Intervista a Manlio Santanelli (3)

a cura di Rossella Petrosino

Rilasciata il 21/05/2025

R. Petosino: L’ambito entro il quale si svolge questa intervista è quello dell’aggiornamento del Sito Teatro Napoletano Unisa, realizzato nel 2011 – forse ricorderà – e già aggiornato nel 2021. Dopo aver rivisto le bibliografie e la cronologia delle opere, ci siamo resi conto che la sua biografia manca di alcuni passaggi che ci sembra invero opportuno approfondire.

M. Santanelli: Mi dica lei! Vogliamo parlare di quando giocavo a basket? Quando avevo vent’anni ho fatto la Lega Juniores, poi ho fatto un paio di partite in panchina in serie C. Poi sono cominciate le “torri”, si è verificata questa nuova generazione di persone mastodontiche e alte, e io pur essendo longilineo in qualche modo non ero più adatto perché iniziò l’epoca dei “grattaceli”

R. Petrosino: Allora io inizierei dal racconto di un “fattariello” che ho avuto il privilegio di ascoltare in occasione di un evento organizzato presso il Centro Studi – non ricordo con precisione quale fosse ma lei c’era e raccontò delle sue gite a Capri con sua madre…

“Forse lo faceva per evitare eventuali sensi di colpa, che avrebbero potuto tormentarla in seguito; o forse si comportava a quel modo in ossequio alla sua inveterata tendenza ad elaborare funesti pensieri. Parlo di mia madre che, quando mi portava da bambino in gita a Capri o a Ischia, una volta sul traghetto mi sistemava direttamente nella scialuppa di salvataggio”

Ricordo di aver pensato in prima battuta di aver trovato la chiave di lettura di tutta la sa drammaturgia in quel racconto, o quantomeno la ragione del comico e dell’ironia. Ma l’episodio in sé non ha nulla di comico. Quando e come accade perciò che si inizi a interpretare – e nel suo caso raccontare (per nostra fortuna) – il mondo in chiave ironica? 

M. Santanelli: si certo, questo è senz’altro un evento significativo attraverso il quale si può comprendere la mia persona e di conseguenza la mia scrittura, ma ce n’è uno che precede secondo me: durante la Guerra, nel ‘43 io avevo 5 anni, nel porto di Napoli scoppiò la santabarbara di un incrociatore e lo smottamento d’aria ruppe tutti i vetri della città bassa, almeno fino a Santa Teresa, io abitavo in un Palazzo al centro storico, in via Port’Alba e avemmo le finestre con i vetri completamente rotti. Mio padre, medico psichiatra, si ricordò di un suo collega radiologo che non vedeva da un po’ di tempo ma che però sapeva essere sulla piazza e gli venne l’idea di chiedergli delle lastre per radiografia per tamponare le falle più vistose e difenderci dal freddo di marzo, non essendoci nemmeno i riscaldamenti in casa. Questo radiologo – Orlando Catalano – gli fornì un gran numero radiografie, usate però, perché quelle nuove servivano a lui. Mio padre le applicò, si rivelarono protettive contro pioggia e gelo ma il mattino seguente, allo spuntar del sole, pareti e pavimenti della casa erano popolati di teschi e casse toraciche, di tibie e casse toraciche di ogni foggia.   

Direi che l’ironia è il rovescio della disperazione, il modus pensandi, lo stato d’animo che reagisce, esorcizza il dramma e lo trasforma in commedia. È un modo per esorcizzare i terrori e le paure che alloggiano nell’anima.

In fila poi metterei un’altra prodezza di mia madre: quando io entrai in RAI (che facevo l’assistente ai programmi, facevo l’assistente ai registi, io avevo scelto non a caso la prosa, da lì infatti poi è partita la mia vocazione alla scrittura), in quel periodo mia madre si confidava con una sua amica e diceva “io ho paura, Manlio è molto distratto, ho paura che la sera lasci le telecamere accese” come se fosse la luce del corridoio di casa…

R.Petrosino: Lei ha scelto la via del teatro dopo una formazione in Giurisprudenza, un passaggio che immagino non sia stato del tutto semplice, soprattutto in un contesto familiare borghese e in un’epoca in cui l’idea di ‘mestiere’ era ancora fortemente legata a percorsi tradizionali. Cosa l’ha spinta a compiere questa scelta così radicale? E come ha vissuto, allora, il rapporto tra vocazione artistica e aspettative sociali?

M. Santanelli: io scelsi Giurisprudenza decisamente condizionato dalla passione per il latino. Siccome il corso di studi prevedeva molti esami di Diritto Romano e io avevo già assaporato l’universo della Giurisprudenza, che in Occidente ha le sue radici nelle civiltà romana e nel diritto latino, scelsi questa facoltà. Però poi mi orientai verso la Filosofia del Diritto, perché era il ramo che corrispondeva di più i miei interessi classici, dal Liceo Classico in poi. La scelta poi di cambiare rotta è stata una condizione dettata dalla necessità di guadagnare perché avevo perso mio padre (all’età di 14 anni), c’era bisogno che mi dessi da fare e quindi mi piegai alla RAI, fui assunto lì e contemporaneamente continuai a studiare e mi laureai che già lavoravo. 

Ma ho sempre avuto una naturale inclinazione verso il teatro che veniva anche assecondata dalla mia sorella più grande che mi portava al San Carlo o al Mercadante (quando era aperto perché restò chiuso per molti anni) e ricordo che in quell’epoca ho visto molto: Il commesso viaggiatore, Cechov, Gassman con le sue regie (Otello che recitava assieme a Salvo Randone, una sera faceva lui Otello e l’altro Iago e poi si scambiavano i ruoli la sera successiva).

R. Petrosino: C’è un evento che ritiene particolarmente significativo per la sua carriera di drammaturgo?

M. Santanelli: io avuto la fortuna di assistere a una Conferenza di Pier Paolo Pasolini al Teatro di Corte di Palazzo Reale, e quella è stata una svolta, un salto di formazione della mia personalità di autore e prima ancora di uomo. Lui impostò tutta la sua chiacchierata su questo principio, si parlava di scrittura: esiste una scrittura consolatoria che apre soltanto i problemi che sa di poter chiudere, vedi Eduardo De Filippo; invece esiste una scrittura problematica che apre i problemi proprio perché non sa di poterli chiudere, li apre comunque. E qui si fa vistosa la differenza tra Eduardo e Viviani, Viviani è problematico!

R. Petrosino: lei appartiene chiaramente alla seconda categoria…

M. Santanelli: beh certo! Io per esempio Regina Madre lo lascio aperto. Il pubblico che vede che il figlio ha uno svenimento e si convince che sia morto, in realtà è solo caduto in seguito ad un cedimento. La gente invece vorrebbe vedere…(una morte – una punizione – un atto definito e definitivo?)

R. Petrosino: Nei suoi testi teatrali si nota spesso una netta inversione dei ruoli tradizionali: le figure femminili appaiono più determinate, più assertive, mentre i personaggi maschili sembrano spesso in balia degli eventi, quasi smarriti nel loro stesso tempo. Mi chiedo: quanto c’è di autobiografico in questa visione, in questa particolare lente attraverso cui guarda i rapporti umani? E quanto, invece, è frutto di una riflessione maturata più tardi, come costruzione consapevole di un paradigma teatrale?

M. Santanelli: questo dipende dal fatto che io ho avuto poco tempo per confrontarmi con la figura paterna. Nell’età evolutiva avrei avuto bisogno di un confronto anche per quella teoria dettata dalla psicoanalisi che vuole che bisogna uccidere il padre a un certo punto per diventare adulti. Questa tendenza è diventata poi quasi un paradigma se pensiamo a Regina Madre. 

R. Petrosino: A Todi nascerà un centro studi dedicato alla sua opera, ‘La casa di Manlio’. È un’iniziativa che non solo omaggia il suo lavoro, ma che suggerisce anche un legame profondo con questa città. Qual è la storia di questo rapporto? Quando e come Todi è entrata nella sua vita, e cosa ha rappresentato per lei dal punto di vista umano e artistico?

M. Santanelli: è già tutto predisposto, bisogna che io firmi dal notaio la donazione. Qui a Napoli ho bussato più volte, come se io andassi a chiedere mentre io andavo a donare. È una fuga anche questa. Il mio rapporto con Todi nasce dalla mia frequentazione del Festival di Todi, che era un bel Festival. Poi la mia ex moglie aveva una casa e io ne ho comprata un’altra e ho vissuto lì dal 1996 in poi. 

R. Petrosino: Quando e come nasce l’idea de “Il Teatro cerca Casa”? Quali erano il contesto, le esigenze – artistiche, personali o anche emotive – che l’hanno spinta a creare un progetto tanto originale, capace di portare il teatro fuori dai luoghi istituzionali e dentro le case delle persone?

M. Santanelli: Questo è avvenuto molto successivamente, arriviamo al 2013. Il Teatro cerca casa fu dettato da una necessità anche questo, molte scelte sono dettate dal bisogno e dalle esigenze primarie. Era un periodo in cui molti attori soffrivano della flessione che ci era stata nell’offerta teatrale, molti attori, soprattutto giovani erano a piede libero e quindi pensammo “perché non rispolveriamo questa antica consuetudine del teatro in appartamento che nell’Ottocento si chiamavano Le Periodiche: quando un giorno fisso alla settimana la buona borghesia riceveva gli amici e offriva un concerto un recital e così via. E così abbiamo fatto anche noi. Abbiamo offerto prima la nostra casa e poi piano piano il pubblico che veniva si interessava a questo esperimento e proponeva la sua casa, per cui si è creato un circuito e ormai siamo alla undicesima edizione (ci siamo fermati soltanto per la pandemia).

R. Petrosino: Quale incontro della sua vita ritiene sia stato particolarmente formativo e che l’abbia condotta ad una svolta in termini artistici e personali?

M. Santanelli: mi hanno sostenuto nella mia formazione tre figure che agivano su tre fronti diversi. Uno è Flaminio Bollini per quanto riguarda la scrittura in generale, teatrale, radiofonica e televisiva. Con lui  più che un incontro è stata una lunga collaborazione con un regista che si chiama Flaminio Bollini. Io lo aiutavo nella scrittura o nei tagli da fare ai copioni quando lui non aveva tempo poi piano piano ho cominciato a proporgli delle riduzioni da romanzi che lui faceva per radio o in televisione, all’inizio con una sua supervisione poi piano piano sono diventato autonomo. Lui è morto prematuramente, se n’è andato a 56 anni, avevamo tanti progetti da fare e dopo io sono andato per conto mio. Mi aveva indirizzato in qualche misura nel ramo della drammaturgia (anni napoletani). 

L’altro è Sergio Piro, psicoanalista allievo di Franco Basaglia e quindi esponente di una psichiatria democratica finalizzata all’apertura dei manicomi. Molto impegnato sul sociale, quindi dava sempre una soluzione avanzata e progressista. 

E Antonio Palermo come italianista, con il quale mi confrontavo discutendo dei libri che avevo letto e siccome insegnava Letteratura Italiana ed era storico della lingua, chi meglio di lui poteva confermare o smentire miei eventuali dubbi. 

R. Petrosino: In questi ultimi anni quale idea si è fatto sul teatro e sulle difficoltà della contemporaneità? Quale futuro intravede per i nuovi autori?

M. Santanelli: In questo momento a me sembra che si dia troppo rilievo al teatro cosiddetto sociale, quando poi tutto è sociale, anche una storia di famiglia, anzi la famiglia è il primo nucleo della società. Invece molti autori contemporanei prediligono una cronaca, prendono spunto da fatti di cronaca laddove secondo me il teatro deve andare sempre alla ricerca dell’archetipo. Deve ricercare sempre quella complessità che è sempre attuale, dalle origini della società fino ai nostri giorni. Allora se tu ritrovi questo archetipo, se riesci a collocare la tua drammaturgia in questo contesto sei tranquillo che non avrà mai una scadenza, sarà sempre verde. Detesto del teatro contemporaneo due aspetti: quello di rifarsi al cinema e di trasportare i film in teatro laddove il processo è stato sempre inverso; e poi la tendenza a fare le bucce al teatro classico, che non ha bisogno. Non credo ci siano persone che possano presumere di scrivere qualcosa di più di quanto abbia scritto Sofocle, io non avrei il coraggio, anche in qualche misura li invidio, ma è sempre una invidia corretta dal senso critico. Quando un classico ha disegnato il percorso e ha chiuso il cerchio, tu non ci puoi più entrare!

R. Petrosino: E poi, ritiene che il teatro meridionale (napoletano e siciliano) quando riescono a superare la tentazione di ridursi a una recita della ‘napoletanità’ o della ‘sicilianità’, conservino uno sguardo più profondo, quasi privilegiato, sull’essere umano e sul mondo? 

M. Santanelli: il rapporto con la tradizione è importante però io ho sempre considerato la tradizione come uno sgabello su cui tu sali per vedere più lontano. È un retroterra che può aiutare nell’impostare un tema drammaturgico però poi devi superarla. La devi tenere come acquisita e su quello innestare…infatti io sin dalla prima commedia Uscita di emergenza, io ho cercato di guardare quello che succedeva fuori da Napoli ecco che allora in quel testo si sentono gli echi del teatro di Pinter, Beckett, Ionesco ecc Io avevo prima esplorato a fondo questi autori e poi mi sono sentito abbastanza forte per cominciare a scrivere e mi sono lasciato andare a questo mestiere. Dico questa parola non a caso, perché io non credo ai furori sacri dell’ispirazione. C’è l’inventiva che non cala dall’alto ma è il distillato di tutte le letture e le esperienze che hai fatto come lettore. 

Quindi quando qualche giovane mi chiede come costruirsi un suo bagaglio di drammaturgo io rispondo che bisogna leggere, non solo di teatro, di narrativa, di saggistica, quella è la base sulla quale puoi innestare il tuo talento se ce l’hai. Però è un talento che è passato attraverso una visione, una distillazione di saperi altrui, di esperienze creative che ti hanno preceduto. 

R. Petrosino: Spesso si è lamentato del fatto che il suo teatro sia più conosciuto all’estero. Perché è avvenuto questo? Lo scorso marzo ad esempio c’è stata Regina Madre a Bucarest…

M. Santanelli: All’estero prevale su tutte le altre ragioni il merito. Mi riferisco non solo all’Europa, sono stato a Broadway con Pulcinella, o delle Filippine, o Israele…? Approfondisci repliche

Molto spesso attraverso allestimenti esteri già che poi venivano a loro volta portati in altri paesi del continente. Per esempio Regina Madre è passata dalla Romania a Israele e ha fatto una tournée per tutto lo stato. 

R. Petrosino: Che rapporto ha lei con i traduttori dei suoi testi?

M. Santanelli: Quando sono andato all’estero io ho sempre cercato traduttori che fossero scrittori, non semplici conoscitori della lingua e basta, mi sono affidato sempre a persone che conoscessero la pratica della scrittura e il teatro. Perché una traduzione non può essere una trasposizione mot à mot, deve essere anche una interpretazione in qualche modo. Nel trasferimento da una lingua all’altra bisogna trovare le analogie.

R. Petrosino: Quali dei suoi testi preferisce?

M. Santanelli: a me stanno a cuore tutti, più o meno. Riconosco che Regina Madre ha fatto un passo in più rispetto agli altri testi perché ha affrontato questo nodo familiare che poi diventa anche politico in qualche modo perché la madre rappresenta un po’ lo Stato e il figlio il cittadino. La madre è denudata di tutti gli aspetti affettivi. È la denuncia di un certo tipo di mater matuta, di madre ancestrale che tende a soffocare il figlio. Può essere anche vista come Saturno al femminile che mangia i figli?

Poi quello che ha Regina Madre è che non indugia mai al sentimentalismo, non appena si sta creando un minimo di confidenza, viene una battuta ironica e dissacrante che mette in fuga tutti i rischi di un climax consolaorio. 

D’altra parte se torniamo indietro nel tempo il teatro era basato sulla famiglia che era contemporaneamente privata e pubblica. Il Palazzo reale, la Reggia e tutto quello che accadeva lì (il teatro classico Creonte, Antigone…erano tutte figure)

R. Petrosino: Nel suo teatro, la dinamica di coppia spesso diventa il luogo privilegiato in cui si manifesta la devianza individuale, il disagio, lo scarto rispetto alla norma. Le chiedo: si tratta solo di un espediente drammaturgico funzionale alla messa in scena del conflitto, oppure è anche l’espressione di una sua visione più profonda e critica dei rapporti umani e delle convenzioni sociali?

M. Santanelli: Direi la seconda! Io penso che in ogni relazione, parentale o amicale che sia ci sia sempre una ambiguità di fondo che all’inizio fa apparire questi rapporti sereni, in pace con le convenzioni sociali e quindi normali; poi man mano questi rapporti mostrano la corda e deragliano verso lati oscuri dell’anima, verso aspetti più inconfessabili o comunque inesplorati e la drammaturgia è lo strumento per partire dalla normalità per imboccare poi sentieri sempre più impervi, difficili e scoscesi per portare poi a quello che in greco si chiamava skandalon, alla rivelazione di una identità fino a quel punto celata dietro le convenienze, le misure di cautela che ognuno di noi adopera più o meno per difendere la propria sopravvivenza. 

R. Petrosino: Viviamo in un’epoca in cui la narrazione – e soprattutto l’autonarrazione – sembra aver invaso ogni spazio, dalla rete ai media. In questo contesto di sovrabbondanza del racconto, che senso conserva per lei la parola a teatro?

M. Santanelli: il teatro a parer mio dovrebbe essere quello strumento che ti permette di superare la sfera individuale per affacciarti sul panorama dei rapporti sociali e impersonali in qualche modo. Liberare il teatro ti permette di distinguerti dalle convenienze del nostro tempo. Se vuoi evitare di cadere nella trappola dell’autobiografismo. Il teatro, come lo sento io, è questo superamento dell’io, verso questa dimensione collettiva prima e poi se ha la forza necessaria, universale. È molto facile prendere un pezzo della propria esistenza e metterlo per iscritto ma resta un diario. Invece tu devi comunque tener conto di come sei strutturato e non puoi che esprimerti in quella maniera, però quando parti da un dato biografico devi essere capace di farlo passare dall’IO alle…?

e farlo diventare qualcosa di più che non la elementare trasposizione di un evento o di un rapporto in un testo drammaturgico. Devi avere il coraggio di lasciare la boa o il trampolino o la riva a cui sei ancorato e affrontare la scrittura come se fosse un viaggio, un iter. Un viaggio che è proficuo specialmente se non ci si è posti una meta, perché la meta a parer mio è limitativa. Io ad esempio non penso che si possa scrivere una testo facendo prima la scaletta di un testo drammaturgico perché nello scrivere c’è proprio una forza mitopoietica delle parole che ti fanno intravedere di volta in volta nuovi orizzonti e quindi il viaggio continua partendo da una base verso una meta che viene fuori nella scrittura. 

R. Petrosino: Che rapporto ha lei con Napoli?

M. Santanelli: io la guardo con un occhio strabico. Per me è – lo hanno detto in molti – una città versipelle e poliedrica, dalle molte facce, ma all’infinito, è un poliedro dalle mille facce. Qualche volte l’ho definita una città hegeliana zoppa, nel senso che è capace di porre la tesi, l’antitesi ma non arriva mai alla sintesi o forse non vuole arrivare perché la sintesi la devono fare i napoletani, la deve fare ognuno. Non ti dà la soluzione oggettiva e quindi esistono tante Napoli per quanti sono i napoletani. La napoletanità è una condizione essenziale per chi è nato a Napoli, quando questa condizione si fossilizza e si sclerotizza diventa napoletanismo e diventa maniera. Io ho scritto un testo che come pochi non potrebbe fare a meno di Napoli, il Baciamano. Lì c’è Napoli, ma ci sta anche quello che definirei archetipo, il cannibalismo. È una Napoli colta in un momento in cui sono cadute le barriere della civiltà dove prevale l’homo homini lupus, l’aggressività allo stato puro.

A me ha sempre divertito fare della sociologia del napoletano e di Napoli, una Sociologia fantastica.  La gestualità dei napoletani ha una sua spiegazione, quasi tutti gli antropologi lo riferiscono  al fatto che i napoletani hanno dovuto subire tante invasioni e rapporti con gli stranieri, per cui la gestualità era necessaria per comunicare, non conoscendo la lingua e quindi era il primo approccio che avveniva con lo straniero invasore o di transito. Io, invece, nel contesto di una antropologia culturale fantastica applicata a Napoli, ho ragionato così: Napoli che è una città che si affaccia sul mare, il pericolo maggiore in mare è il naufragio…quando un uomo naufraga e si afferra a un tronco, una vela o un relitto e vede in lontananza una nave, per chiedere aiuto agita le braccia per essere salvato, questa gestualità a mio avviso viene portata nel quotidiano, per cui anche al bar una persona gesticola per essere salvata da questo naufragio interiore – 

R. Petrosino: Cosa pensa del cinema napoletano?

M. Santanelli: Io non credo molto al Rinascimento del cinema napoletano perché mi pare che abbia sempre un limite ristretto, anche dal punto di vista dei cast, non ci sono più gli attori straordinari del cinema degli anni ‘70 e ‘80. Inoltre c’è il fatto che mancano gli sceneggiatori, noi abbiamo avuto un periodo, da Zavattini in poi – lo stesso Flaiano era uno sceneggiatore ed era anche scrittore di romanzi – in cui ci sono stati sceneggiatori di prim’ordine e anche grandi registi partecipavano alle sceneggiature. Poi piano piano questo mestiere è passato a esprimersi principalmente nella commedia all’italiana con dei film corretti e carini, ma niente di più.

R. Petrosino: In questo momento sta scrivendo?

M. Santanelli: sì ma siccome ho un problema all’occhio, non scrivo propriamente ma detto! 

A premessa di tutto dico che il mio sforzo nella scrittura sta nell’evitare di scrivere qualcosa che ho già scritto o che non somigli troppo a quello che ho già scritto. Quindi ogni volta che ho scritto un testo ho cercato di liberarmi del testo precedente per essere pronto a scrivere qualcosa di diverso e di nuovo infatti è molto difficile trovare nelle ultime commedie rapporti di somiglianza nello sviluppo drammaturgico e negli accadimenti o negli esiti. 

Sto scrivendo un testo il cui titolo è Cugine carnali per due attrici, che è la storia di due sbrindellate attricette che devono fare un numero su Elisabetta e Maria Stuarda che diventa occasione di comicità. Entrambe hanno due “isole” all’interno del testo in cui apprendiamo che una voleva essere una grande attrice e l’altra una grande cantante.

Poi devo portare a termine I conti senza l’oste, la storia parte dalla visita di un rabbino all’economo del Vaticano. Ha chiesto un’udienza, la ottiene e si presenta con due trolley zeppi fino a diventare tondi. Comunica al Vaticano che bisogna regolare un conto sospeso, il conto dell’Ultima Cena che nessuno ha pagato e ovviamente mostra anche tutti gli interessi del tempo. E la Santa Sede si vede consegnata una fattura di cinquanta zeri che non è in grado di onorare. Alla fine questo debito – e anche il debitore – viene inglobato da uno sceicco che acquista tutto.

Poi ci sarebbe una cosa che è un “dialogo tra sordi” il cui titolo è appunto Dialogo tra un missionario e un dimissionario. Si incontrano un missionario e uno che sta dando le dimissioni e ognuno racconta il suo problema però sono battute che si incontrano nel non sense, perché non sono relazionate perché si incontrano senza un nesso logico. 

A breve dovrebbe uscire un libro, un romanzo che si chiama Miranda, ci saranno delle illustrazioni degli allievi dell’Accademia delle Belle Arti, pubblicato da Kairòs Editore. Comincia con una serata in cui gli amici se ne vanno e la padrona di casa che ha organizzato l’incontro, chiede a uno degli ospiti di restare perché c’è una stretta simpatia, nell’intimità che segue quest’uomo cerca di accorciare le distanze e tra una tenerezza e l’altra le sbottona il bottoncino della blusa e la donna risponde con una frase che apre tutti i possibili sviluppi e dice “è inutile che mi cerchi il seno, sono ovipara!”. Viene fuori una realtà che nessuno conosce perché tutti cercano di rimuoverla, di un ramo dell’evoluzione in cui alcune donne non sono mammifere ma sono ovipare e allora si innesca un tentativo dei mammiferi di schiacciare e di sopraffare gli ovipari, per cui il razzismo metaforicamente diventa specismo. Non vi è l’odio per la razza, bensì quello per la specie. 

R. Petrosino: mi parla del suo rapporto con i drammaturghi contemporanei?

M. Santanelli: mi trovo molto solo, soprattutto nel modo di scrivere. Perché tutti gli altri scrivono storie, anche abbastanza interessanti, per carità, ma che non vanno oltre la logica e la convenzione narrativa. Può accadere che scrivano di rapporti deviati pure ma non deviati sul piano del naturismo, come ad esempio può essere il romanzo Miranda, che è una storia che mette proprio in discussione l’evoluzione. 

R. Petrosino: in che modo si confronta con la crescente presenza delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale? Sarebbe curioso di vedere un suo testo portato in scena da attori virtuali in ambienti digitali o con l’ausilio dell’intelligenza artificiale?

M. Santanelli: Ammetto di essere rimasto un po’ indietro rispetto questi argomenti, ma ho l’impressione che l’uomo non potrà mai scomparire. Certo, come tutte le invenzioni, sono rischiose, dipende dall’utilizzo che se ne fa. Io non credo in un teatro fatto con degli avatar, non ci sarà mai la sensibilità e la fascinazione che viene proprio dalla presenza in scena. Saranno dei prodotti freddi e liofilizzati. Non credo che possano trasmettere delle emozioni, trasmettono dati ma le emozioni appartengono alla sfera umana e nessun robot potrà concepire e comunicarle. 

Quanto alla messa in scena sarei curioso, ma è una curiosità che finisce lì perché anche in questo senso io credo molto nell’incontro tra l’autore e l’attore in quanto esseri umani e la scintilla emozionale che si crea in questo incontro che con un avatar non può avvenire. 

Comunque come tutte le invenzioni mi piace ricordare una frase di Einstein che disse “L’uomo ha inventato la bomba atomica ma a nessun topo verrebbe in mente di inventare una trappola per topi”

R. Petrosino: Qual è il suo stato d’animo di drammaturgo che opera all’interno del sistema teatrale italiano, con le sue logiche produttive, le sue dinamiche e le sue contraddizioni? 

M. Santanelli: Quello che ha caratterizzato nel bene e nel male la mia professione e il mio mestiere è stata l’incapacità di accettare condizionamenti. Io mi sono sempre difeso a rischio di operare una sorta di castrazione della mia professione ma ho cercato di tenerla sempre indipendente dalle macchinazioni economico-parentali che esistono all’interno del mondo del teatro. Ho rifiutato sempre i tentativi fatti da alcuni produttori di chiedermi una parte dei diritti di autore perché il diritto d’autore è sacro, se non altro perché lo hanno istituito Giuseppe Verdi e Camillo Boito. L’opera va tutelata e l’autore dell’opera allo stesso modo con una quota degli interessi che maturano. Questo chiaramente mi ha portato ad essere considerato una persona scomoda, ma io non posso sentirmi dire “facciamo questa commedia però tu devi lasciare al produttore il 3 per cento dei tuoi diritti” questo l’ho considerato sempre una sorta di pizzo, un modus operandi camorristico.

R. Petrosino: Alla luce di quanto ci siamo detti, come sente che questa conversazione si inserisce nel suo percorso artistico o umano, ovvero come si pone nei confronti delle questioni affrontate? 

M. Santanelli:  Devo dire che sono cose abbastanza complicate, sulle quali io stesso non ho una posizione fissa e non voglio. Voglio che sia in movimento anche il mio rapporto con questi problemi che lei oggi mi ha posto, perché se raggiungessi un punto definito finirebbe per non interessarmi più questo mestiere. L’interesse nasce dal fatto che ogni volta ho l’impressione di scoprire nuovi aspetti di questo mondo e di come lo guardo.