a cura di Marco di Maro
Cessate le ostilità della III guerra d’indipendenza ritroviamo Torelli per alcuni mesi a Firenze dove pare abbia concepito e scritto il suo capolavoro: I Mariti.
L’opera è divisa in cinque atti ambientati nei salotti dell’aristocrazia napoletana della seconda metà del Ottocento. Al centro della commedia c’è il racconto della vita matrimoniale dei tre rampolli (Giulia, Emma, Alfredo) della famiglia dei duchi d’Herrera. Il matrimonio tra Fabio (borghese) ed Emma mette in risalto il decomponimento degli altri matrimoni. Infatti gli ideali e le virtù di Fabio e i suoi insegnamenti verso il matrimonio sono in contrasto con gli atteggiamenti tenuti dagli altri mariti di origine aristocratica. Dunque negli intenti dell’autore c’è l’intenzione di marcare anche l’ascesa di una classe sociale nuova che si fa portatrice di valori legati alla laboriosità e alla serietà verso i vincoli matrimoniali.
Emma è promessa sposa di Fabio, uomo che non ama e che per il quale non nutre particolare interesse. Preferisce piuttosto Ernesto di Rogheredi, un giovane affascinante e di appartenenza aristocratica. La Duchessa, madre dei rampolli, che in passato ha già combinato i matrimoni dei due figli cerca di fare ammenda e di sistemare Emma con un uomo di valore e serio come Fabio senza cedere ai capricci e alle fantasia della giovane. Consigliere di Emma sono la sorella Giulia moglie di Teodoro, uomo tremendamente geloso, e Rita baronessa d’Isola, in passato promessa sposa a Fabio ma in seguito sposata con il Barone Eduardo d’Isola, che la trascura e vive la sua vita lontano dagli obblighi matrimoniali. Le donne espongono i loro punti di vista sul matrimonio e cercano di far ragionare Emma mostrandole gli effetti che i comportamenti dei rispettivi mariti hanno su di loro. Tra questi discorsi si aggiunge anche Sofia sposata con il giovane Alfredo, duchino che ama godersi la vita e si mostra disinteressato alle necessità di Sofia. Appartenente alla cerchia di coloro che fuggono ai vincoli matrimoniali c’è la Gioiosi, donna che ha una cattiva reputazione per il suo stile libertino e che si è avvicinata al duchino Alfredo. Tutta la commedia ruota intorno a disquisizioni e giochi comici sui meriti e demeriti dei mariti oltre che su evidenti richiami alla decadenza della nobiltà. L’intreccio si sviluppa attraverso i dialoghi tra le coppie e alcuni momenti corali. Gli espedienti scenici che attivano la scena sono dati da attimi di gelosia o di possibili intrighi e adulteri. Tra questi un possibile interesse da parte di Errico di Rivabella, ufficiale di marina, per Sofia testimoniata da uno scambio di lettere tra i due e da gesti d’affetto di questo ultimo verso la ragazza. Oppure le scelte di Giulia moglie di Teodoro che decide di marciare la via dell’inganno per punire la gelosia del marito fingendo che alcune delle lettere di Errico fossero indirizzate a lei. Questo rende furioso Teodoro che viene a conoscenza delle lettere convinto che fossero indirizzate alla moglie. Rappresentanti delle cattive abitudini Il duchino Alfredo insieme al Barone d’Isola organizzano un evento mondano alla quale sono invitate personalità affini alla Gioiosi. Quest’ultimi coinvolgono nei loro piani anche la povera Sofia che non ha intenzione di rovinare la propria reputazione. All’evento intervengo La Duchessa, Teodoro e Errico di Rivabella. Nasce una contesa tra Errico di Rivabella e il Barone D’Isola in merito alla Gioiosi e alla relazioni che essa intrattiene con loro. La scena finale vede la comparsa del Duca, in qualità di pacere nonché difensore della morale. Quest’ultimo interviene a commentare l’episodio del duello e ristabilisce l’ordine nella sua casa. Sul finale la giovane Emma rivede le sua posizione su Fabio, anche in seguito a quanto appreso dai matrimoni altrui, dimostrandosi affezionata e disponibile nei confronti del marito. Trionfa dunque il motto proclamato da Fabio che il buon marito fa la buona moglie.
La commedia venne data alle scene la sera del 23 novembre 1867 al Teatro Niccolini di Firenze e un mese dopo a Napoli dalla compagnia del noto Luigi Bellotti Bon. Il consenso di critica e di pubblico fu unanime. Federico Verdinois scrisse, sintetizzando le numerose recensioni del tempo:
“L’entusiasmo ruppe ogni limite. La commissione dell’accademia della Crusca, [… ] andò a complimentare il Torelli sul palcoscenico, ed il ministro della Pubblica Istruzione gli ottenne la croce di cavaliere. Il pubblico strepitava in platea e non si stancava di acclamare il poeta”.
Il successo fu davvero meritato, Torelli da sempre aveva saputo leggere nel gran libro della società traendo dal vero i suoi personaggi e ora era riuscito con studio accuratissimo a riprodurre quell’aristocrazia, che, finito il suo ciclo di egemonia politica e sociale, ne aveva iniziato uno nuovo di egemonia mondana.
Ne I Mariti si condannava l’amoralità e le degenerazioni dell’aristocrazia, a cui l’autore rimarrà indissolubilmente legato, e a un tempo si profilava l’alternativa della borghesia moderna. Anche tecnicamente la commedia risultava nuova, non d’intrigo né propriamente di carattere, ma per quadri d’insieme svolti con leggerezza ed equilibrio.
Nella commedia emergono a più riprese le riflessioni di Torelli sulla condizione attuale dell’aristocrazia. I titoli ormai contano poco e ancor meno le passioni giovanili come ribadisce la Duchessa:
«Per te non ho scelto un ragazzo , ma un uomo a trent’anni: l’età giusta in cui si dovrebbe prender moglie; un uomo bello, vegeto, serio… Carracciolo per parte di madre. Il quale per virtù propria s’è fatto un ricco patrimonio ed un grande nome… Gli manca un titolo, ma, mio dio, quando un marchese ed un duca sono riusciti male alla prova, voglio provare un poco con un avvocato.»1
La virtù sta nel conquistarsi laboriosamente il proprio patrimonio e saperlo amministrare coscientemente senza sperperarlo e mantenendo la propria reputazione solida, cosa che non si addice più ai nobili. La nobilità di sangue ha poco valore ormai e questo lo ribadisce deluso anche il Duca:
«[…] Dovevo vivere settant’anni per avvedermi che la razza, il sangue non sono che una corbelleria! Non ammetto più sangue, io! Pel sangue de’ miei antenati, mi vanto di razza tanto pura quanto quella del conte di Chambord, e vedete mio figlio! (riferito al duchino Alfredo) Vedete se c’è bifolco riuscito meglio di lui!»2
Fabio è l’uomo educato che si mostra un marito serio, materiale. Via le frivolezze e gli innamoramenti poetici “Una capanna e il suo cuore” come egli pronuncia e spazio alla concretezza e alla creazione di basi solide per un matrimonio. Sostentamento della moglie, agiatezza economica, prudenza e morigeratezza, educazione della prole e nessun vizio.
Torelli appartiene alla nobiltà e il suo sguardo sulla faccenda e lo sguardo critico di chi percepisce in prima persona questi mutamenti. Di chi osserva i salotti e li frequenti, di chi si annota il cambiamento dettato anche dal mutare dei costumi. Nella commedia, ad esempio, nell’incipit il servo Felice commenta la pochezza dei biglietti da visita ricevuti per gli auguri di Capodanno rispetto all’anno precedenza. Ad evidenziare come di anno in anno stia venendo meno una prassi legata a quel mondo. A questi si aggiungono indicazioni sui buoni costumi come quello di non viaggiare in carrozza senza il proprio marito o di parlare male di quest’ultimo in presenza di altri e soprattutto di un altro uomo. Non manca il riferimento al rituale sociale di trascorrere momenti di spensieratezza nella villa di campagna, luogo di tranquillità ma allo stesso tempo, appartato lontano da occhi indiscreti che può diventare luogo di trasgressione e piacere.
Lo sguardo di Torelli e anche quello giornalistico che non manca di introdurre nella commedia un duello. Il conflitto tra gentiluomini era un avvenimento frequente all’epoca e certamente non mancava nelle cronache locali. E così il Duca apprende la notizia dello scontro che sconvolge il nome e la quiete della propria casa attraverso la lettura del giornale.
Luigi Capuana sulla “Nazione” offre il suo punto di vista sul lavoro analizzando le sensazioni e i lavoro degli attori caso per caso. La commedia nell’analisi di Capuana risulta riuscita e il marito di Torelli sta proprio nell’aver descritto con precisione la società dell’epoca. Egli scrive:
«Fra le squisite e magistrali bellezze della nuova commedia è appunto la netta e precisa espressione della società quella che ne forma il prestigio e l’incanto maggiore. Invece di sentirci spostati, invece di rimanere semplicemente pubblico, come d’ordinario succede, entriamo con essa attori in qualche modo anche noi nelle azioni che svolgono sul palcoscenico.»3
Il successo proiettò Torelli nei salotti bene di molte città italiane. A Firenze conobbe e amò Aimée Desclée, nota attrice del tempo, frequentò Luigi Capuana e il De Amicis. A Milano nel salotto della sua cara amica: Contessa Clara Maffei, incontrò Giovanni Verga e Emilio Praga e, più tardi, Marco Praga. Qui visse una fallimentare storia d’amore con la duchessa Eugenia Litta Bolognini.
Quando le commedie successive a I Mariti, Fragilità e La Moglie ricevettero tiepidi consensi fu la contessa Clara Maffei a sostenere il Torelli soprattutto attraverso Alessandro Manzoni che dopo il successo di Triste Realtà del 1871 ricevette l’autore incitandolo a ignorare la critica.
Il Manzoni e Verdi furono sempre in contatto con Torelli esortandolo a non lasciarsi prendere dal timore dell’insuccesso.
Nell’aprile del ’72 a Venezia l’autore sceneggiò L’uomo mancato, commedia che attestava la sua vicenda di commediografo sull’orlo del declino.
La scomparsa della madre cui Torelli aveva dedicato tutta la sua esistenza e i primi insuccessi teatrali, chiudono idealmente il decennio del 1860 e il periodo di maggior fortuna artistica di Torelli.
1 Siro Ferrone, Il teatro italiano. La commedia e il dramma borghese dell’Ottocento, Tomo secondo, Einaudi Editore, Torino, 1979, cit. p. 340
2 Ivi, cit. p. 403
3 Luigi Capuana, La prima rappresentazione de i Mariti, in La Nazione, 30 Novembre 1867
