazione, introiezione, comunione. In quanto rito, poi, essa raccoglie e fonda, nell’unificante ‘credo’ comune, la mistica ‘religio’, gli svariati e spersi membri di un gregge che, proprio attraverso la ‘missa’, la condivisa offerta/messaggio inviata al ‘teos’, una ‘koiné’, una collettività, una tribù, un’etnìa, che rinuncia a farsi guerra al proprio interno, per amare ed adorare l’armonia, la bellezza, la simmetria e l’incastro di parti altrimenti scisse, dilacerate, distruttive. In questo senso, l’ostia fatta passare di bocca in bocca e ingoiata e digerita dai membri del gregge, non è solo un astratto simbolo di adesione e fondazione, un vuoto segno immaginale d’obbedienza o passività, ma atto concreto, gesto intenzionale e corale che, per il teatro, sottolineerebbe, manco a dirlo, il valore fortissimamente orale (il rito va di bocca in bocca, di ‘ore in ore’, scansione materica-temporica della festa) del suo fondamento principe. Atto politico, inoltre, giacché il condividere e mangiare lo stesso simbolo/cibo – la parola, il gesto, il canto, la danza – tenderebbe a credere e a sperare, oltre che darsi da fare per costruirlo, in un altro Regno, un altro Mondo, diverso e più plurale, da quello in cui siamo chiamati a vivere/non vivere oggi.
È per tutto questo che sulla Scena – su quest’ara sacra e tale proprio perché diversa, eretica, dissenziente – come minimo, si va scalzi, silenziosi, estatici, abbandonati, fiduciosi, inermi. Così come s’andrebbe al tempio, parrocchia, sinagoga, moschea, che si voglia. O al cimitero.
Del resto, sulla sostanziale anti-mondanità (e dunque liturgia pura) del teatro, del fare Anima/Teatro, sulla sua numinosità e terribilità d’arche tipi e tabù che affondano più a fondo della cosiddetta Notte dei Tempi, non pochi grandi si sono soffermati. Uno per tutti, Genet, i cui toni polemici verso le moderne profanazioni laico-mercificanti della Scena, hanno assunto, com’è noto, picchi di provocazione feroce, fino all’abbandono stesso della drammaturgia.
Era, infatti, Genet che, esasperando gli aspetti mistico-rituali insiti alla scena e quelli di setta orfico-estetica fatta d’attori e spettatori, proponeva per il futuro del teatro, addirittura la clandestinità eversivo-perseguitata e come luoghi di culto (?) le catacombe, i camposanti, gli ossavari, tutta la corte dei miracoli negletta del mefitico mondano che attualmente bazzica i foyers, con le sue meschine, insulse, vuote mode, e i corollari immondi dei suoi spettrali blablabla.
Ma Genet, a sua volta, è stato preceduto dai deliri di de Sade, che eleggeva a tal proposito i boudoirs o i manicomi e da quelli di Artaud, che faceva, invece più radicalmente, piazza pulita d’ogni topologia per il lutto e l’ebbrezza del teatro, proponendo per esso il non-luogo puro, l’utopia assoluta di spazio e di tempo, da praticare insieme alla rifondazione originaria di tutto ciò che è umano – vale a dire attualmente disumano.
Dico questo a segnalare – al di là di ogni eccesso – la necessità, ancora viva, oggi, di sganciare il lavoro del teatro, l’opera corrosiva ed innovante del fare teatro, dalla sua banalizzazione e nullificazione consumistica, dalla sua deleteria collocazione al centro degli affari e del tornaconto capitalistico, che sempre più tende ad omologarlo ai discounts, ai siti porno-evasivi, alle ASL, ai centri antistressing, alle pie opere del Niente. Per iniziare a pensarlo, invece, solo ai margini, ai limiti, agli angoli, gli spigoli e i confini fluttuanti e indefiniti delle cose; sul declivio di una parabola, o spirale, che tutto tocca e da niente si lascia catturare, orfana e magnifica nei suoi risvolti multipli di reale, immaginario simbolico – per dirla con Lacan; semplice e complessa, libera e necessitante, trascendente ed anima(le), così come la biologica e materica. Ossimorica, insomma. O terzica. O inter-mediale, eccetera, eccetera.
Enzo Moscato
