a cura di Alfredo Pellecchia
Leo e Perla partecipano al Convegno di Ivrea ma dall’incontro emergono le distanze degli artisti presenti su molti dei temi e dei concetti avanzati oltre ad una difficoltà oggettiva nel riunire in maniera teorica e sotto un’unica etichetta di Nuovo Teatro tutte le componenti vitali e innovative del teatro indipendente. Le esperienze maturate nel decennio risentono di forti individualismi e di talenti “orgogliosamente solitari” che con difficoltà si riconoscono appartenenti ad un unico movimento. Ad unire queste diverse realtà sembra essere solo il desiderio di cambiare il sistema teatrale allontanandosi dal’ istituzione alla ricerca di una propria indipendenza artistica fuori dai circuiti ufficiali. Tra gli scontri e i dibatti maturati in quei giorni alcuni gruppi si legano tra di loro per condivisione di idee e posizioni. Da tale contesto nasce l’unione tra Carmelo Bene e Leo De Berardinis, oltre che con Quartucci e Ricci. Come racconta lo stesso Leo:
«[…] doveva essere un modo per conoscersi, per esempio io non conoscevo affatto Carmelo Bene, lo conoscevo di nome e in quel periodo avevo visto soltanto un suo spettacolo […] in effetti ci scegliemmo tra di noi: Carlo Quartucci, Carmelo Bene, Mario Ricci, io e Perla. […] Quindi il Convegno di Ivrea fu importante più che altro perché fece il punto della situazione in termini reali […] ci scegliemmo in quattro, per noi gli altri non facevano né teatro né Nuovo Teatro, tutti gli altri quindi non mi interessavano.»
Leo de Berardinis, in Memorie e utopie, cit., pp. 1-2
Il risultato più importante del Convegno sembra essere la nascita del legame tra la formazione Berardinis- Peregallo e Carmelo Bene. Tra loro nasce infatti il desiderio di collaborare e mettere su un progetto nuovo. La scelta ricade sul Don Chisciotte di Cervantes. Questo progetto nato per essere un film vede come protagonisti e fulcro del lavoro i fratelli De Filippo, Eduardo e Peppino. C’era un certo desiderio da parte di Carmelo Bene di tentare una sorta di riappacificazione tra i due fratelli. Il lavoro dura circa un mese, in cui Carmelo e Leo si incontrano costantemente per scegliere le parti del testo, studiare la messa in scena. Don Chisciotte sarebbe stato Eduardo, Sancho il fratello Peppino. Questo lavoro diventa occasione per entrare in contatto diretto con Eduardo, nel tentativo di convincerlo a partecipare al progetto che l’avrebbe visto coinvolto insieme al fratello. Se da principio Eduardo si mostrò riluttante in seguito accettò. Lo stesso fece il fratello Peppino. Il progetto, nonostante avesse un produttore, non venne portato avanti, a causa della scarsa vendibilità che avrebbe avuto. Fallito il progetto iniziale i due artisti decidono di fare una trasposizione teatrale della sceneggiatura. Lo spettacolo debutta al Teatro Club Carmelo Bene il 25 Ottobre 1968. Il lavoro è ridotto all’essenziale, sulla scena due leggi e due microfoni utilizzati da Carmelo nei panni di Don Chisciotte e da Leo nelle vesti di Sancho. Oltre al microfono Leo ha uno strumento musicale amplificato, una chitarra con solo due corde, con la quale accompagna i suoi interventi. Insieme ai due attori in scena sullo sfondo c’è Perla Peragallo davanti ad un altro leggio. Fuori dal perimetro c’è Lydia Mancinelli. In primo piano c’erano tre parati di fondo decorate con carta stagnola. Un odore molto forte di disinfettante pervade la scena e richiama un contesto ospedaliero già segnalato visivamente dalle bende che avvolgono gli attori. La scena cosparsa di vetri rotti, che rendeva difficili e crepitanti i movimenti degli attori, oltre ad avere un richiamo letterario a uno dei personaggi di Cervantes è allo stesso tempo legato alla scelta poetica di frammentazione del testo. Infatti la sceneggiatura inziale era stata divisa in due parti e in accordo tra i due attori ciascuno avrebbe dovuto improvvisare parti di testo. Carmelo con pezzi di armature e incerottato si fa narratore, mentre Leo a torso nudo si fa servitore del Don Chisciotte creando suoni e contrasti vocali. Gianni Manzella nel suo testo La bellezza amara così riporta in merito al rapporto in scena tra i due attori:
«Se le due voci, le due parti, talora si sovrapponevano e si confondevano, andava anche chiarendosi la differenza reciproca. Era infatti soprattutto Bene a entrare dentro il racconto, facendosi coinvolgere nella scena che egli stesso contribuiva a disegnare, recitando insomma: con tutto quel che di furioso e di appassionato, di tragico e di disperato si può intendere nel termine. Portando così a corrispondere il personaggio con lo stesso autore, Di contro si ergeva la lettura “fredda” di Leo, una vera e propria contrapposizione jazzistica della sua voce-suono a quella dell’altro. Distaccato, estraneo a quel che produceva la scena, recitava a sua volta ma senza mai farsi coinvolgere per intero.»
Gianni Manzella, La bellezza amara, cit. , p. 37
L’incontro scenico tra i due attori è improvvisato, libero e musicale da qui la definizione proposta da Leo di “lettura concerto”, un occasione di confronto tra due poetiche ben definite. I due mondi e i due temperamenti si impastano con difficoltà tra loro e il progetto resta l’unica collaborazione tra i due. Lo stesso Don Chisciotte non riscuote successo ne di pubblico ne da parte della critica. A questo insuccesso segue una stagione di crisi e di allontanamento dal teatro che coincide con l’avvento del ’68 e di tutti i fermenti politici e culturali che tale stagione porta con sé. Inizia in questo periodo una riflessione sul teatro vissuto come errore, di un rapporto con il pubblico percepito lontano e in contrasto con quelle che sono le proposte artistiche di Leo. Il pubblico non recepisce e dunque i due attori decidono di richiudersi e isolarsi, allontanarsi dalla scena ormai inutile se non c’è dialogo. Secondo la posizione rabbiosa dei due attori può bastare uno schermo a sostituire la loro presenza in scena come testimonianza delle proprie idee. Partendo da questa riflessioni Leo e Perla cominciano a lavorare al film Charlie Parker, il lavoro prende come riferimento l’esperienza del jazzista americano nella quale i due attori si rispecchiano per l’isolamento culturale e la tragica condizione di artisti. Il lavoro con la macchina da presa diventa occasione di sperimentazione di nuove tecniche, inoltre c’è un forte impianto teatrale che caratterizza il lavoro stesso. Charlie Parker è caratterizzato da un forte desiderio di distacco dal mondo esterno, un sensazione di “lavaggio”. Il senso di chiusura porta alla maturazione di nuove scelte, compiuto l’ultimo passo quello del registrato, Leo e Perla decidono di andare via da Roma per recarsi a Marigliano. Dalla chiusura totale ripartire solo attraverso una nuova apertura. Portare al Sud quanto imparato e appreso negli anni, mettere a frutto con una nuova realtà quello che l’artista ha elaborato. Un emigrazione al contrario. Tornare al Sud, nella periferia industriale di Marigliano.
