I Pazzi

a cura di Alfredo Pellecchia

Bracco inizia la scrittura di questo dramma nel 1918 per portarla poi alla luce e pubblicarla nel 1922. Testo che resta a lungo in sospeso per volere dell’autore che nutriva scetticismo verso il lavoro. Nel dramma emergono temi e riflessioni maturate anche in precedenza in altre sue tragedie e con I pazzi sembra giungere ad una sintesi matura dei concetti. L’opera per volere dell’autore si presenta di natura teatrale per le sue caratteristiche ma sembrerebbe non essere destinata alla scena; dunque, l’autore utilizza la scrittura drammatica come mezzo per esprime le sue riflessioni in maniera dialogica e viva. Così scrive Bracco:

«E mi sembra che ciò debba risultar netto a chiunque abbia avuta la cortesia di guardare al cammino che io, illuso o disilluso, alacre o accidioso, ho percorso fin qui nel campo scenico, tra la volubilità delle platee e quella della ribalta, sempre serbandomi piú tenero dei miei lettori che non delle une e dell’altra, sempre sognando un po’… un teatro senza teatro. (È una mia antica e fissa idea che si possa non destinare al teatro – cioè alla rappresentazione – un’opera a cui si sia data l’impronta della scena. Non è forse presumibile che l’artista abbia prescelta questa impronta soltanto perché è quella piú vicina a una forma di vita?…)»1

L’idea forte in Bracco nel periodo in cui viene scritto il testo è quella di fare un opera teatrale ma senza l’esigenza di portarla in scena, un teatro senza teatro, senza rappresentazione. La scrittura teatrale per Bracco è riflessione sulla vita e poiché quella teatrale sembrerebbe la più adatta a descrivere la realtà egli si affida ad essa ma senza l’obbiettivo ultimo di un confronto con la platea. Le sue riflessioni e i suoi monologhi sono da leggere e da interrogare. Partendo da ciò si comprende il rifiuto da parte di Bracco di portare in scena come nel caso di Dario Nicodemi direttore di compagnia alla quale non diede il suo consenso. La tematica che dà il titolo all’opera è appunto quella della pazzia indagata dall’autore partendo da due interrogativi posti anche essi nel preambolo:

«- Dove finisce, nell’animale umano, la saggezza e dove

comincia la follia?

– Quali sono, nel nostro mondo, i pazzi e quali sono i savii?»2

Gli interrogativi posti dall’autore non sono destinati ad essere sciolti ma offrono al lettore il punto di vista su un tema che nei primi del Novecento è molto discusso. Tema con il quale si rapporta, come è noto, anche Pirandello e ciò suscita qualche dibattito tra i critici in merito all’influenza di quest’ultimo sulla scrittura di Bracco. Accuse dalle quali Bracco si difende precisando che il suo lavoro è antecedente a quello di Pirandello e che per caratteri la sua scrittura si pone quesiti diversi. Nell’opera l’indagine della pazzia è legata anche alla tematica amorosa. Infatti questa è allo stesso tempo creatrice e risolutrice di momenti di follia. La follia stessa oscilla tra i personaggi mostrandosi in diverse forme e in diversi tipi della società dal dottore alla donna libertina capovolgendo a sua volta la posizione di una o dell’altro interlocutore che da savio si mostra pazzo e viceversa. Il dramma è diviso in quattro atti che presentano quattro quadri differenti con cambi di scena e di atmosfere.

Il primo atto si apre nello studio di Francesco Floriani dottore e direttore di una casa di cura. In scena Francesco con la moglie Agnese in un silenzio di non detti. Agnese in questa tensione esprime il volere di separarsi dal marito, stanca dal continuo stato di inquisizione in cui la pone il marito. Traspare un malessere di vecchia data che ormai accompagna la coppia. Francesco è diffidente cerca di osservare chirurgicamente la mente e le parole della mogli per comprendere se in lei qualcosa è mutato se per caso gli è infedele. Nel testo Agnese dice:

«Io ti ripeto, ogni giorno, ogni giorno, che nulla mi ha mutata,

che nulla mi muterà mai. Te lo ripeto a fronte alta e con la voce

ferma. E a fronte alta, come una martire cristiana, subisco di

essere dilaniata dalla tua diffidenza che non si determina in

nessun perché, che non parte da nessuna circostanza visibile, che

non denunzia nessun segno di defezione del mio cuore e dei miei

sensi nei nostri rapporti coniugali»3

Francesco ingoia con amarezza la decisione della moglie ma cerca di assecondarla, restando comunque in cuor suo trepidante e sconvolto. Siamo davanti a una crisi matrimoniale alimentata dall’insistenza e la diffidenza quasi nevrotica del dottore. Il secondo dialogo avviene tra il dottore Bernardi e Francesco. Bernardi è di una scuola di pensiero diversa da quella di Francesco e i due hanno approcci con i pazienti diversi. Uno ha un approccio “Positivista” l’altro “Idealista”. L’analisi dei fatti che si propone Bernardi lo porta ad una costatazione e una visione sconfitta di chi in base ai suoi precetti si scontra con l’impossibilità di applicarli in quanto precostituiti e in disaccordo con i fatti. Questo lo porta in uno stato di insoddisfazione tale da portarlo alla pazzia.

«fatti mi restavano davanti come sfingi perverse, a

confondermi, a sfidarmi, a dileggiarmi, a provarmi l’inanità della

mia scienza, a irritarmi fino alle piú estreme conseguenze. Le

attesto che talvolta ho sentito d’impazzire anch’io»4

Per poi ribadire più avanti anche che molto spesso i dottori dei pazzi tendono a impazzire e che molti savi sembrano pazzi e viceversa. In merito al lavoro del collega Bernardi ha qualche dubbio sul concetto di libero arbitrio e sull’influenza che Francesco ha sulle sue pazienti. Se pur in uno stato di tranquillità e di apparente quiete della follia le pazienti sembrano destinate ad uniformità di pensiero perdendo loro stesse l’unicità che le caratterizza. Se da un lato viene meno la follia certamente ciò avviene a discapito di una perdita importante di personalità guidate dalle regole di Francesco. Conclude il discorso di Bernardi questa frase alquanto provocatoria.«… Una certa dose di haschich, servita a cento mussulmani diversi, discopre ugualmente a ognuno di essi il paradiso di Maometto!…»

Fa la sua comparsa del dramma a seguito di questo confronto Ulrico, un ex pazzo come egli stesso si definisce, che è stato in cura da Francesco e con il quale ha un forte sentimento di amicizia. Ulrico che risulta mutata nell’aspetto e nella mente dice di essere guarito da solo senza l’aiuto del dottore, e di averlo fatto attraverso il confronto con la gente che gli ha svelato il segreto per il suo benessere. Allontanandosi dall’ideale e dai buoni precetti Ulrico trova la sua pace appagando i suoi piaceri primari, conducendo una vita lontana dalla morale, brutalizzandosi. Parla di esistenza fisica volta a soddisfare le sue più viscerali necessità e anche nei riguardi dell’amore il suo atteggiamento mutato non più in cerca della donna ideale ma una donna che possa soddisfare con disinteresse i desideri carnali. Francesco confida all’amico della separazione dalla moglie e qui Ulrico compie il capovolgimento da pazzo diventa il savio che illustra i precetti e le sue teorie del brutalismo al dottore insinuando dei dubbi nel dottore stesso. Dopo un colloquio concitato con Agnese che decide di lasciare il giorno stesso la casa, Ulrico che ha assistito al dialogo invita a bere Francesco.

Il secondo atto si svolge nella casa di Ulrico e qui in atmosfera di rossi smorti e porticine misteriose compare in scena Sonia Zarowoska. Donna affascinate, emblema della seduzione. Ulrico è legato a questa donna solo per ragioni sessuali, i due condividono il loro rapporto solo allo scopo carnale. La donna di Ulrico è “di tutti” secondo le sue parole e conduce Francesco da lei per provare la sensazione di condividere questa donna con un suo amico e vedere che effetto ha su di lui. «nulla mi seduce di piú che il cimentarmi nell’esperimento supremo. Assistere alla concorrenza dell’amico fraterno!…». Francesco resta solo con Sonia. Tra i due vi è un dialogo interrotto dall’irruzione di un agente di Polizia e un uomo che accusa Sonia di avergli rubato il portafogli. Francesco interviene nella disputa difendendo con la sua logica Sonia e riuscendo ad ottenere la conciliazione tra le parti. Sonia resta affascinata e stranamente sconvolta dall’atteggiamento del dottore. Il capovolgimento avviene in Sonia che alle parole del dottore resta in una perplessità nuova per lei, abbandonare una vita che ha la sua intima essenza nei sensi per perseguire una vita ideale, secondo la filosofia di Francesco. Al rientro di Ulrico in casa le abitudini serali non vengono rispettate, Sonia si rifiuta di avere rapporti con Ulrico e si abbandona ai suoi pensieri.

Nel terzo atto scopriamo che Sonia si è affidata alle cure di Francesco e vive insieme ad atre donne nella Casa di Salute. Le donne guidate da Suor Marta rispettano le regole e sono impegnate da appuntamenti programmati durante la giornata. Le donne vivono in serenità tra loro. Francesco presenta alle donne Lorenzo Gemmi padre di un giovane paziente che si è tolto la vita. Compare presso la clinica Ulrico sconvolto dalla mancanza di Sonia. Ignora della presenza di quest’ultima in clinica. Ulrico non regge più i precetti della sua filosofia ammette di sentirsi legato a Sonia e di soffrire per lei. Confida a Francesco la sua malinconia:

«Giorno per giorno, come usava lei, pago la padrona affinché

non disponga delle due stanze che lei occupava. Mi reco tutte le

sere a visitarle, a guardarle, a sentirle. La sua biancheria, i suoi

abiti, i suoi scarpini, i suoi profumi, i suoi lapis, i suoi cosmetici,

sono al posto dov’erano, nel medesimo disordine, immobilizzato.

Io contemplo e tocco un poco ogni cosa, e bevo gli atomi che se

ne distaccano. Non riesco a proibirmelo, ma… ti confesso che ne

provo una importuna malinconia. (Gli passa sulle pupille un velo

di lagrime inconsapevoli,)»5

Francesco rivela ad Ulrico che Sonia è presso la sua clinica. Trai i due c’è un animato confronto e Francesco tenta di dissuadere Ulrico dal vedere Sonia, perché secondo il volere del dottore è ancora in uno stato di fragilità tale per cui la presenza di Ulrico potrebbe turbarla. All’insistenza vemente di Ulrico, Francesco non riesce ad arginare e dunque Sonia incontra Ulrico. Davanti a se si ritrova una donna diversa. Sonia ha abbandonata la vita che conduceva, quel mondo non esiste più nella sua mente e con esso anche le persone come Ulrico che lo alimentavano. La critica di Ulrico è aspra nei confronti della clinica che ha annullato l’esistenza di Sonia rendendola altro da se. Francesco ha una forte influenza sulle sue pazienti e la stessa Sonia subisce questa “tirannia”. Se da un lato le parole di Ulrico fanno riaffiorare in lei ricordi e istinti dall’altro i nuovi ideali si impongono su di lei costringendola in una sorta di sonno veglia. L’anima si cura lontana dai vizi. Sonia respinge Ulrico e la sua vita dissoluta. La prova di resistenza di Sonia raccontata da Ulrico a Francesco convince quest’ultimo che il periodo di cura della paziente è terminato e la invita ad andare via. Sonia fa di tutto per restare in clinica dichiarandosi non pronta ad affrontare di nuovo il mondo. Il dottore accoglie la sua richiesta. Ulrico sconfitto ammette la sua gelosia nei confronti di Francesco dicendo:

«È tua, solamente tua quell’anima nuova e pura – pura

come se fosse di un’adolescente – , perché tu l’hai fatta sorgere,

perché da te ne ha lei ricevuto il soffio e l’alimento. Ed io, io, che

per lo sperpero quotidiano del suo corpo non provavo ribrezzo,

non rancore, non dolore, non il piú lieve morso della gelosia e

anzi ne avevo un cinico compiacimento ributtante di cui mi

vantavo, ora sono geloso della sua anima, che tu solo possiedi! È

una gelosia infinita che non c’è mezzo di placare o di sopire!»6

Nel quarto atto tutta la scena si svolge al calare del sole. In accordo con Francesco Ulrico reincontrerà Sonia. Avviene in giardino un incontro tra Sonia e Agnese. Sonia riconosce la figura di Agnese perché più volte ha visto un quadro di lei presente nello studio dei dottore. Agnese è titubante e le parole di Sonia di forte affetto verso il marito la confondono. Sonia è innamorata di Francesco e riconosce in Agnese l’impedimento che non le concede la totale libertà di azione nei confronti di Francesco. Il suo atteggiamento però nei confronti di Agnese non è ostile ma di tenera riverenza verso chi gode di una fortuna maggiore. Dopo questo incontro giunge Francesco. Dopo la loro separazione i due hanno un primo colloquio. Agnese confessa due importanti notizie a Francesco: la prima che in lei si era insinuato il sospetto con il paziente suicidato, si fosse suicidato per amore di lei e questo la sconvolgeva, la seconda è che aspetta un bambino. Francesco è turbato dalle notizie da un lato monta in lui un odio dettato dalla prima confessione, che non solo lo destabilizza in virtù del suo fallimento come professionista ma anche come marito, la seconda invece apre la possibilità ad una riconciliazione tra i due. In questa tensione sospesa esce di scena Agnese e compare Sonia. Tra Francesco e Sonia c’è un ultimo e agitato dialogo nel quale Francesco fa trapelare una certa affezione verso Sonia alla quale però non può e non cede. Ulrico che ha spiato il loro confronto comprende la sofferenza di Sonia che soffre per amore e allo stesso tempo non può più accettare con se la donna che ama perché ormai non è più legata a lui. L’opera si conclude lasciando irrisolti i conflitti di fronte all’impossibilità di tornare indietro ma allo stesso tempo di andare avanti secondo la nuova visione proposta dal dottore. Tutte le posizioni scientifiche risultano sconfitte.

1 R. BRACCO, I Pazzi, Milano-Palermo, Remo Sandron, 1922, Preambolo.

2 Ibidem

3 Ivi, p. 12.

4 Ivi, p. 22.

5 Ivi, p. 121.

6 Ivi, p.157.