a cura di Anna Fiorile
La commedia in due atti, scritta da Peppino e Titina De Filippo, si apre in una casa borghese, dove vivono il vedovo don Pasquale e le sue cinque figlie. A far da madre e angelo del focolare c’è Sesella, la più grande di loro, che spazza, cucina, rammenda…,opponendo la docile serenità di nubile quarantenne alla smania di modernità delle sorelle più giovani. Della condizione di Sesella si duole suo padre, don Pasquale, che vorrebbe vederla curata, ben vestita e, soprattutto,maritata. Un barlume di speranza glielo apre Carmela, sua altra figlia, la quale gli confessa che Sesella è intimamente innamorata di Luciano, giovane giornalista squattrinato che frequenta la loro casa. Don Pasquale destina ogni sua energia per gettare – letteralmente – sua figlia tra le braccia del ragazzo, creando l’equivoco da cui si snoda poi tutto il secondo atto. Riuscirà don Pasquale a cambiare Sesella, la quale si mostrerà alla sua famiglia sì ben vestita, truccata e con i tacchi ma ridicola e impacciata, una figura goffa che non sta nei suoi panni. Solo il disvelamento dell’equivoco scioglierà ogni forzatura, restituendo naturalezza e semplicità.
La commedia si costruisce sugli opposti, giocando sui ruoli e sulle immagini: la figura di Sesella è senile e materna e della madre anche indossa i vestiti, li prende dal suo armadio e li adatta a sé, ha capelli lunghi e pesanti, che le coprono il collo e le appesantiscono la testa; contrapposte a lei le sorelle, briose e civettuole, frivole e scansafatiche…
La primissima rappresentazione è a Napoli, al Teatro Sannazaro, nel 1933. Il critico Renato Simoni assiste alla commedia nel febbraio del 1935 al Teatro Olimpia di Milano; questo il suo commento: “Piccola storia domestica, frequente, intimamente drammatica, spesso esteriormente ridicola. Peppino e Titina De Filippo l’hanno portata alla luce della ribalta illuminandola dei vivi colori d’una fantasia teatrale e comica che trasforma i tratti osservati in invenzioni animate, che fonde spontaneamente e brillantemente quel tanto di poesia che c’è nella rassegnazione senza speranza, e nell’improvvisa fede in un avvenimento che par quasi miracoloso, con elementi scenici, vecchi e nuovi, tradizionali e freschissimi, e contrappone le sfumate e quasi pudiche timidezze del sentimento, ai baldanzosi coloriti della commedia popolare, di quella di carattere, di quella di movimento. […] La commedia per le molte qualità, per le sue finezze, per i suoi trovati comici e anche per i suoi stessi difetti, che sono ritorni a schemi di teatro più facile, ha dato al pubblico un continuo piacere, ora appassionandolo, ora provocando la sua più larga ilarità. Anche per merito della esilarante recitazione di tutta la Compagnia e soprattutto di Eduardo De Filippo, magnifico di ricca semplicità, artista ed attore di rara complessità, e di sua sorella Titina che provocò mormorii di ammirazione, vivendo con tormentata sensibilità più che recitando il suo personaggio, e di Peppino De Filippo, che con pochi tratti netti e poche parole, disegnò un tipo di una comicità irresistibile”1.
1 Renato Simoni, Trent’anni di cronaca drammatica, a cura di Lucio Ridenti, ILTE, Torino, 1958, p. 191 – vol. quarto.
