a cura di Alfredo Pellecchia
«Nel periodo di Marigliano, il lavoro di Perla Peragallo e mio si basava sulla conoscenza che avevamo degli attori della nostra Compagnia. Gli spettacoli venivano assemblati a partire dagli attori, dalle loro caratteristiche umane e sceniche, che a volte venivano anche contrastate. Non si sceglievano degli attori per un “testo”, gli spettacoli erano degli organismi che possono contraddire, trasformare l’ipotesi di partenza. Ma mentre per la trilogia shakesperiana la Compagnia si è formata in tre anni in funzione di Shakespeare, per “Novecento e Mille” la cosa è stata ribaltata: lo spettacolo è in funzione della Compagnia. Ciò è possibile perché non avendo fatto per tre anni un teatro occasionale con attori occasionali, conosco le loro esigenze, posso articolare un discorso a partire da loro e da me.»1
Nel 1987 Leo giunge al compimento di un lavoro intitolato Novecento e Mille che segna un punto d’arrivo del lavoro condotto con Nuova Scena. In questo spettacolo l’atmosfera di sogno-incubo pervade la scena insieme alla rievocazione degli artisti più significativi per la carriera artistica di Leo, un suo personale sguardo sul Novecento come scrive egli stesso : «Non vi è presente tutto il Novecento, è semmai un mio paradigma del Novecento con un forte accento sulla coincidenza di fine secolo e fine millennio […]»2. Nel testo gli autori citati sono numerosi tra questi Pirandello e i suoi Personaggi in cerca d’autore, Pasolini, le scene più famose di Totò, c’è Becket, c’è ovviamente Shakespeare. Prosa e poesia si alternano nella creazione di Leo, che mescola sapientemente tra di loro tutti questi autori. Tutto confluisce in una riflessione sul Novecento attraverso i mezzi teatrali come «un flusso di coscienza teatrale»3. Gli attori compaiono e scompaiono dalla scena come presenze solitarie “monadi” che mai si scambiano battute tra di loro, se non per un momento in cui la scena si affolla di tutte queste presenze creando uno strano corto circuito, un buco, dove i personaggi di Godot possono incontrare quelli di Pirandello. Il sogno ad occhi aperti progettato da Leo comincia con una citazione al mito della caverna di Platone, dove le ombre e i riflessi si stagliano sulla scena. Gli attori si muovono lenti come spettri e emettono suoni soffocati, voci che alterano poesie di Eliot, frammenti di Artaud, di Borges, interventi da Ginsburg e persino i discorsi razzisti di Goebbels. Non manca il gusto del comico che squarcia il buio di questo Novecento, affidato a Leo-Totò che riprende momenti del varietà come la canzone “e Levat ‘a cammesella” o la scena dello scrivano tratta da Miseria e Nobilità. I materiali scelti da Leo secondo l’opinione di Franco Cordelli sono disposti su più livelli: « il più alto, il più nobile (per ciascuno di noi quegli autori sono i grandi riconosciuti, i “portatori di valori e senso”); il più popolare, il più sdato o, se si preferisce, il più scolastico; e infine, il più personale, il più ricco di pathos, il più intriso di storia.»4 I testi sono mescolati e lo stesso vale per le musiche che compongono l’atmosfera sonora. Le tracce toccano vari registri dal jazz di Coltrane ai Quartetti di Beethoven fino alle canzoni della tradizione napoletana.
Questo viaggio nel sogno incubo si conclude con Leo nei panni di Gennaro Jovine protagonista di Napoli Milionaria di Eduardo De Filippo. Qui il monologo dell’ultimo atto della tragedia eduardiana conclude con la chiusa famosissima, l’oscuro sogno di Novecento e Mille. “Deve passare la nottata” sul finire del monologo cede il posto per un attimo alla rievocazione della storia di Lenin, tratta da Majakovskij, per poi ritornare in dialetto e nella sua forma classica pronunciata da Leo, «A da passa a nuttata» a concludere l’opera. Novecento e mille mette in risalto un impianto registico quasi cinematografico che alterna tragico e comico con sensibilità. Nel percorso artistico maturato da Leo, c’è sempre la presenza del comico, anche se questo è calato in drammi e atmosfere cupe. Una predilezione per il tragicomico, per il riso amaro, dove al pubblico viene lasciato sempre un elemento nero a sigillare la narrazione. Novecento e mille è l’ultimo spettacolo nato in collaborazione con la Cooperativa Nuova Scena di Bologna, da qui in avanti Leo fonda un suo gruppo di ricerca chiamato Teatro di Leo.
1 Leo De Berardinis, Novecento e Mille, dall’archivio Leo de Berardinis, DAR Unibo, colloc. 303 – 001.005.017
2 Leo De Berardinis, Novecento e Mille, dall’archivio Leo de Berardinis, DAR Unibo, colloc. 303 – 001.005.017.
3 Ibidem
4 Franco Cordelli, Leo, il cieco e il veggente, in Paese Sera, 17 Gennaio 1987, dall’archivio Leo de Berardinis, DAR Unibo, colloc. 303 – 001.005.017
