{"id":17719,"date":"2026-10-01T12:02:10","date_gmt":"2026-10-01T10:02:10","guid":{"rendered":"https:\/\/teatronapoletano.centroictbc.unisa.it\/?p=17719"},"modified":"2026-10-05T11:42:20","modified_gmt":"2026-10-05T09:42:20","slug":"opera-1-3-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-12-2-2-2-2-2-5-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-3","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/teatronapoletano.centroictbc.unisa.it\/?p=17719","title":{"rendered":"Intervista a Manlio Santanelli"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:10px\">a cura di Barbara D&#8217;Andria<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Intervista rilasciata in occasione della stesura della tesi di laurea in Letteratura teatrale italiana (relatrice Prof.ssa Antonia Lezza):<br>Barbara D&#8217;Andria,&nbsp;<em>La scrittura di Manlio Santanelli: conflitti, sogno e follia<\/em>, Universit\u00e0 degli Studi di Salerno, Facolt\u00e0 di Lettere e Filosofia, 2002-2003.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Nel 1980 la messa in scena di&nbsp;<\/strong><em><strong>Uscita di emergenza<\/strong><\/em><strong>&nbsp;ha segnato l&#8217;inizio di una nuova era per il teatro napoletano definita dai critici &#8220;Nuova Drammaturgia napoletana&#8221;. Che rapporto ha con questo movimento?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 un rapporto di consonanza e di dissonanza allo stesso tempo. La definizione &#8220;Nuova Drammaturgia napoletana&#8221; mi sta bene finch\u00e9 rappresenta, cronologicamente, il passaggio dagli Anni Settanta agli ultimi anni. Se, invece, ci si vuole riferire alla qualit\u00e0, al contenuto delle commedie, bisogna dire che non c&#8217;\u00e8 continuit\u00e0 con il Teatro italiano, semmai c&#8217;\u00e8 continuit\u00e0 con il Teatro europeo. Sia io che i miei colleghi drammaturghi, abbiamo sempre aperto il nostro teatro ad una dimensione europea, avendo come punti di riferimento Genet, Proust, Pinter. \u00c8 una drammaturgia che, in alcune commedie, comincia, apparentemente, in maniera rassicurante, ma poi, improvvisamente, volge al paradosso. In altre commedie questo scatto verso il surreale avviene pi\u00f9 lentamente, la conversione \u00e8 pi\u00f9 lenta e regolare. Io sono del parere che le regole di una commedia sono nella commedia stessa, non nell&#8217;autore: ogni opera ha la sua regola interna.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Nelle sue commedie si parte da una situazione rassicurante per poi prendere la prima strada possibile verso la follia: da che cosa nasce questa predilezione per gli aspetti paradossali della realt\u00e0?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Preferisco adoperare il paradosso come chiave di lettura della realt\u00e0, perch\u00e9 credo sia il modo migliore per avvicinarglisi, essendo la realt\u00e0 fortemente paradossale. Chi la rappresenta in termini documentaristici fa soltanto della cronaca, ma non giunge mai al nodo fondamentale delle cose. Alla televisione si vedono spesso trasmissioni che parlano della condizione di disagio in Bosnia, come in altri Paesi del mondo, a causa delle guerre, ma io credo che la vera Bosnia non sia quella di cinque persone che gridano da un palcoscenico. \u00c8 pi\u00f9 Bosnia il dopoguerra o la rivoluzione che si sente nelle parole del giacobino nel&nbsp;<em>Baciamano<\/em>, c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 disperazione e realt\u00e0 che non parlare dello stupro etnico. Io penso che le guerre abbiano un denominatore comune, bisogna trovare il centro della questione e sviluppare quello, senza pretendere di descrivere tutta la guerra in due ore.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Nel corso di un&#8217;intervista lei defin\u00ec l&#8217;esistenza umana e la vita in generale &#8220;una serie di disgrazie con qualche sciagura&#8221;. Perch\u00e9 una tale interpretazione?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il mio \u00e8 un pessimismo che cerca di esorcizzare la paura esistenziale che appartiene a tutti noi. Penso che a scuola bisognerebbe educare i ragazzi a fronteggiare le difficolt\u00e0 a cui andranno incontro nel corso della loro vita. Uno dei traumi maggiori per un giovane \u00e8 proprio il passaggio dalla scuola alla societ\u00e0, perch\u00e9 nella scuola esiste un rapporto personale con i docenti e si ha modo e tempo per esprimersi, ma quando si \u00e8 fuori si diventa un numero, bisogna costruirsi un&#8217;identit\u00e0. Per questo la vita \u00e8 diversa dalla natura. Della natura si dice &#8220;non facit saltus&#8221; invece la vita interiore li fa i salti. Forse le scienze psicologiche nascono proprio dall&#8217;esigenza di ricostruire un&#8217;unit\u00e0, un filo conduttore laddove, invece, ci sono delle cose che sono irriconducibili a un&#8217;origine, episodi traumaticamente precipitati nella nostra esistenza, che non sono assolutamente in rapporto con gli elementi della nostra personalit\u00e0. Se sappiamo utilizzare queste esperienze nel modo migliore, esse ci fanno compiere dei grandi salti e ci fanno maturare. Io non credo alla teoria che tutte le esperienze fanno bene. Le buone esperienze fanno meglio.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Tutti i suoi personaggi cercano disperatamente un&#8217;<\/strong><em><strong>uscita di emergenza<\/strong><\/em><strong>&nbsp;per liberarsi dal malessere e dalla follia che attanaglia la loro vita&#8230;<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel Novecento in tutta la letteratura teatrale a cominciare da Pirandello si avverte questo senso di rifiuto che impedisce all&#8217;individuo di espandersi, per cui il tentativo e lo sforzo dei personaggi \u00e8 quello di rompere la catena per esprimere le proprie libert\u00e0. Nella &#8220;stanza della tortura&#8221; si stabiliscono dei confronti con i quali ognuno esprime le proprie ragioni soggettive, tutte valide, tutte potenzialmente vincenti, ma, alla fine, tutte perdenti. Questo \u00e8 in fondo il prototipo del Teatro moderno.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Sulla scena ritroviamo spesso la presenza di una doppia realt\u00e0: i protagonisti delle commedie nascondono o travestono aspetti della loro vita e del loro passato ricorrendo a racconti fantastici che impediscono al lettore di riconoscere il confine tra realt\u00e0 e fantasia.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il fantastico dei miei personaggi nasce quasi sempre dalla necessit\u00e0 di sfuggire a una realt\u00e0 che non \u00e8 riconosciuta. Essi non possono far altro che inventarsi una vita particolare oppure cercare di sviare i sospetti, proiettandosi in un mondo immaginario. In&nbsp;<em>Regina Madre<\/em>&nbsp;la protagonista femminile, seguendo le proprie illusioni, ricostruisce la figura del marito, defunto, che si trasforma in un&#8217;immagine ideale e il figlio Alfredo, esasperato dalla madre che insiste per conoscere i motivi del suo fallimento matrimoniale, racconta una storia incredibile in cui confessa di aver addirittura mangiato la moglie. Io credo che tutti noi difficilmente ci mostriamo per ci\u00f2 che siamo in realt\u00e0; spesso, senza neppure avvertirlo, appena varchiamo la soglia di casa, adottiamo una veste che abbiamo convenuto di essere la pi\u00f9 adatta. Neppure noi conosciamo la nostra verit\u00e0. Io nel teatro stabilisco dei conflitti e questi conflitti sono delle sfide per arrivare alla verit\u00e0. In questo modo il Teatro diventa un processo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>I racconti fantastici diventano addirittura delle vere e proprie favole in alcune commedie.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La favola che la Janara racconta al giacobino nel&nbsp;<em>Baciamano<\/em>, ad esempio, \u00e8 nata dopo aver letto il&nbsp;<em>Pentamerone<\/em>&nbsp;di Basile. Nella scrittura ho adoperato uno stile che precede quello della commedia: \u00e8 un napoletano pi\u00f9 antico di quello che parla normalmente la Janara, \u00e8 pi\u00f9 arcaico, perch\u00e9 le favole affondano nella memoria pi\u00f9 lontana. Noi siamo fatti anche di ricordi e ricordare una parte di noi \u00e8 un modo per riconoscerci, per riappropriarci della nostra identit\u00e0. Quando vacilla la propria conoscenza di s\u00e9, la cura pi\u00f9 immediata \u00e8 quella di ritornare indietro e capire chi siamo stati e per quale motivo non ci riconosciamo pi\u00f9 in ci\u00f2 che siamo stati.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Uno dei segni distintivi dello stile di Manlio Santanelli consiste nel non concludere mai del tutto l&#8217;azione, lasciando lo spettatore nell&#8217;incertezza sull&#8217;esito del dramma.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La commedia&nbsp;<em>L&#8217;Aberrazione delle stelle fisse<\/em>&nbsp;si conclude con un ipotesi: Antonino accende il faro della motocicletta e innesca il paradosso, perch\u00e9 questa \u00e8 una cosa che pu\u00f2 accadere per strada e non tra due fratelli al settimo piano di un edificio. Se pensiamo, per\u00f2, a ci\u00f2 che vediamo in televisione ci rendiamo conto che questi episodi non sono poi cos\u00ec lontani dalla verit\u00e0 e che la realt\u00e0 ha degli effetti talmente strani e lontani dalla normalit\u00e0 che possono rivelare improvvisamente una follia nascosta per molti anni. Il paradosso riesce ad accostare la sventura alla verit\u00e0 che inevitabilmente ha una fuga verso l&#8217;irrazionale. Nella mia scrittura sono presenti dei nodi che metto in scena, ma che non sempre sciolgo lasciandone allo spettatore il compito: ecco i&nbsp;<em>finali aperti<\/em>. Tutto ci\u00f2 mi rimanda ad una conferenza di Pasolini, il quale sosteneva che la letteratura si divide in due parti: consolatoria e problematica. Mentre molti autori trattano questioni che chiudono alla fine del secondo atto mandando a casa il pubblico appagato e con una soluzione in tasca, io apro solo problemi che non so chiudere. Il finale aperto \u00e8 inquietante, perch\u00e9 rappresenta un vuoto che ognuno riempie, secondo la propria interiorit\u00e0 ed esperienza di vita.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Secondo lei che cosa realmente \u00e8 in grado di appassionare e di scuotere l&#8217;interesse della gente?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il teatro si fa con la marginalit\u00e0 e con la singolarit\u00e0 delle situazioni narrate. La gente si identifica con ci\u00f2 che vede sulla scena, con il personaggio periferico e quella che noi chiamiamo normalit\u00e0. Si identifica con un personaggio emarginato e marginale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Questa marginalit\u00e0, per\u00f2, viene resa sempre in maniera esilarante e infatti, nelle sue commedie, pur non partendo dalla disperazione, tuttavia, ci si arriva attraverso gradini tragicomici. In che modo la comicit\u00e0 nasce dal tragico?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ho di mira il&nbsp;<em>malessere<\/em>, ma non riesco a separarlo da una dimensione ironica, paradossale. \u00c8 una maniera per comprendere il tragico e portarlo alla comprensione degli altri. Il tragico fine a s\u00e9 stesso ha smesso di stupirci e di impressionarci, ci siamo, purtroppo, assuefatti ad una realt\u00e0 crudele. Ma con l&#8217;ironia e il paradosso ci sorprendiamo a sorridere e improvvisamente ci accorgiamo che stiamo sorridendo della tragedia. In questo modo il malessere si combina in maniera tragicomica, ma la mia \u00e8 una comicit\u00e0 ambientata su una zattera, in balia delle onde.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Nel teatro di Manlio Santanelli troviamo una forte presenza femminile di cui viene resa un&#8217;immagine di estrema possessivit\u00e0 e crudelt\u00e0. Come spiega questa scelta drammaturgica?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La figura femminile \u00e8 il centro di quasi tutte le commedie, tranne in&nbsp;<em>Disturbi di memoria<\/em>&nbsp;in cui la donna \u00e8, per\u00f2, molto presente nei discorsi affrontati dai protagonisti e in&nbsp;<em>Uscita di emergenza<\/em>&nbsp;dove addirittura pi\u00f9 che di solitudine si parla di assenza della figura femminile. La donna \u00e8 cos\u00ec forte nelle mie commedie che \u00e8 presente anche quando \u00e8 assente fino a metterla in scena in&nbsp;<em>Facchini<\/em>&nbsp;nelle vesti di &#8220;angelo della morte&#8221; che gira il mondo, istigando la gente al suicidio. Ultimamente ho scritto un testo:&nbsp;<em>Il chiodo fisso<\/em>&nbsp;che andr\u00e0 in scena tra breve in cui la figura materna dopo un inizio pi\u00f9 o meno rassicurante, se pur nella sua estrema possessivit\u00e0, slitta sempre di pi\u00f9 verso la follia e viene dipinta in termini paradossali. Credo che questa visione derivi dalla mia situazione familiare: la personalit\u00e0 forte di mia madre mi ha segnato molto, tanto che quasi tutte le mie commedie sono concepite, se non come tentativo di rivalsa nei confronti della madre, in un&#8217;ottica abbastanza spietata della figura materna come artefice del destino del bambino e dell&#8217;uomo futuro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Al contrario la figura maschile \u00e8 estremamente fragile, come se fosse incapace di opporsi alla dominazione femminile, ma allo stesso tempo ne fosse sadicamente dipendente.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La figura maschile \u00e8 quasi una vittima sacrificale della donna. Questo non vuol dire che io nella vita mi senta vittima di qualcosa, anche se il mio carattere mi porta molto di pi\u00f9 a vittimizzarmi che non a &#8220;vittimare&#8221;. Nelle situazioni reagisco, pi\u00f9 spesso, addossandomi la colpa che scaricandola su altri. Nelle mie commedie tutti i personaggi si sentono colpevoli di qualcosa, anche di qualcosa che non hanno mai commesso, ma solo pensato. Ritornando a quanto dice la psicanalisi: per sentirci in colpa non \u00e8 importante che un fatto sia accaduto basta che sia pensato. Ci si pu\u00f2 sentire in colpa per il fatto di aver pensato di uccidere la propria sorella, ad esempio, basta il pensiero per renderci oggetto di sensi di colpa.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Anche la figura paterna \u00e8 spesso misteriosamente assente dalla scena: vittima della giustizia come in&nbsp;<\/strong><em><strong>Bellavita Carolina<\/strong><\/em><strong>, fantasma dei ricordi in&nbsp;<\/strong><em><strong>Regina Madre<\/strong><\/em><strong>&nbsp;o ancora ridotto a macchina riproduttrice in&nbsp;<\/strong><em><strong>La fabbrica delle creature<\/strong><\/em><strong>.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il padre \u00e8 una figura che aleggia, latita. Questa penso che sia una caratteristica prevalentemente meridionale e diventa di conseguenza l&#8217;aspetto meno europeo del mio teatro perch\u00e9 a Napoli il padre \u00e8 quello che esce di mattina e torna la sera per lavorare. Si ha un rapporto pi\u00f9 profondo con la propria madre. Il padre diventa, quindi, una sorta di figura mitica, un puro spirito.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Tutto ruota intorno ad una sessualit\u00e0 oscura, nevrotica e simbolica.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il rapporto con l&#8217;amore \u00e8 sempre un rapporto complesso: questa interpretazione pu\u00f2 derivare da un&#8217;educazione regressiva di cui la mia generazione ha subito i disagi, ma, in linea di massima, penso che sia anche il momento di maggior sincerit\u00e0. Questa sincerit\u00e0 \u00e8 accoppiata a una sensazione di disagio, come se fossimo sottoposti ad un giudizio, per cui giunge un&#8217;incertezza a disturbare quello che dovrebbe essere il corso naturale di una situazione. I miei personaggi sono tutti vittima di una cattiva interpretazione dell&#8217;amore, sono un po&#8217; come Don Giovanni che pur passando da una donna all&#8217;altra, \u00e8 colui che conosce meno l&#8217;amore, perch\u00e9 ne ha una concezione quantitativa e non qualitativa e che lo induce a cercare continue prove.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>In che modo la lettura dei classici europei da Conrad a Ionesco a Beckett hanno influito sulla sua formazione e successivamente sul suo stile?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Io divido gli interessi in un&#8217;et\u00e0 in cui bisogna fare i conti con il passato e allora mi sono creato due mondi tra i quali oscillo e che si percepiscono chiaramente nelle mie commedie: l&#8217;Europa di Kafka, Conrad, Musil, Proust e il mondo sudamericano di Borges, Marquez, autori di lingua latino americana. Sono presenti allora due differenti modi di esprimersi: un mondo mitteleuropeo che scava dentro di s\u00e9 in un processo di continua autoanalisi e psicodramma e un mondo che proietta nella realt\u00e0 la propria fantasia, attribuendo alla natura i propri disagi e le proprie sofferenze come in&nbsp;<em>Cento anni di solitudine<\/em>&nbsp;di Gabriel Garc\u00eca M\u00e0rquez.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Tutte queste sollecitazioni come vengono rese nella sua scrittura?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Io metto da parte e tesorizzo tutte le esperienze e gli strumenti con cui sono entrato in contatto. Leggo un libro sperando che mi faccia compiere un passo in avanti nella conoscenza di me stesso e del mondo che mi circonda. Se ho scritto certe cose, le ho scritte, non solo per un DNA che mi conduceva al teatro, ma anche perch\u00e9 sentivo l&#8217;esigenza di liberarmi da tutto ci\u00f2 che avevo incamerato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Lei esplora le relazioni complesse attraverso il linguaggio. Che rapporto c&#8217;\u00e8 tra il dialetto napoletano costruito come lingua letteraria e l&#8217;italiano?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tra il napoletano e la lingua italiana c&#8217;\u00e8 un rapporto misterioso che ogni volta mi sorprendo a dover accettare. In alcuni casi i temi, le questioni affrontate devono essere espresse in italiano: non avrei mai potuto scrivere&nbsp;<em>Disturbi di memoria<\/em>&nbsp;in dialetto perch\u00e9 i discorsi dei protagonisti sono sottili, ragionati. L&#8217;italiano, nelle mie opere, diventa una lingua che controlla i personaggi e impedisce loro di esprimersi nella loro pienezza. Il napoletano, invece, \u00e8 una lingua liberatoria. I miei personaggi parlano in italiano quando devono esprimere delle idee, esplorare la propria psicologia, entrare nel profondo di loro stessi, per\u00f2, quando devono litigare, litigano in napoletano, perch\u00e9 il napoletano permette di tirar fuori in modo pi\u00f9 diretto e liberatorio la propria interiorit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Come sceneggiatore radiofonico ha avuto esperienza di&nbsp;<\/strong><em><strong>riscrittura<\/strong><\/em><strong>&nbsp;e&nbsp;<\/strong><em><strong>riduzione<\/strong><\/em><strong>&nbsp;di romanzi.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quella \u00e8 stata un&#8217;esperienza interessante che mi ha dato molto, ma oggi&nbsp;<em>ridurre<\/em>&nbsp;un romanzo per la scena non mi interessa pi\u00f9. L&#8217;ho fatto su commissione: ho realizzato&nbsp;<em>Il marchese di Roccaverdina<\/em>&nbsp;per il teatro di Palermo, ma mi piace molto di pi\u00f9&nbsp;<em>inventare<\/em>&nbsp;che&nbsp;<em>riscrivere<\/em>. Quando si parla di teatro moderno si parla spesso di&nbsp;<em>riscrittura<\/em>&nbsp;dei classici: io penso che non ci sia nessuna necessit\u00e0 di riscrivere, ad esempio, l&#8217;<em>Edipo Re<\/em>, visto che la versione originale \u00e8 veramente bella. A limite si pu\u00f2 presentare una situazione in cui si riconosce un ideale edipico, ma con la&nbsp;<em>riscrittura<\/em>, si rischia di far venir fuori dei personaggi tradotti in chiave moderna che diventano un&#8217;operazione facile, banale e fuorviante. La considero un &#8220;refugium peccatorum&#8221; per coloro che non avendo una fantasia particolarmente accesa, preferiscono sfruttare l&#8217;intelaiatura di opere gi\u00e0 note, aggiungendoci qualche particolare. Ma \u00e8 come copiare la&nbsp;<em>Gioconda<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Le sue commedie hanno avuto moltissimi allestimenti all&#8217;estero dove i suoi testi sono stati tradotti, pubblicati e continuamente riproposti al pubblico. Tutto ci\u00f2 condiziona la scelta della lingua?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">No, assolutamente. Io scrivo pensando a ci\u00f2 che voglio scrivere per il piacere di scrivere. In seguito mi domando se al pubblico pu\u00f2 essere gradita una soluzione piuttosto che un&#8217;altra, ma prendo in considerazione un pubblico eterogeneo. Non potrei mai scrivere, pensando ad una traduzione, altrimenti, snaturerei la vena espressiva del momento. Ci sono scrittori moderni che concepiscono i romanzi gi\u00e0 con l&#8217;occhio alla traduzione cinematografica, ma questo si avverte, ci si trova quasi di fronte a una sceneggiatura. Un&#8217;abbondanza di dialoghi in un romanzo nasconde la volont\u00e0 di andare al di l\u00e0 del romanzo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Del suo teatro si dice che porta in scena &#8220;inquietudini pinteriane analizzate all&#8217;ombra del Vesuvio&#8221;. Quanto delle ossessioni, delle angosce e delle incertezze di Pinter riconosce nei suoi lavori?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Pinter \u00e8 un autore che mi \u00e8 molto caro, ma cerco di non farmi plagiare dalla sua scrittura che \u00e8 complessa. Dietro ogni sua battuta quotidiana c&#8217;\u00e8 un discorso pi\u00f9 complesso, una tensione che si rivela chiaramente solo alla fine e che costituisce il sottotesto di Pinter. Nei suoi lavori sono pi\u00f9 importanti le pause che le parole. Di Pinter ho letto tutto e l&#8217;ho ammirato a teatro numerose volte, sento di essergli molto vicino da un punto di vista psicologico, perch\u00e9 egli mette in scena delle situazioni che apparentemente sembrano pacifiche e che invece, evolvendo verso la minaccia e la crudelt\u00e0, si rivelano infernali. Ma io cerco di lavorare anche sull&#8217;anticlimax e, infatti, appena si raggiunge un punto di tensione mi diverto a rovesciarlo perch\u00e9 non mi piace il drammatico e il patetico.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Come definisce il suo rapporto con la scrittura?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ultimamente ho partecipato ad alcuni Convegni e uno di questi si intitolava&nbsp;<em>La gioia di scrivere per il teatro<\/em>. Io non sono d&#8217;accordo sul titolo, perch\u00e9 anche se la scrittura \u00e8 un momento di espressione e di emozione, io la vivo come una necessit\u00e0 biologica, una liberazione da un peso che mi porta semmai ad una gioia successiva. Il teatro non parte da un momento di euforia, pu\u00f2 procurarlo alla fine. Io subisco il peso della scrittura, tuttavia, non posso farne a meno, perch\u00e9 sono molto competitivo con me stesso e cerco sempre di superare il punto in cui sono arrivato, cerco di spingermi oltre. Nel momento in cui mi trovo a dover rappresentare sulla scena questo retaggio, finisco sempre con il pensare al discorso di Alfredo, il figlio di&nbsp;<em>Regina Madre<\/em>, che esprime chiaramente il mio pensiero. Alfredo dice che le parole, nel passaggio da una riva all&#8217;altra, dal pensiero alla pagina, subiscono un attacco costituito da un temporale che lo costringe a tener le parole ben alte sul capo, per evitare che durante la traghettata si inzuppino di significati che non hanno. Da una parte, allora, c&#8217;\u00e8 il pensiero con le sue fantasie e dall&#8217;altra una pagina bianca che deve riempire, perch\u00e9 il bianco, tutto quel bianco lo acceca. Questa \u00e8 una costante della mia scrittura; all&#8217;inizio, infatti, ho l&#8217;impressione di avere nella testa delle idee che scottano, ma nel momento in cui scrivo ho paura che esse si attenuino fino a diventare banali, comuni. La paura dello scrittore, a mio avviso, \u00e8 di avere nella mente idee che hanno un tale spessore da non riuscire a conservarlo nella stesura che diventa inevitabilmente inferiore a ci\u00f2 che si vuol dire. La scrittura arranca e non riesce a tener dietro al pensiero che galoppa, questo \u00e8 un disagio che avverto ogni volta che scrivo. Eppure la scrittura \u00e8 una necessit\u00e0 biologica di rappresentare il proprio mondo interiore, i nodi che si vogliono sciogliere, ecco perch\u00e9 ho intitolato una mia lezione&nbsp;<em>Il teatro \u00e8 il mio doppio<\/em>: il teatro costituisce il mezzo attraverso il quale esprimo me stesso e la mia vita.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>In che modo si esprime la cultura e la tradizione napoletana nelle sue opere?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La tradizione napoletana mi appartiene come mi appartengono le altre tradizioni. Ho con essa un rapporto discontinuo, ma sempre piuttosto presente, perch\u00e9 la tradizione napoletana mi ha regalato la prima pietra per il mio teatro. Per me rappresenta la grammatica, la scuola elementare che \u00e8 un periodo sconvolgente per la vita di un ragazzo che si appresta ad imparare. \u00c8 il primo giorno di scuola quello che conta, \u00e8 il primo rapporto con la penna, con l&#8217;inchiostro che caratterizza tutta la scrittura futura. Quando scrivo, per\u00f2, mi rendo conto che non riesco a resistere alla tentazione di interpretare Napoli come una citt\u00e0 in cui la linea dionisiaca \u00e8 dominante. L&#8217;ubriacatura, l&#8217;uscire da s\u00e9 stessi, trasferire all&#8217;esterno un mondo interiore, raggiungere un luogo che senza l&#8217;ebbrezza non si pu\u00f2 raggiungere, questa \u00e8 Napoli. Nei miei personaggi avverto la necessit\u00e0 di conquistare questo spazio lontano alla propria personalit\u00e0 che pu\u00f2 essere la fantasia, il paradosso, uno spazio che presuppone un viaggio dalla propria interiorit\u00e0 verso un mondo diverso. Napoli non ha un&#8217;epidermide che la protegge e per questo \u00e8 esposta a qualunque ferimento. \u00c8 una citt\u00e0 nuda, pi\u00f9 nuda delle altre, e per questo tutto ci\u00f2 che accade, anche l&#8217;episodio pi\u00f9 insignificante, \u00e8 portato ad indici estremi e parossistici.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Ne&nbsp;<\/strong><em><strong>Il baciamano<\/strong><\/em><strong>&nbsp;si indaga su un pezzo di storia che ha influito molto sulla societ\u00e0 napoletana: la Rivoluzione Partenopea del 1799.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 un evento che ha segnato molto Napoli, perch\u00e9 ha dimostrato l&#8217;impossibilit\u00e0 di comporre la societ\u00e0 in delle classi che potessero in qualche modo comunicare tra loro. La Rivoluzione del 1799 fu un evento tragico e sanguinario che, in un primo momento, sfrutt\u00f2 la rabbia bruta della plebe nell&#8217;intento di cacciar via il re Ferdinando I. Successivamente ci si rese conto che la plebe non aveva un&#8217;ideologia, ma era stata usata, per cui nello stesso modo in cui si era rivoltata nei confronti del re, poteva farlo verso i rappresentanti della Repubblica. La plebe non era il popolo: il popolo possiede un&#8217;idea dello Stato, ma la plebe \u00e8 un sottoproletariato senza alcuna idea politica. In un secondo tempo, questa plebe si rivolta contro i giacobini per motivi religiosi: questi ultimi, infatti, volevano laicizzare il Regno di Napoli cos\u00ec come avevano fatto per la Francia in seguito alla Rivoluzione. I giacobini divennero dei mangiapreti. La Chiesa che aveva fatto una scelta avanzata, mettendosi dalla parte della Repubblica, cerc\u00f2 di conquistare alla causa libertaria la plebe, traducendo il vangelo in napoletano.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Il testo&nbsp;<\/strong><em><strong>Il baciamano<\/strong><\/em><strong>&nbsp;ruota intorno ad un fenomeno grottesco e incredibile: il cannibalismo. Che diventa metafora di che cosa?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il tema del cannibalismo interviene ne&nbsp;<em>Il baciamano<\/em>&nbsp;in modo realistico, ma \u00e8 presente in maniera metaforica anche negli altri lavori. Il cannibalismo \u00e8 l&#8217;estremo punto del sentimento della possessivit\u00e0. Esiste un cannibalismo sociale che non si vede, ma che minaccia i rapporti familiari. Ne&nbsp;<em>L&#8217;Aberrazione delle stelle fisse<\/em>&nbsp;la protagonista Priscilla divora avidamente tutta la libert\u00e0 del fratello che vorrebbe costruirsi una propria vita; in&nbsp;<em>Regina Madre<\/em>&nbsp;Alfredo, come a voler manifestare un sentimento di rivincita verso la moglie e la madre, racconta una storia in cui rivela di aver ucciso la moglie e di averla mangiata. I rapporti umani sono spesso minacciati dal sentimento della possessivit\u00e0 che nel suo estremo giunge al delitto.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>a cura di Barbara D&#8217;Andria Intervista rilasciata in occasione della stesura della tesi di laurea in Letteratura teatrale italiana (relatrice Prof.ssa Antonia Lezza):Barbara D&#8217;Andria,&nbsp;La scrittura di Manlio Santanelli: conflitti, sogno e follia, Universit\u00e0 degli Studi di Salerno, Facolt\u00e0 di Lettere e Filosofia, 2002-2003. 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