a cura di Alfredo Pellecchia
«E tornammo nel sud, in un paese vicino Napoli, a Marigliano appunto. E qui cominciammo un esperienza nuova apparentemente ma in effetti conseguente il discorso iniziato a Roma, che già nell’uso del dialetto come fraseggio e connotazione geopolitica faceva prevedere uno sbocco simile»1.
A cavallo tra il 1970 e il 1971 Leo De Berardinis insieme a Perla Peragallo decidono di lasciare Roma e le cantine romane per spostarsi a Marigliano, un paese napoletano alle falde del Vesuvio. Qui il lavoro che portano avanti i due artisti è totalizzante, arte e vita si fondono. Il coinvolgimento della comunità locale è da subito parte integrante della scelta operata dai due. Sotto l’etichetta di Teatro dell’ignoranza battezzata da Gianni Manzella facciamo rientrare questo periodo artistico caratterizzato dalla voglia di confrontarsi, sperimentare e stravolgere le radici attraverso il popolo di Marigliano, con la loro cultura e le loro abitudini. In questo periodo di «autoemarginazione», i due artisti compiono un ripensamento della propria arte in relazione anche al nuovo pubblico, perlopiù operaio e contadino, dell’entroterra campano. C’è nel passaggio da Roma a Marigliano il desiderio di cambiare, ma alla base delle scelte operate dai due artisti non c’è una progettualità studiata “a tavolino”, tutto nasce in divenire filtrato e influenzato dall’esperienza con la comunità locale come sottolinea Bartolucci:«[…] non era chiaro ad alcuno che volessero fare, teatro di decentramento, fuga dalla capitale, voglia di isolarsi, ansia di mescolarsi, tutto sembrava senza senso e per sola irregolarità. Una avventura poetica sembrava, a prima vista, una sovrabbondanza di superfluo»2. Il passaggio da un universo legato al mondo borghese per approdare nei disagi del mondo operaio, contesto vivo e da indagare. Da un lato il rifiuto di un certo tipo di cultura ed estetica dell’ teatro romano, dall’altra l’appropriazione della sottocultura della classe operaia mariglianese. Leo e Perla si stabiliscono presso la masseria “O Sentino” e cominciano la loro attività cercando di stringere rapporti con la popolazione attraverso momenti di pura socialità, come feste ed eventi locali. Da questo confronto nascono i primi lavori come Compromesso storico a Marigliano dove gli attori si inseriscono, in accordo con la chiesa locale, nella festa del paese e con essa si fondono. Questo episodio diventa la prima vera occasione che crea i presupposti per intessere un dialogo in qualche modo artistico con le persone del paese. Nel 1971 in occasione della festa patronale di San Sebastiano Leo e Perla decidono di creare una processione teatralizzata che parte dalla masseria e giunge in fine in piazza. L’intervento dei due attori è sconvolgente. L’idea iniziale vedeva il coinvolgimento di una troupe televisiva della Rai per documentare l’evento, successivamente venne coinvolto Alberto Grifi, che si occupò della ripresa dell’evento simulando la presenza della televisione. Nell’organizzare la processione erano stati fatti dei provini alle persone del paese, ai bambini e ai frati. La processione sarebbe dovuta durare circa tre quarti d’ora, ma ci fu una strabordante partecipazione da parte delle persone che il tutto durò cinque ore. Gli attori partirono su tre camion diversi: uno su cui c’era Perla attaccata a un palo con le mani legate che ricordava la statua di San Sebastiano, su un altro camion c’erano una ventina di bambini in una gabbia che urlavano e Leo aveva il ruolo del carnefice mentre recitava versi di Baudelaire, sul terzo camion una complesso napoletano cantava musiche popolari. La folla che segue la processione partecipa emotivamente a quanto accade e reagisce di pancia alle provocazioni dei due attori. Giunti alla chiesa Perla-San Sebastiano beve del latte e lo vomita andando verso l’altare. L’evento sconvolge la società di Marigliano. L’evento tocca a fondo la comunità che intesse un dialogo-scontro partendo da un linguaggio comune, quello della sacralità popolare. L’operazione riuscita dei giovani artisti si inserisce nella cultura del luogo, attingendo ad essa, assorbendo e intrecciando elementi della cultura religiosa e contadina a quelli più performativi e teatrali della compagnia. Tutto ciò permette di poter vivere e approfondire una relazione con Marigliano. Avviene in questo contesto il recupero della napoletanità, come appartenenza e intima relazione con gli ultimi, con il livello più basso della società, attraverso tradizioni e miti ugualmente condivisi, in una visione di Napoli come un ideale Sud del mondo: «la mia napoletanità era ed è il Sud, l’emarginazione, non Napoli. È il sottoproletariato, i drogati, le mignotte. Allora dicevo che ero reazionario.[…] Napoli non la conosco proprio. La conosco da un punto di vista mitico-familiare: mio padre era nato a Corso Garibaldi»3. Leo ha vissuto la sua infanzia a Foggia, ma i suoi genitori sono di origine campana. Napoli, dunque, entra come simbolo del meridione, più che come riferimento alla città stessa, con la quale Leo ha solo un legame indiretto. A questi elementi si lega anche il recupero del dialetto dove la scelta si pone necessaria per poter comunicare attraverso una lingua più vicina e sentita dagli operai, ma anche come scelta stilistica in relazione al suono e alla musicalità offerta da essa. In questa prospettiva De Berardinis negli anni di Marigliano definisce il suo teatro come «un teatro di classe» che si trasforma in relazione e a contatto con la sottoclasse nella quale si inserisce. Dopo le prime esperienze in paese, Leo e Perla cominciano un filone legato alla comunione di sceneggiata napoletana e testi recuperati dalla cultura “alta”, dai classici come Shakespeare andando a creare una trilogia legata al meridione che è composta da O zappatore, King Lacreme Lear napulitane e Sudd. La sceneggiata ricca di sentimentalismo, retorica e melismi era un genere molto in voga negli anni ‘70 soprattutto per una fascia di popolazione che vedeva dei punti di riferimenti in queste opere e che riconosceva soltanto questo genere come Teatro. Le canzoni contribuivano poi a rendere questi lavori molto amati e diffusi, basti pensare a Mario Merola e la fama che ha raggiunto con alcune delle sue interpretazioni. Leo e Perla decidono di dedicarsi a questo genere per poter intavolare un discorso artistico con il popolo di Marigliano cercando di comunicare attraverso questo linguaggio comune. Gianni Manzella evidenzia come questa scelta sia volta a comprendere le radici popolari più autentiche e a confrontare due culture diverse. Il napoletano dei Mariglianesi incontra i versi di Rimbaud, di Baudelaire. I testi e le musiche di Libero Bovio incontrano le note di jazz volute da Leo, i neon, i filmati proiettati. Il capovolgimento della sceneggiata provoca non pochi dissensi da parte della critica e colorate discussioni proprio con quel popolo che vede stravolto un suo cardine di riferimento. C’è appunto un incontro-scontro tra quello che accade in scena e quello che avviene fuori. Un incontro tra attori e non attori, tra pubblico e paesani, tra autore e popolazione. Partendo dell’ esperienza vissuta a Marigliano per cogliere alcuni aspetti che faranno parte della poetica di Leo anche successivamente possiamo ritenere che De Berardinis intesse con la tradizione un rapporto particolare, capace di assorbire con rispetto le radici culturali ma allo stesso tempo di sperimentare gli stessi linguaggi in forme non canoniche. Nell’esperienza di Marigliano possiamo cogliere tutti quegli elementi di una poetica che pesca dalla tradizione per poi rimasticarla ed evocare con essa un legame genetico lontano, alla luce dei più variegati elementi scenici. Per Teatro dell’ignoranza si intende una sorta di azzeramento da parte dei due attori rispetto a quanto fatto in precedenza e allo stesso tempo una ricostruzione e trasformazione attraverso il luogo e la zona scelta con uno scambio reciproco. Eliminazione delle drammaturgie tradizionali per approdare a linguaggio non convenzionale, a linguaggio ancora inesplorato. Ignoranza in relazione ad un teatro fatto e costruito con un tipo di classe, quella del sottoproletariato. Leo stesso specifica nel differenziare il passaggio dal periodo romano a quello di Marigliano:
«[…] in pratica il passaggio da quello che chiamo il Teatro dell’Errore, quando ancora avevo il problema di un testo da far esplodere, al Teatro Rozzo o dell’Ignoranza dove ormai li [sic!] testo praticamente non esiste, ma esiste l’alfabeto degli analfabeti da caricare di tutta la sua rabbia repressa o nascosta, da riscoprire nella sua furibonda ribellione fisiologica…[…]»4
Nella stessa intervista più avanti in merito al teatro di classe dice:
«Non mi interessa il teatro popolare, io faccio un teatro di classe. […] Io mi inserisco nel gruppo, nella sottoclasse per la quale faccio teatro e finisco col trasformare il mio modo di fare teatro e me stesso»5
Partendo da queste riflessioni nascono i maggiori lavori teatrali prodotti nel periodo di Marigliano. Tra questi c’è sicuramente King Lacreme Lear Napulitane. Lavoro in continuità per certi aspetti con O’ Zappatore, dal quale recupera certe tecniche e suggestioni maturate precedentemente per andare a creare un cortocircuito con il testo Shakesperiano King Lear. Lo spettacolo va in scena nell’aprile del 1973 al Teatro dell’Affratellamento di Firenze. La sceneggiata di Libero Bovio “Lacreme napulitane” carica di melismi e brutalità dialogo con la poeticità e i toni elevati della tragedia di Re Lear. In scena tre velatini frammentano il palco in più sezioni, formando “microcosmi dalla differente costituzione”. Su di essi vengono proiettate immagini. Riflettori azzurro chiaro illuminano la parte anteriore a ridosso della platea, la zona mediana è bagnata da fari gialli, la zona di fondo è colorata di viola ciclamino. Leo e Perla si trovano dietro il primo velatino dove sono sparsi una serie di oggetti che verranno usati durante la rappresentazione, tra cui delle torce. Nella zona di Perla si trova un pianoforte a coda che i due attori suoneranno producendo note dissonanti rispetto all’orchestra. Nel secondo velatino si trovano Sebastiano e Gigino, due di quegli attori non attori, nati e formati proprio attraverso l’esperienza di Marigliano, frutto di quell’incontro tra professionisti e dilettanti. Sul fondo della scena quasi isolata l’orchestra accompagna le azioni sceniche. È l’elemento sonoro a tenere insieme la molteplicità di tracce e frammenti di testi che caratterizzano la messa in scena. Riprendendo la recensioni di Italo Moscati che osserva su Ricerca sperimentazione riguardo ai caratteri delle due opere messe in relazione da Leo:
«”Re Lear” questo “Re Lear” inizia del resto dalla conclusione di “O’Zappatore” e si appoggia a una dialettica tra i “materiali” diversi. Da un lato il testo scespiriano trasformato e ridotto con lo scopo di isolare quelle zone (in particolare il terzo atto) in cui giunge il momento degli incontri e delle confessioni: Lear, il Matto, il fedele Kent, Edgard perduti nella landa, sotto l’uragano; dallo altro la sceneggiata con la sua tradizionale storia d’amore e morte con il risvolto sociale dell’emigrazione in terre lontane del protagonista, un padre che non ha compreso e maltrattato il figlio (analogia con Cordelia)»6
Oltre a questi due testi lo spettacolo si compone di frasi tratte da Strindberg e Melville e allo stesso tempo le canzoni di Bovio si alternano al jazz, alla Patetica di Čajkovskij. Manzella parla di accumulazione linguistica per definire il carattere del opera.
1 Teatro di Marigliano (Leo De Berardinis e Perla Peragallo), Dal teatro come errore al teatro dell’ignoranza, in «Quarta parete», nn. 3-4, novembre 1977, p.110.
2 Angelo Vassalli, La Tentazione del Sud. Viaggio nel teatro di Leo e Perla da Roma a Marigliano, Teatrino dei Fondi/Titivillus Mostre Editoria, Corazzano (Pisa), 2018, cit. p. 116.
3 Leo De Berardinis, in Rino Mele, «Napoli non la conosco», in La voce della Campania, 6 novembre 1977, dall’archivio Leo De Berardinis DAR Unibo, colloc. 303 – 001.003.005.
4 Leo de Berardinis, in “Con me la sceneggiata diventa teatro di classe”, a cura di Nico Garrone, in «La Repubblica», 10 giugno 1976
5 Leo de Berardinis, in “Con me la sceneggiata diventa teatro di classe”, a cura di Nico Garrone, in «La Repubblica», 10 giugno 1976
6 Italo Moscati, Con Shakespeare a Marigliano, in Ricerca sperimentazione cit., p. 120
