Gli inizi e il Teatro di Necessità. La Faticosa messa in scena dell’Amleto

a cura di Alfredo Pellecchia

Leo de Berardinis originario di Gioi, vive la sua infanzia a Foggia luogo che abbandona per andare a Roma per dedicarsi al teatro. A Roma frequenta il Cut dove apprende i fondamenti tecnici dell’attore. Durante il saggio finale al Teatro Ateneo con lo spettacolo I Giusti Leo si fa notare ed entra in contatto con Carlo Quartucci che lo invita alle prove di un suo nuovo lavoro. Leo rimane sorpreso dal teatro di Quartucci e decide di creare una compagnia insieme all’autore. La compagnia avrà il nome di Compagnia della Ripresa. Tra le messe in scena numerose sono le opere di Beckett, che diventa in qualche modo l’autore maggiormente indagato dalla compagnia. Luigi Squarzina invita la compagnia al Teatro Stabile di Genova dove al Teatro Duse debutta Aspettando Godot nel marzo del 1964. A Genova in collaborazione con lo Stabile nasce il Teatro Studio esperienza destinata a concludersi dopo poco data le differenti necessità e visioni dei giovani attori e quelle dell’Istituzione. Al centro della questione resta il tentativo incompiuto di rinnovamento tentato da Squarzina. Prima della rottura portano in scena alla Biennale di Venezia il testo Zip Lap Lip Vap Mam Crep Scap Plip Trip Scrap e la grande Mam di Giuliano Scabia. Anche Tra Leo e Carlo Quartucci si crea una distanza artistica, i due senza mai arrivare ad una rottura decidono di terminare la loro collaborazione. L’esperienza con Quartucci sarà sempre ricordata da Leo come un importante apprendistato nonché un momento di studio sulla voce, il corpo e di cambio di prospettiva rispetto a quello che era il teatro tradizionale. Negli anni Leo racconterà di questa esperienza sempre in maniera positiva come emerge in alcune interviste, tra cui una rilasciata a Bologna nel 1987 in cui dice:

«[…] Con Carlo c’è stata molta collaborazione, non era un semplice rapporto tra regista e attore: tra me, lui e Rino c’era molta simbiosi, eravamo complementari […] e credo che anche loro ricordino proprio con piacere questa collaborazione, era veramente una collaborazione senza moralismi, senza imposizioni: ci si era scelti, avevamo più o meno le stesse idee nei confronti dell’ufficialità»1

Dopo l’esperienza maturata con Quartucci, nel 1965, Leo comincia a lavorare con Perla Peragallo, attrice conosciuta qualche anno prima, con la quale aveva cominciato ad imbastire uno spettacolo. Il lavoro che vede non poche difficoltà nella sua creazione prende il nome di La faticosa messa in scena dell’ Amleto di William Shakespeare. Leo e Perla indagano in questo periodo l’isolamento dell’artista, le difficoltà di chi si sottrae alle logiche produttive e va incontro alla libertà artistica, visiva e poetica assumendosi il rischio del fallimento economico e critico. Il sodalizio nasce da un’esigenza e una difficoltà condivisa, un isolamento artistico e di rifiuto verso il panorama teatrale nazionale. Al centro il desiderio di pensare teatralmente esula e coinvolge il teatro nella logica in cui il fare teatro diventa anche e prima di tutto una scelta di vita. Dunque il teatro come necessità. Il rapporto tra i due attori si ufficializza nel 1976 sotto il binomio “Leo e Perla”. I due attori si ritrovano senza uno spazio in cui lavorare e con scarsi mezzi economici ad intraprendere la costruzioni del lavoro. La faticosa messa in scena dell’ Amleto vede al centro del progetto la realizzazione di alcuni film e riprese che i due attori da principio affidano a Alberto Grifi e successivamente a Mario Masini per poi completare loro stessi ormai diventati padroni dei mezzi tecnici. La mancanza di fondi e dunque l’impossibilità di ottenere il sonoro attiva l’ingegno degli attori che per “far parlare le immagini” utilizzano i microfoni in scena. L’ Amleto diventa esempio del percorso artistico intrapreso dagli attori in questo periodo. Gianni Manzella nel testo la Bellezza amara a proposito della scelte artistiche di Leo maturate per questo lavoro scrive:

«la faticosa messinscena diventava così qualcosa di più dello specchio di una condizione esistenziale. Era un raccontare se stessi, secondo una equazione di arte e vita mai più rinnegata, alimentata al fuoco delle esperienze più brucianti di più di un secolo, da Baudelaire ad Artaud, e proiettata storicamente nel “compito” di Amleto.»2

In scena vengono utilizzati tre teli bianchi di grandezza diversa, sui quali vengono proiettate le immagini di diversa natura prodotte dai due attori. Sugli schermi compaiono immagini a colore, in bianco e nero, immagini casuali e non che mostrano i due attori nei panni dei personaggi dell’Amleto o cartelli pubblicitari, insegne. Le luci delle proiezioni si mescolano ai corpi dei due attori che nella selva di tecnologie presenti (microfoni, laringofoni, proiettori, cavi, registratore) appaiono come doppi e fantasmagoriche presenze. I personaggi sullo schermo vengono doppiati dal vivo da Leo e Perla che in due incarnano tutti i personaggi dell’Amleto o di quel che resta del testo originale, ma non solo talvolta commentano e ironizzano su quanto mostrato. Le voci non sempre seguono le proiezioni e talvolta sono in dissonanza rispetto alle immagini. L’Amleto è frammentato e ricomposto secondo le esigenze degli artisti che aggiungono inoltre frammenti di altri testi e altri autori come, ad esempio, un lungo intervento tratto da The Brig del Living interpretato da Perla/ Ofelia. Vengono fuori gli archetipi dell’ Amleto ma allo stesso tempo il tentativo polemico degli autori che intervallano riflessioni di carattere personale proprio relative alla faticosa messa in scena del testo. Nell’intervista di Franco Molè in merito all’Amleto Leo dichiara:

«non era il testo Amleto che ci interessava, ma Amleto stesso, l’intuizione di questo personaggio che, per uno strano processo mentale, da simbolo ci diventava realmente esistito. E noi lo evocavamo a confronto e confronto dell’operazione (qualunque essa fosse) che stavamo cercando di svolgere»

Leo de Berardinis , in Il lavoro su Amleto. Cit., p. 77

C’è in questo primo lavoro la ricerca di coinvolgimento del pubblico, un ipotesi di dialogo, dove lo spettatore viene immerso nella luce e nel movimento scenico e dal quale suo malgrado non può sfuggire. Prospettiva che verrà rimaneggiata e capovolta verso la chiusura nel lavoro successivo che è Sir and Lady Macbeth. Il rapporto tra Leo e Perla in scena è interessante e vitale, le idee registiche e orchestratrici di uno incontrano le capacità attoriali e magnetiche dell’altra. Leo è organizzatore della scena, dei suoni ma allo stesso tempo si pone come spalla nei confronti del perno e punto nevralgico che è Perla. Il rapporto è musicalmente organizzato. Nell’Amleto risulta in “prova” quello che poi costituirà la base del lavoro artistico tra i due. Come riportato in alcune ricostruzioni la scena è invasa di oggetti e materiali tecnici, luci, torce da sub che illuminano i volti degli attori e tra questi anche un pianoforte e uno sgabello. Il pianoforte viene suonato da Leo mentre Perla sparge fogli sulla scena, a seguire lo sgabello sarà utilizzato per creare ritmo in scena mentre Perla recita parti da La prigione di Kenneth Brown. In questo lavoro Leo comincia anche ad utilizzare il dialetto come elemento linguistico del suo teatro. Dialetto usato come elemento di sintesi, come altra possibilità tecnica offerta alla voce. Nonostante lo scetticismo di alcuni critici lo spettacolo viene accolto con favore dal pubblico. In molte recensioni il giudizio sui due interpreti risulta positivo. La faticosa messa in scena dell’ Amleto debutta al Teatro della Ringhiera di Roma nel 1967 con successive repliche al Teatro San Marco di Milano.

Lo spettacolo giunge al Convegno di Ivrea attraverso l’interesse e il supporto di Edoardo Faini. La presenza di Leo e Perla diventa occasione di confronto e di fuori uscita dall’auto-isolamento ricercato dai due attori. In questa occasione Leo e Perla intravedono l’occasione di un punto d’incontro e di conoscenza , un resoconto su quello che è il panorama nazionale, ma allo stesso tempo non si riconoscono nell’etichetta generale di Nuovo Teatro.

Alcune recensioni relative allo spettacolo si trovano nell’archivio online Leo de Berardinis nella sezione rassegna stampa nel file Rassegna stampa spettacoli Leo de Berardinis 1968-1976 al link: https://archivi.ibc.regione.emilia-romagna.it/ibc-cms/cms.find?flagfind=customXdamsTree&id=IT-ER-IBC-AS00303-0000001&munu_str=0_1_1&numDoc=69&docToggle=156&docStart=1&hierStatus=4,1,d6,d6,0&docCount=25&perpage=&physDoc=&comune=

1 In Archivio de Berardinis, DAR Unibo, colloc. 1.5.6, pp. 4-5

2 Gianni Manzella, La Bellezza Amara, cit. pag. 14