a cura di Vincenzo Albano
Le pièce di questo autore, a differenza di alcune scritture teatrali del secondo Novecento – in cui viene meno lo statuto dell’opera drammatica poiché vicine più alla drammaturgia scenica – conservano la struttura classica del testo teatrale, costituita principalmente dalla suddivisione in atti, scene e didascalie. Tuttavia, a dettare il tempo della narrazione è più l’andamento della psiche che quello della ragione, della trasfigurazione poetica piuttosto che del ritratto. Molte piéce di Silvestri invocano per questo, ma anche per la scansione ugualmente non lineare della spazialità, la traduzione in pellicola. Al cinema ci si può certamente riferire per raccontare dell’insolita teatralità di Saro e la rosa, dettata da ritmi – si direbbe – cinematografici ovvero racconti e dialoghi avvenuti in tempi e luoghi diversi che si intersecano e si sovrappongono; altrettanto, dei monologhi delle quattro protagoniste di Streghe da marciapiede, inseriti in una struttura testuale ricca di flash-back. Un impianto di questo tipo caratterizza anche Mio Capitano, la cui struttura si presenta frammentata; La guerra di Martìn, che procede per cesure e dissolvenze assimilabili al montaggio; Gli occhi di Maddalena,la cui vicenda si snoda parallelamente in più luoghi, attraverso una serie di “stacchi” che ricordano il movimento di una macchina da presa.
Procedono a dispetto della linearità narrativa anche i suoi racconti teatrali. Questa pratica era già in nuce negli anni Ottanta in Sogni trasognati, sebbene in forma frammentata piuttosto che autoconclusiva; viene poi ripresa attraverso i “resoconti” di cui si compone Effetto C.C., che rimandano all’espressionismo tedesco dello “stationendrama” e cioè “dramma a tappe”, formula a sua volta mutuata dalle sacre rappresentazioni medievali. È tuttavia con i micro-dialoghi di Mio Capitano e Fiori d’agave, potenzialmente scomponibili e ricomponibili secondo la tecnica del “cut-up”, fino all’apice di Storiacce, che trova la sua formula drammaturgicamente autoconclusiva. È l’inizio di tanti lavori sotto i cui titoli si nascondono brevi momenti di vita vissuta: Il colore delle lacrime, Portrait Napolitaine, ma anche Tre pezzi d’amore non è altro che una etichetta teatrale nella quali si nascondono altre “storiacce”, come La triste Hystoria di Nicolò Pesce detto Colapesce, Lena e Il corso dell’amore.
Proprio i racconti, con la loro scansione drammaturgica determinata dall’uso funambolico della parola, alla Queneau, permettono di toccare un aspetto della scrittura di questo autore che fa leva anche sul suo riconosciuto talento come attore: la lingua.
La recitazione è stata infatti l’officina delle parole di Silvestri, il cantiere grazie alle quali esse ci sono giunte semplici e chiare, sulla carta e poi nella bocca dell’attore; una sorta di filtro per imperfezioni e stonature rispetto alla vicenda narrata. La lingua utilizzata non è stata che un suggerimento dei personaggi; Silvestri ne ha ascoltato e modulato la richiesta, attingendo dalla loro psiche. Parola scritta e voce recitante hanno favorito la trasmissione di una drammaturgia dai contenuti a noi meravigliosamente vicini. È questa, semplicemente e non semplicisticamente, la grande umanità del suo teatro.
