Il rapporto tra Leo De Beradinis e Enzo Moscato

a cura di Alfredo Pellecchia

Il rapporto tra De Berardinis e Enzo Moscato è un rapporto che nasce da una forte affinità artistica, da un pensare alla scrittura e alla scena che trova degli elementi di continuità. C’è sicuramente in Moscato uno sguardo attento verso il lavoro di De Bernardinis che egli stesso riconosce come un proprio punto di riferimento, un maestro. A questo maestro Moscato dedicherà anche dei lavori e delle letture con profondo omaggio e con la consapevolezza di rivolgersi ad un artista di grande importanza e rarità come lo è stato Carmelo Bene. De Berardinis coglie in Moscato un talento e un pregio nella scrittura che lo spingono alla ricerca di quest’ ultimo. C’è in entrambi uno sguardo alla Tradizione che viene ripescata, capovolta ritradotta. Tradizione che si riferisce a quella napoletana con le sue musiche e i suoi testi. Il loro lavoro li colloca al di fuori dei circuiti ufficiali e la loro natura li spinge verso un teatro di ricerca e sperimentazione che muove da esigenze rinnovatrici.

l’incontro artistico tra Enzo Moscato e Leo avviene in occasione del Festival di Santarcangelo del 1994. Leo De Bernardinis è il direttore artistico del festival e invita Moscato a partecipare come attore e autore. IN quest’occasione Leo propone alcune suggestioni e provocazioni a Moscato come quella di lavorare a Shakespeare, Rimbaud e Artaud nelle edizioni successive. Leo è incuriosito dalle novità drammaturgiche proposte da Moscato ed essendo un artista a tutto tondo e anche un ottimo pedagogo si interessa al lavoro di Moscato. Il festival del 94 ruota intorno a Shakespeare, il teatro napoletano e alla Commedia dell’arte. Moscato dedica il suo primo lavoro al festival all’Amleto e compone Mal-d’-Hamle. Negli anni successivi si dedica alla composizione di Recidiva, Lingua, carne, soffio e Aquarium ardent opere che verranno poi raccolte nel testo intitolato Quadrilogia di Santarcangelo. Nell’introduzione al testo troviamo una dedica di Leo De Berardinis a Moscato, uno scritto intitolato LAMED che ben sintetizza la base del loro rapporto e la capacità di riconoscersi nello sconfinamento teatrale.

« tu, Enzo, cerchi le parole nei ricordi. Quelle più preziose o quelle più desuete o quelle che oggi mancano: oppure ti prepari il futuro, inventando prima le parole, le parole “p’ ‘a cosa bella” che solleciti ad accadere domani. Un filo di voce intonato, per un soliloquio perenne, un lungo mantra, che nella sua vana tragicità ha lampi ironici, riverberi comici. Una lunga domanda che fruga nella realtà o gira intorno ad un verso di Shakespeare, ad una citazione da Artaud, per potersi connettere ad altri mondi linguistici, squilibrandosi per afferrare i brandelli di qualche cosa, per poi ricomporsi, magari in una canzone -di quelle più emarginate, per dubbia qualità musicale o per troppo uso. L’acquietarsi dell’ansia lo trovi, forse, nelle pause, nei silenzi, o in quel darti generosamente agli altri, quasi totalmente, con una specie di fatalità, nudo davanti agli spettatori, con un sorriso d’accettazione semplice. Oppure l’acquietarsi è nel dire o pensare forti intuizioni di poeti condivisi e scandalosi, che sono come dei punti fermi in una canzone risaputa e stravolta.»

In questo estratto emerge in maniera chiara alcuni degli elementi della poetica di Moscato che avevano colpito maggiormente de Berardinis. La scelta del lessico con l’utilizzo di parole antiche e straniere, utilizzo di lingua colta e ricercata ma anche di un registro più basso. Tutto sempre tenendo in conto la musicalità dell’opera. Tra i due c’è anche la condivisione dello stesso patrimonio culturale dato dalla selezioni e lo studio di poeti simili.

In conclusione del suo intervento Leo racconta con ironia di un incontro fortuito avvenuto tra i due a Bologna in una giornata di neve. A questo riferimento si collega Enzo Moscato anni dopo nella scrittura di una poesia dedicata a De Berardinis dal titolo (S)paisà. Il titolo è un gioco di parole che richiama all’affettuoso “Paisà” pronunciato da Leo verso Moscato ma allo stesso tempo si riferisce allo spaesamento umano e teatrale che accomuna i due artisti. Nelle note Moscato ricorda che il primo momento in cui i due si sono conosciuti è stato al Teatro San Carluccio a Napoli per la rappresentazione di Occhi Gettati. Nella poesia Moscato pone l’accento su due punti la neve e l’essere forestieri. La neve come candore e luogo di riflessione, di quiete luogo per «sunnà». E i forestieri che sotto il continuo moto delle sciagure si muovono all’interno di questo spaesamento, che nel muoversi alla ricerca del proprio posto trovano riparo in questo incontro tra simili in una campana di vetro e silenzio creata dalla neve. Un incontro ricco di ironia la stessa che descriveva De Berardinis scrivendo: «Ha nevicato una sola volta in quindici anni, e proprio in quel giorno due emigranti parlano di teatro sotto la neve al Nord – non sembra girata in studio? non è la scena di un film supremamente ironico?»1 e la stessa a cui si riferisce Moscato in lirica:

«‘E furastiere: turnamme a loro.

Turnamme all’emigrante, già!

A chillu manto jànco di tanti inverni fa.

Frammièzz’a nuie. Pe cap’a nuie.

Comme sott’a na campana-palla ‘e vrito.

Comm’arint a nu silenzio, mai sentito,

Coi suoi fiocchi, che cadono, iridati, pe dint’ a ll’ uocchie triste

‘e duie core scombinate.»2

Forestieri sono stati entrambi fino alla fine della loro carriera teatrale, avendo sempre costruito il loro teatro e i loro lavori in grande autonomia e svincolati da logiche commerciali. L’ho fatto De Berardinis nella sua lotto per un teatro nazionale di ricerca e l’ho fatto Moscato.

1 E. Moscato, Quadrilogia di Santarcangelo, Milano, Ubulibri, 1999.

2 E. Moscato, (S)paisà, in La Terza vita di Leo, a cura di Claudio Meldolesi, Angela Malfitano e Laura Mariani, Titivillus, Pisa, 2010, cit. pp 66,67.