Aspetti generali

a cura di Vincenzo Albano

La drammaturgia di Francesco Silvestri deve i suoi esiti ad un indubbio talento letterario. Le sue pièce preservano infatti un valore indipendente dalla scena, letterario appunto, e disponibile ad essere tradotto in spettacolo.

C’è innanzitutto il piacere della lettura; un testo teatrale di Silvestri, prima di ogni altra cosa, è letteratura e non “materiale grezzo” che vive unicamente sul palcoscenico. La scena, come interprete delle sue opere, non è che un passaggio successivo, che non sottopone la parola ad una verifica (anche perché molto spesso la tradisce), semmai è il potenziale completamento di un “esorcismo” consumato già sulla carta e testimonianza di quanto una espressione individuale possa diventare anche comunicazione.

Nella drammaturgia di Francesco Silvestri, anche laddove non traspare, la vita vissuta confluisce sempre in quella professionale. Lo fa con tutto ciò che ha di rappresentabile e con quanto ha di “irrappresentabile”, raccontato e trasfigurato da una scrittura che non pone limiti alla capacità di meravigliarci e che produce un senso della realtà mai disgiunta dalla saggezza del sogno. Leggere Silvestri vuol dire concedere fede, sempre, ad una storia che chiede di essere creduta esclusivamente sulla parola.

Questa cornice non è il risultato di una scelta stilistica, piuttosto di un’indole primigenia ed infantile che sembra affiorare dal “realismo magico” di Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez, dall’universo fantastico dei fumetti della Marvel o della D.C.Comics e di tanta cinematografia americana firmata Spielberg e altri. È un vasto e personale background, che influisce tanto nella struttura drammatica quanto nella predilezione di elementi fantastici, che rasentano la fantascienza nel caso di Effetto C.C. (Il topolino Crick) e di Streghe da marciapiede.

Il riferimento al realismo magico ascrive Silvestri non tanto alla corrente letteraria in sé, quanto al personalissimo stile di scrittura che trova uno dei suoi elementi peculiari nell’accettazione da parte del lettore di elementi fantastici, nella capacità o volontà appunto di chi legge di superare i confini di una certa razionalità. Un abbandono romantico alla parola, insomma. È questo il privilegio più grande che ci dona la drammaturgia di Silvestri; il suo merito meno ufficiale.

È in questo spazio dell’anima, per fortuna ancora incontaminato, che i piani del realistico e del fantastico, dell’ordinario e straordinario, del concreto e visionario, giocano fondendosi in una miscela drammaturgica al limite della rappresentabilità scenica, che uno stile di vita, prima ancora che una tecnica narrativa, rende credibile e realisticamente realizzabile. Crediamo dunque possibile che in Angeli all’inferno cali improvvisamente dal nulla un puttino privo di sesso e che in Streghe da marciapiede, colpito dalle cattiverie delle quattro prostitute, sifrantumi il corpo dell’androgino protagonista. Crediamo inoltre possibilel’esistenza del villaggio felice di Mio Capitano o la storiad’amore di Edoardo ed Antonio in Saro e la rosa, in piena dittatura, tra oggetti animati, personaggi in volo come palloni,piume di cigno, innesti di rose color del cielo.

La capacità di decriptare l’opera di questo autore è proporzionale alla sete di avventura del lettore. Anche la vita più quotidiana e normale si presenta infatti, tra le righe dei suoi testi, come un immaginifico ed avventuroso miracolo tra eroismi e trappolerie, spesso proprio per scamparne. Bontempelli, Buzzati, Alvaro, Moravia, Calvino, rappresentano una linea inventiva riscontrabile nell’autore Silvestri, nel cui teatro nasce e si concretizza una sorta di follia quotidiana: è l’immaginazione, la fantasia, l’illusione, come una uscita d’emergenza di là dalla quale compiere un passo e sbattere la porta in faccia anche a cose terribili. Non si può non pensare a chi, come in Piume, vede o vuol vedere la vita solo attraverso le parole del Joker o attraverso le definizioni di un cruciverba; a chi, come Edoardo ed Antonio in Saro e la rosa, percorrerà un’avventura umana con la stordita avventatezza di una folle felicità, tra malinconie e drammi che solo la vita in due sembra riesca a stemperare.

È un’umanità che vuole e subisce, a volte, tutto ciò che l’immaginazione e la realtà assegna al suo destino. Leggiamo, in questo senso, i racconti lenitivi di Gildo in Fratellini o quelli che racconta a se stessa la protagonista monologante di Mon enfant; la recita quotidiana dei protagonisti di Angeli all’inferno, che colora d’altre tinte una non-vita; il tono auto-rassicurante di Antonio Cafiero in Effetto C.C. (Il topolino Crick), che altro non è che l’attesa illusoria dell’operazione che gli triplicherà il quoziente intellettivo; le ripetute confidenze tra il Soldato Sergente e il Soldato Bambino in Mio Capitano.

Nel teatro di Silvestri agiscono anime candide, che percorrono l’esistenza animate di innocenza e di fiducia, anche quando percosse dalla crudeltà quotidiana. D’accordo con un teatro fatto di emozioni, danno voce a sentimenti che fanno da specchio a desideri reconditi ed inconfessabili, ma anche ad abbandoni romantici capaci di riconciliarci con quella parte infantile di noi nascosta sotto una maschera di adulti. Ce ne parlano Edoardo ed Antonio in Saro e la rosa, protagonisti di un amore che non conosce, nell’attraversare l’arco di una vita, mai un calo di passione, di dialogo e di interesse; i gesti d’amore di Gildo in Fratellini e gli svariati oggetti contenuti nel sacco di Martìn; i sentimenti dei fragili soldatini di Mio Capitano o di chi questi sentimenti li aspetta e vorrebbe accoglierli, come in Fiori d’agave e in Mon enfant.

Prendono corpo così le “storie” di chi prima di tutto ha sentito il bisogno di raccontarsene, ed attraverso di esse ha portato avanti la vita. Storie vissute in prima persona e comunicate attraverso i personaggi, scritte nascondendosi dietro di essi e come essi in bilico tra realtà oggettiva e realtà interiore; distante dalla riduttiva misura del reale se non in fuga da essa e dalle sue amarezze. Sono le storie di Silvestri, ma in realtà mondi e vite che riescono ad appartenere al lettore e allo spettatore. Storie, dunque, ascrivibili anche a forme favolistiche, ma mai didascaliche o concilianti; spietate, a tratti, nella volontà di non occultare il rovescio della medaglia, il male del bene, il nero del bianco e viceversa; di non camuffare la realtà di travestimenti edificanti bensì rivelarla anche nel loro intreccio di orrore e bellezza, di crudeltà e candore.