
Biografia
a cura di Daniela Piscopo
Peppino De Filippo nasce a Napoli il 26 agosto del 1903 dal celebre Eduardo Scarpetta e Luisa De Filippo.
Ultimo di tre fratelli (Eduardo e Titina) Peppino è stato uno dei comici italiani più ricchi di fantasia del Novecento, creando testi e linguaggi raffinati, attingendo sia alla poesia, sia alla narrativa che alla musica. I primi cinque anni della sua vita li trascorre a Caivano con la balia. Nel 1909, a soli sei anni, debutta sulle tavole del palcoscenico del teatro Valle di Roma nella commedia Miseria e Nobiltà di Eduardo Scarpetta, in cui riveste il ruolo del piccolo Peppiniello, figlio di Felice Sciosciammocca. Intanto studia pianoforte e continua a recitare saltuariamente da solo o con i fratelli. Viene poi inviato nel collegio di Chierca dove rimane per due anni controvoglia. Allo scoppio della Prima guerra mondiale i tre fratelli scritturati nella compagnia di Vincenzo Scarpetta girano l’Italia centro-meridionale, fermandosi al Teatro Mercadante e al Fiorentini di Napoli. Nel 1920 Peppino entra a far parte della compagnia di prosa Molinari al Teatro Nuovo dove ha il piacere di conoscere Totò. Lavora poi nella compagnia dialettale di Francesco Corbinci al Teatro Partenope nel ruolo di “generico” con la sorella Titina che è invece prima attrice. Successivamente passa nella compagnia di riviste di Francesco Amodio sempre nel ruolo di “generico”, mentre dal 1923 al 1925 sconta il servizio militare presso la Scuola Allievi Sottoufficiali di Casagiove. Finalmente a 22 anni rientra nell’ambiente teatrale, scritturato dalla compagnia di prosa napoletana di Salvatore De Muto. Dopo la morte di Eduardo Scarpetta, cui fece seguito un periodo di difficoltà finanziarie, lascia De Muto e accetta di entrare a far parte della compagnia di avanspettacolo Consalvi-Urcioli, solo, come ebbe a sottolineare più tardi, per avere maggiori e più sicure possibilità economiche. Ma le cose non vanno come previsto e, facendosi dare ospitalità da Eduardo, nel 1927, occupa nella compagnia di Vincenzo Scarpetta il ruolo di attore “brillante” al Teatro Manzoni, lasciato libero dal fratello che nel frattempo era passato nelle fila della compagnia Carini-Falconi. Ritornato Eduardo, dopo la non proficua esperienza del teatro “in lingua”, i due fratelli lavorano insieme nella compagnia Scarpetta e, nell’estate dello stesso anno 1927, su proposta di Michele Galdieri mettono su un capocomicato per proporre La rivista che non piacerà debuttando con successo al Fiorentini di Napoli.
Il 10 ottobre del 1929 Peppino sposa Adele Carloni e nel 1930 nasce il figlio Luigi. Lo stesso anno entra a far parte della compagnia Molinari del Teatro Nuovo di Napoli che mette in scena uno spettacolo di rivista dal titolo Pulcinella principe in sogno a cui collabora anche Eduardo con l’atto unico Sik-Sik l’artefice magico. Nel dicembre del 1931 il contratto con l’impresario del Nuovo, Eugenio Aulicino, scade e i tre fratelli ne sottoscrivono un altro col cinema-teatro Kursaal, con il nome “Compagnia Teatro Umoristico: i De Filippo”. Scrive Peppino, ricordando quell’esperienza nella sua autobiografia: “Sottoscrivemmo un breve impegno per avanspettacolo della durata di una sola settimana… Con il solito gruppo di attori vi debuttammo la sera del 21 dicembre del 1931 con un atto scritto appositamente da mio fratello dal titolo Natale in casa Cupiello… Quel nostro senso teatrale di humor, quel parlare cioè con sorriso amaro di cose affatto liete, quel presentare con un velo di comicità ciò che in realtà è triste e penoso fu il cardine intorno al quale si mosse il nostro successo. L’impresario ci propose un terzo prolungamento di contratto e alla fine la fortunata stagione si protrasse per ben sette mesi consecutivi: dalla fine di dicembre del 1931 alla fine di luglio del 1932”.
Finalmente il 10 ottobre del 1932 i tre fratelli creano una propria compagnia di prosa autonoma debuttando al Teatro Sannazaro di Napoli con Chi è cchiù felice ‘e me di Eduardo e con Amori e balestre di Peppino. Nello stesso anno Peppino gira il suo primo film Tre uomini in frak assieme al fratello e a Tito Schipa. Segue un periodo di grandi successi, tournèe in tutta Italia, nuove commedie, critiche eccellenti. La stella dei De Filippo sembra destinata a non tramontare mai, invece il 10 dicembre del 1944, al Teatro Diana di Napoli la compagnia si scioglie. Nello stesso dicembre Peppino partecipa alla rivista di Michele Galdieri con Imputato alzatevi e Non sei mai stato così bello al Teatro Quattro Fontane di Roma.
Il 24 agosto del 1945, dopo essersi separato dalla moglie, debutta con la sua nuova compagnia a Milano, al Teatro Olimpia, con la commedia di Armando Curcio I casi sono due. Il 24 aprile del 1946 è invece a Roma con Quelle giornate, ottenendo un successo strepitoso con oltre 266 repliche nelle due stagioni consecutive. Seguiranno tante altre commedie esaltate da pubblico e critica. Soprattutto Peppino troverà un proprio stile di fare teatro che caratterizzerà tutta la sua produzione successiva. Più tardi acquisterà una casa-teatro a Roma occupandosi della gestione del Teatro delle Arti dal 1959 al 1969.
Nel 1971 Lidia Maresca sua compagna d’arte e di vita muore, lasciandolo profondamente addolorato. Continua comunque a recitare e dopo vari anni nel 1977 sposa Lelia Mangano, sua partner in compagnia. Lavora con passione: nel 1956 è in tournèe in Sud America e in Spagna; nel 1963 è a Parigi dove riceve il premio della critica del Thèatre des Nations per la sua opera; nel 1964 è ospite a Londra per la World Theatre Season all’Aldwich Theatre; dal ’65 al ’69 viaggia tra Praga, Varsavia, Unione Sovietica, Jugoslavia, Svizzera, Portogallo, Spagna, Francia e torna nuovamente a Londra nel ’74. Contemporaneamente s’immerge con onore anche nel cinema, collaborando con Totò a numerosi film, e nella televisione, creando nel ’66 la celebre maschera di Pappagone per la trasmissione “Scala Reale”.
Peppino scomparirà il 26 gennaio del 1980 lasciando un grande lutto nel mondo del teatro.
Alla morte del padre la tradizione e l’arte teatrale di Peppino viene portata avanti dal figlio Luigi.
Peppino, padre comico drammatico.
a cura di Anna Fiorile
Al Peppino personaggio comico a teatro, al cinema e in tv si contrappone il Peppino uomo di profonda sensibilità e acuta malinconia; ce ne parla lo stesso Peppino, nello scritto che segue, in cui cita il figlio Luigi il quale, presente con lui sulla e dietro la scena, vive e comprende a pieno questa dicotomia:
“L’unico che non si diverte è il ritratto di mio figlio Luigi sospeso ad una parete, la cui espressione, seppure sorridente, è quella di chi comprende il dramma di suo padre, che è quello di essere creduto arguto e spiritoso, comico e faceto, ilare e farsaiolo, grottesco e spregiudicato anche quando dorme o fa il bagno, quando scrive o quando legge, quando mangia o quando è triste, soprattutto quando è triste. Ma io non me la prendo: è il dramma dell’attore comico. Perché io sono un attore comico! Ci tengo ad essere tale, voglio restare tale, intendo morire tale! Io so di essere tragico addirittura nella mia comicità. Cerco di dare ai miei tipi un fondo di umanità, perché li attingo dalla vita e cerco di orientarli poi verso una caratterizzazione dei difetti e delle debolezze umane, come la superstizione, la pavidità, la spavalderia, la timidezza. Se un tipo mi piace, lo studio e lo sottopongo a operazione analitica; poi cerco di creargli intorno una vicenda, un fatto e infine lo porto sul palcoscenico alla luce della ribalta”1.
Ed è proprio il figlio Luigi che, all’indomani della scomparsa del padre, si farà maggiore interprete delle sue opere difendendone l’operato da quell’oblio a cui, affermava, il potere stava condannando Peppino poiché non aderente ad un certo clan2. Il primo allestimento per la regia di Luigi De Filippo unisce due celebri testi di Peppino, Don Rafele ’O Trumbone e Cupido scherza e…spazza, nello spettacolo Quando a Napoli è commedia (Don Rafele ’O Trumbone e Cupido scherza e…spazza), che debutta a Sala Umberto a Roma, il 17 novembre 1981. Il noto critico teatrale Aggeo Savioli così commenta su l’Unità: “Luigi De Filippo ha allestito, in quanto regista, una rappresentazione scrupolosa, secondo canoni collaudati. Come attore, (…) appare più vicino all’immagine paterna, oggi, che quando lavorava accanto a Peppino. Del genitore ha bene assorbito ritmi, gesti, espressività delle pause, ma è suo quel sottofondo di malinconia che tempera la protervia di certi atteggiamenti tipici dei personaggi”3.
Luigi De Filippo fa sempre riferimento alla portata tragica e amara della comicità dei testi paterni; intervistato in qualità di regista dalla giornalista de “Il Giorno” Fulvia Berti a proposito dello spettacolo “Come finì don Ferdinando Ruoppolo”, di Peppino De Filippo, egli racconta il seguente aneddoto: “il protagonista possedeva gran parte del pessimismo che provava allora anche mio padre, e alla fine si uccideva dopo aver scoperto che lui era l’unico ostacolo alla felicità della famiglia. Ricordo che Fellini, subito dopo una rappresentazione, venne nei camerini a salutare mio padre e scherzando gli disse: ‘Senti Peppino ma visto che a questo qua non gliene viene bene una nella vita, non sarebbe meglio fargli fallire anche il tentativo di suicidio? Si potrebbe ad esempio fare in modo che, buttandosi dalla finestra, resti impigliato nell’asta di una bandiera”4.
Luigi De Filippo non mancherà mai di rimarcare questa dolorosa componente della produzione paterna, anche nei programmi di sala degli spettacoli, tenendo dunque a ricordare e celebrare non solo il personaggio ma anche e soprattutto l’uomo:
“Qui il sentimento del comico nasce dalla miseria come stato normale e condizione biologica. È la comicità dell’essere non integrabile. La miseria di questi personaggi che accettano i più assurdi compromessi per placare una fame che non li abbandonerà più fino al termine dei loro giorni,non ha fine. E poiché il subirla e sopportarla li rende liberi da ogni scrupolo e obbligo di convivere sociale, diventa perfino ‘bella’,proprio perché così disperata, definitiva, liberatoria” – Luigi De Filippo, programma di sala di Miseria bella5
“Rappresentata per la prima volta al Teatro Nuovo di Napoli nel 1931 fu uno dei primi successi dei fratelli De Filippo, Eduardo,Peppino e Titina .La propongo al pubblico d’oggi con la mia regia e interpretazione assieme a una Compagnia di validi e giovani attori. In questa commedia vi sono personaggi comici e grotteschi della Napoli dei De Filippo. Una comicità festosa e amara che, sotto l’apparente buffoneria, nasconde una sostanza fatta di dolore e sofferenza. […] C’è il gusto di parlare dell’uomo all’uomo, affascinandolo con una favola campagnola amara e grottesca, nella quale può trovare in caricatura una parte di se stesso. Il teatro inteso come gioco, una finestra aperta su una piccola provincia vista con ironia, dove di vero e sincero ci sono la spontaneità e la violenza dei sentimenti che accompagnano la nostra esistenza nel bene e nel male” – Luigi De Filippo, a proposito di Un ragazzo di campagna6
Allestimenti citati:
Compagnia Luigi De Filippo – Geppy Gleijeses
Quando a Napoli è commedia (Don Rafele ’O Trumbone e Cupido scherza e…spazza)
Di Peppino De Filippo
Regia Luigi De Filippo
Scene e costumi Salvatore Michelino
Con Luigi De Filippo, Geppy Gleijeses, Antonella Giardiello, Maria Basile, Rossella Serrato, Pino Mariano, Luigi Petrucci, Sergio Rispoli, Pino Calabrese, Giuseppe Calà
Sala Umberto, Roma, 17 novembre 1981
Compagnia Teatro Popolare
Miseria bella
Di Peppino De Filippo
Regia Luigi De Filippo
Scene Salvatore Michelino
Costumi A. Mancuso e P. Madau
Musiche Pasquale Scialò
Con Mimmo Sepe, Corrado Taranto, Sergio Rispoli, Luigi Petrucci, Luigi De Filippo, Pino Mariano, Marina Piscopo, Maria Basile.
Teatro Nuovo, Milano, 1 novembre 1983
Compagnia Luigi De Filippo
Come finì Don Ferdinando Ruoppolo
Di Peppino De Filippo
Regia Luigi De Filippo
Scene Salvatore Michelino
Costumi Maria Rosaria Donadio
Con Lunetta Savino, Francesco Tavassi, Gino Festa, Annamaria Ackermann, Brigitte Petronio, Eliana Bosi, Luigi De Filippo, Marcello Di Martire, Elio Bertolotti, Armando Cianchella, Antonio Izzo, Anna D’Onofrio
Teatro Parioli, Roma, 31 ottobre 1986
Luigi De Filippo – I due della città del sole
Un ragazzo di campagna
Di Peppino De Filippo
Regia Luigi De Filippo
Scene Salvatore Michelino
Costumi Laura Tibaldi De Filippo e Antonella Mancuso
Con Luigi De Filippo, Patrizia Milone, Massimo Pagano, Giuseppe Cantore, Donatella de Felice, Rosario Giglio, Annamaria Senatore, Antonio Intorcia, Sandra Banco, Manuela De Falco, Stefania Ventura, Pierluigi Iorio
Bologna, Teatro Due, 13 febbraio 2001
1 Patalogo, vol. 3, stagione 1979/1980, pp. 56-57
2 Luigi De Filippo da un’intervista di Rita Sala, “Il Messaggero”, 23 novembre 1981
3 Patalogo vol. 5-6, 1981/1982, p. 35
4 Luigi De Filippo da un’intervista a Furia Berti per Il Giorno, 7 aprile 1987
5 Patalogo vol. 07 1983/1984, p. 82-83
6 Patalogo vol. 24 2000/2001, p. 41
Cronologia delle opere teatrali
a cura di Daniela Piscopo
1927
Trampoli e cilindri (Un atto in dialetto napoletano)
1931
Un ragazzo di campagna (Farsa in due parti)
1931
Don Raffaele il trombone (Commedia in un atto)
1931
Spacca il centesimo (Commedia in un atto)
1931
Miseria bella (Farsa in un atto)
1931
Cupido scherza… e spazza (Farsa in un atto in dialetto napoletano)
1931
Una persona fidata (Farsa in un atto)
1931
Aria paesana (Storia vecchia uguale per tutti in un atto)
1931
Quale onore! (Farsa in un atto)
1932
Amori… e balestre! (Farsa in un atto in dialetto napoletano)
1932
Caccia grossa! (Un atto ironico romantico)
1933
A Coperchia è caduta una stella (Farsa campestre in due parti)
1933
La lettera di mammà (Farsa in due parti)
1933
Quaranta… ma non li dimostra (Commedia in due parti in collaborazione con Titina De Filippo)
1933
Il ramoscello d’olivo (Farsa in un atto)
1933
I brutti amano di più (Commedia romantica in tre parti)
1936
Un povero ragazzo! (Commedia in tre atti e quattro quadri)
1936
Il compagno di lavoro! (Un atto in dialetto napoletano)
1939
Bragalà paga per tutti! (Un atto in dialetto napoletano)
1940
Il grande attore! (Commedia in un atto)
1940
Una donna romantica e un medico omeopatico (Da una commedia-parodia in cinque atti di Riccardo di Castelvecchio. Riduzione in tre atti in dialetto napoletano)
1942
Non è vero… ma ci credo! (Commedia in tre atti)
1947
Quel bandito sono io! (Farsa in tre atti e quattro quadri)
1948
L’ospite gradito! (Tre atti comici)
1948
Quel piccolo campo… (Commedia in tre atti)
1949
Per me come se fosse! (Commedia in due parti e quattro quadri)
1950
Carnevalata (Un atto)
1950
Gennarino ha fatto il voto (Farsa in tre atti)
1950
I migliori sono così (Farsa in due parti e otto quadri)
1952
Pronti? Si gira! (Satira buffa in un atto)
1952
Pranziamo insieme! (Farsa in un atto)
1952
Io sono suo padre! (Commedia in due parti e quattro quadri)
1955
Pater familias (Commedia in un atto)
1955
Noi due! (Commedia in un atto)
1955
Un pomeriggio intellettuale (Commedia in un atto)
1956
Dietro la facciata (Commedia in un atto)
1956
Le metamorfosi di un suonatore ambulante (Farsa all’antica in un prologo, due parti e cinque quadri. Con appendice e musiche di Peppino De Filippo)
1956
Il talismano della felicità (Farsa in un atto)
1957
La collana di cento noccioline (Commedia in un atto)
1963
Omaggio a Plauto (Un atto)
1965
Tutti i diavoli in corpo (Un atto)
1965
L’amico del diavolo (Commedia in tre atti)
–
Un ragazzo per modello (Farsa all’antica in un atto, tratta da un tema dell’Arte)
–
Un suicidio collettivo (Farsa all’antica in un atto, tratta da un tema dell’Arte)
–
Tre poveri in campagna (Farsa all’antica in un atto, tratta da un tema dell’Arte)
Poesie
a cura di Daniela Piscopo
Peppino si accostò con curiosità e naturalezza anche alla poesia, infatti, l’immediatezza del verso gli consentiva di fotografare la realtà nei suoi molteplici aspetti. Peppino descrive i vicoli di Napoli, la sua gente, i balconi fioriti, i paesaggi soleggiati o notturni e malinconici, come pure l’amore, i sentimenti, le emozioni, in una forte dimensione contemplativa, senza tralasciare, però, le sue grottesche lezioni di morale e le bonarie ammonizioni sui vizi e difetti degli uomini.
Qui di seguito è riportato l’elenco dei titoli delle sue poesie più note, pubblicate in Paese Mio! Poesie e Canzoni napoletane, Napoli, Marotta, 1966.
- Don Luca Pecorella
- Fortuna!
- Storia ‘e ‘nu passarotto e ‘na cardella
- ‘A visita
- Ingenuità!
- ‘A pianta ‘e rose
- ‘O bene ‘e mamma
- ‘A strada nosta
- ‘Nammuratella mia!
- Derettezza!
- Campagna
- ‘O barcunciello
- Sfizzio
- Quanno tu nun ce staje…
- Femmena bella
- Differenza
- Scaramanzia
- Austo
- Sera
- Ll’avaro
- Va comme ‘a pienze!
- Chilo ca se cuntenta
- Verità
- Prudenza
- Felicità
- Cuscienza
- Ll’amico
- ‘A messa
- Munno
- Cunziglio!
- Notte
- ‘E duje cecate
- Nennella
- Tu
- Stelle
- Lettera sincera
- ‘O core
- Presentimento!
- Bellezza
- Chillo ca è onesto… e chillo ca è mariuolo
- ‘A casa ‘e Dio
- Lontananza
- Cuntrora
- ‘O sbruffone
- ‘A sepa
- Rosa Pino e Gennarino
- Che sciorta!
- Fronne
- ‘Nu cacciatore
- Penziero fisso
- Penziero allero
- Penziero triste
- Penziero dispettoso
- Penziero ‘e guaglione
- Penziero onesto
- Penziero pe’… quaccheduno
- Penziero maligno
- Penziero d’ammore
- Penziero naturale
- Penziero… birbante!
- Penziero gnurante
- Penziero giusto
- Penziero sbagliato
- Penziero scialaccone
- Penziero busciardo
- Penziero sicuro
- Penziero impossibile
- Penziero devoto
- Penziero malamente
- Penziero leale
- Penziero pe’ ‘na guagliona
- Penziero guappo
- Penziero veziuso
- Penziero amaro
- Penziero eterno
- Penziero puveriello
- Penziero ricco
- Penziere antiche
- Penziero geluso
- ‘Nu penziero speranzuso
- Penziero inutile
- Che penziere…
- ‘Nu penziero…
- Penziero sincero!
Canzoni
a cura di Daniela Piscopo
Nella sua duttilità, Peppino De Filippo, si avvicinò con creatività anche alla musica, componendo canzoni, delle quali alcune furono pubblicate con successo. La più famosa fu indubbiamente Paese mio!, un vero inno alla propria terra, scritta per la sigla della rubrica televisiva “Peppino al Balcone“. I temi, semplici esaltano i sentimenti, primo fra tutti l’amore, cantato in tutti i suoi infiniti aspetti, ma nelle canzoni di Peppino si sente forte anche l’accostamento alla natura, esaltata nei suoi cicli stagionali, ora con malinconia, ora con allegria e vitalità.
Qui di seguito è riportato l’elenco dei titoli delle sue canzoni più famose, pubblicate in Paese Mio! Poesie e Canzoni napoletane, Napoli, Marotta, 1966.
- Paese mio!
- Schiavone
- Vierno trase
- Estate!
- Canzone d’ammore
- ‘O Vesuvio s’è stutato
- Nonna, nunnarella…
- So’ turnato cu te
- Austo!
- Chitarrata d’ammore
- Zingara mia…
- Tu si’ chella!
- T’avevo ditto
- Fronne…
- ‘A pianta ‘e rose
- Napule, Napule, Nà…
- ‘Sti rrose ca te manno
- Si putesse cagnarme ‘stu core…
- Buongiorno ammore!
- Ammore mio!
- Lassammoce, Marì!
- Nun me di ‘cchiù buscìe
- ‘O sbruffone
- Sposa cafona!
- Nun me passa manco pa’ ‘a capa
- ‘O tarallaro
- Vicino a te
L’autobiografia
a cura di Daniela Piscopo
Nella sua autobiografia, intitolata Una famiglia difficile, Peppino intraprende un lungo viaggio a ritroso nel tempo. Il libro ripercorre infatti i momenti fondamentali della sua vita: dall’infanzia trascorsa nel piccolo paese di Caivano con la balia; al ritorno a Napoli nella casa materna con i fratelli Eduardo e Titina su cui si sofferma a lungo.
Tratteggia inoltre tutta l’esperienza teatrale percorsa: dagli esordi nei panni di “Peppiniello” nella celebre commedia di Eduardo Scarpetta Miseria e Nobiltà, al sodalizio con Eduardo nella compagnia “Il teatro Umoristico dei De Filippo” fino al fatidico Dicembre 1944, quando i fratelli si dividono e Peppino forma un suo gruppo teatrale. Conclude infine il suo percorso, raccontando il tragico giorno della morte di Titina in cui vede per l’ultima volta Eduardo.
E’ sorprendente come l’autore con la sua scrittura semplice e lineare, sappia presentare nei minimi particolari scene di vita familiare in cui persino una pianta, un mobile, il colore di una stanza o figure marginali acquistano il ruolo dei protagonisti. Dalle sue righe viene fuori una leggera musicalità fatta di suoni, parole, risate, pianti che conferiscono al testo un ampio respiro. Peppino è un attento scrutatore di tutto ciò che lo circonda, immagina persino di ricordare gli odori e i sapori di un tempo, ma ha anche un animo fortemente sensibile che lo porta a vivere con tormento la sua non facile situazione familiare. È’ un figlio illegittimo non riconosciuto dal padre naturale, che è costretto, come gli altri due fratelli a chiamare zio. Questa figura di uomo imponente ed austero si aggira per le stanze della casa lasciando molto poco di sé, se non la sua severità, ma soprattutto non donando l’amore di cui i figli hanno bisogno. E allora il tono delle parole si fa più triste, quasi doloroso, raggiungendo a volte punte di commozione.
Eduardo e Titina compaiono all’interno di questo mondo del ricordo quali figure onnipresenti. Peppino ha un grande amore per la sorella da cui si sente protetto e che stima profondamente nel suo ruolo di artista; d’altronde anche nelle opere successive come Strette di mano o nelle poesie non cesserà mai di parlare di lei con grande dedizione e nostalgia. Con Eduardo è invece più severo. Il quadro che ne delinea è quello di un uomo egocentrico, di fratello “tiranno” che non esita ad imporgli le sue scelte artistiche, spesso, relegandolo ad un ruolo marginale in quel mondo teatrale che egli stesso si era faticosamente costruito e che non esitava a voler gestire a modo proprio. Peppino si sentiva perciò tristemente sottovalutato nel suo ruolo di autore-attore e numerose erano state le dispute accese circa la scelta dei soggetti teatrali, del modo in cui interpretarli e portarli sulla scena. In quest’ambito Titina ebbe spesso la funzione di mediatrice, ma al momento della rottura definitiva nemmeno lei riuscì ad impedire ciò che era nell’aria già da tempo: lo scioglimento della compagnia. Il colpo fu durissimo per Peppino che si trovò improvvisamente allo sbaraglio senza un preciso tipo di orientamento teatrale e proprio negli anni in cui Eduardo trionfava con Filumena Maturano che lo elevava a monumento del teatro nazionale ed internazionale. Ed è proprio nello smacco subito, nel desiderio di rivincita personale che risiede il significato più profondo della sua autobiografia, intesa non solo come desiderio di fermare il tempo, ripercorrendo ad uno ad uno i momenti più importanti della sua vita, ma anche come “denuncia” di eventi familiari e artistici con lo scopo di riscattare se stesso, la propria dignità e bravura in quell’ambiente teatrale in cui non era certo una semplice comparsa. Da qui la scelta di tradurre tutte le sue opere in lingua e di dare un giusto valore al genere prescelto: la farsa.
Pappagone
a cura di Daniela Piscopo
Nel 1966 Peppino inventò un’autentica maschera nel corso di una trasmissione televisiva intitolata “Scala Reale”, più precisamente andò a ripescare un personaggio creato molti anni prima per la commedia di Armando Curcio I casi sono due, si trattava del cuoco Gaetano Esposito che aveva fama d’essere bugiardo e imbroglione, nato da una relazione extraconiugale del barone Ottavio del Duca.
Bastò il cambio del nome, qualche ritocco e così nacque Pappagone, fenomeno televisivo degli anni ’60, vera ultima maschera italiana. Anche in questo caso, come per le opere teatrali, la tradizione della Commedia dell’Arte ebbe un peso rilevante. Dopo Pulcinella, Felice Sciosciammocca, la figura di Gaetano Pappagone si presentò con tutti i connotati di personaggio comico, farsesco, un po’ stupidotto alle dipendenze del “Cummantatore Pupino Di Filippo”: una maschera piena di vita, allegra, dallo spirito bizzarro, popolare, scaltra, goffa, dietro la quale si legge tutta la saggezza, la furbizia, l’intelligenza della gente di strada che crea una propria filosofia, un proprio stile a volte anche scanzonato per non lasciarsi sopraffare dalle traversie quotidiane. Pappagone diventa l’alter ego di Peppino, che con ironia si prende gioco di se stesso, ma è altrettanto personaggio autentico, nel quale ognuno può riscoprire una parte di sé, dei propri difetti e delle proprie manie. Volutamente amplificato nei suoi eccessi, Pappagone, grazie al nuovo linguaggio creato per lui, diventa strumento di cui l’autore si serve per abbattere con delicatezza i muri delle ipocrisie e i luoghi comuni del suo tempo. Da qui la grandezza e la modernità che contraddistinguono questa maschera, nonché la bravura di Peppino nel saper costruire una lingua apposita, fatta di mille sfumature, colori, neologismi, gerghi in vernacolo-italianizzato. Di grande effetto quindi i suoi “piriché”, “eque qua”, “anzio”, “propeto”, “tante esequie”, e numerose altre, che vanno a formare un vero e proprio dizionario, un nuovo linguaggio del nonsense, un linguaggio alla rovescia che rappresenta il trampolino dal quale Peppino si lancia, lasciandosi alle spalle il passato, la Commedia dell’Arte e le sue maschere.
Bibliografia dell’autore
a cura di Daniela Piscopo
- DE FILIPPO Peppino, Poesie (1929-30), Roma, A. Curcio editore, 1952.
- Id., Il fu Bobò (favole umoristiche), Roma, A. Curcio editore, 1954.
- Id., Farse e commedie, Napoli, Marotta, 1964, 2 voll.
- Id., Paese mio! Poesie e canzoni napoletane, Napoli, Marotta, 1966.
- Id., Paese mio! Poesie e canzoni napoletane, Napoli, Marotta, 1968.
- Id., Farse e commedie, Napoli, Marotta, 1971, 4 voll.
- Id., Paese mio! Poesie e canzoni napoletane e “Pagine per Lidia”, Napoli, Marotta, 1973.
- Id., Strette di mano, Napoli, Marotta, 1974.
- Id., Farse e commedie, Napoli, Marotta, 1984-’85, 12 voll.
- Id., TuttoPeppino ovvero una straordinaria antologia di sketch, poesie, favole, racconti, canzoni e caricature con pagine anche inedite di teatro, a cura di Rodolfo Di Giammarco con la collaborazione di Lelia Mangano De Filippo, Roma, Gremese, 1992.
- Id., Una famiglia difficile, Napoli, Marotta & Marotta, 2025.
Bibliografia critica
a cura di Daniela Piscopo
aggiornamento a cura di Anna Fiorile
- ANILE A. (a cura di), Totò e Peppino fratelli d’Italia, prefazione di Lello Arena, postfazione di Roberto Escobar, Torino, Einaudi, 2001 con videocassetta Totò, Peppino e… (ho detto tutto).
- BORRELLI C., Peppino De Filippo: tra palcoscenico e cinepresa, prefazione di Giuseppina Scognamiglio, Kairós, Napoli, 2017
- DE FILIPPO L., De Filippo e De Filippo, Roma, Newton Compton, 1993.
- DE FILIPPO L. – OTTOLENGHI V., La carretta dei comici. Avventure fra verità e fantasia di una famiglia di teatranti, Napoli, Marotta, 1971.
- DE VITA U., Il teatro dei De Filippo: note, appunti, testimonianze su poesia e drammaturgia di Eduardo e Peppino De Filippo, prefazione di Mario Scaccia, nota introduttiva di Fabio Pierangeli, Nuova cultura, Roma, 2002
- FIORE E., Vent’anni senza Peppino, Il Mattino, 26 gennaio 2000
- GERON G., Peppino De Filippo: la sublimazione della farsa, in Sipario: rassegna mensile dello spettacolo , A. 54(2000), n.609, p.43-44
- GHIRELLI A., Un secolo di risate, Cava de’ Tirreni, Avagliano editore, 2004, pp. 75-85.
- GIACOVELLI E., I film di Peppino De Filippo, filmografia e ricerche di Enrico Lancia, Roma, Gremese, 1992.
- GIACOVELLI E. – LANCIA E., Peppino De Filippo, Roma, Gremese, 1992.
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Enciclopedie e dizionari
a cura di Daniela Piscopo
- Dizionario dello spettacolo del Novecento, a cura di F. Cappa e P. Gelli, Milano, Baldini&Castoldi, 1998, sub voce.
- Dizionario enciclopedico della letteratura italiana, Palermo, Laterza-Unedi, 1968, Vol. V, sub voce.
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- Dizionario letterario Bompiani, Milano, Bompiani Editore, 1963, Vol. III, sub voce.
- Dizionario universale della letteratura contemporanea, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1960, Vol. IV, sub voce.
- Enciclopedia dello spettacolo, Roma, Le Maschere, 1954-62, Vol. IX, sub voce.
- Enciclopedia italiana, Roma, Istituto Poligrafico dello Stato, 1950, Vol. XXXV, sub voce.
- Grande dizionario enciclopedico UTET, Torino, UTET, 1995, Vol. XX, sub voce.
- Letteratura italiana. Gli Autori. Dizionario bio-bibliografico, Torino, Einaudi, 1991, Vol. II, sub voce.
- Scrittori e idee. Dizionario critico della letteratura italiana, Torino, Società Editrice Internazionale, 1956, sub voce.
Articoli scelti
a cura di Daniela Piscopo
- CAPUANO E., La dittatura di Peppino, “Dramma”, 5 maggio 1975.
- FATTORI G., I mille personaggi di Peppino De Filippo, “Giornale di Vicenza”, 14 settembre 2000.
