{"id":17565,"date":"2026-09-30T20:42:06","date_gmt":"2026-09-30T18:42:06","guid":{"rendered":"https:\/\/teatronapoletano.centroictbc.unisa.it\/?p=17565"},"modified":"2026-10-05T10:48:41","modified_gmt":"2026-10-05T08:48:41","slug":"opera-1-3-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-2-12-2-2-2-2-2-5-2-2-2-2-2-2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/teatronapoletano.centroictbc.unisa.it\/?p=17565","title":{"rendered":"I luoghi"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:10px\">a cura di Carmela Lucia <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">I luoghi delle commedie di Ruccello evocano metaforicamente la degradazione sociale e culturale della periferia di Napoli, come del resto testimoniato dalle didascalie cos\u00ec fitte di riferimenti inequivocabili ai contesti della periferia urbana. Il suo \u00e8 poi, come \u00e8 stato spesso detto, un teatro da camera, che ripropone le atmosfere chiuse, malinconiche di Cechov, Ibsen, o Strindberg. Il tema agorafobico, che si connota del resto come una cifra costante della drammaturgia contemporanea (si pensi al teatro di Manfridi, per esempio, o anche di Santanelli), appare centrale nella descrizione degli interni delle opere di Ruccello: una presenza costante \u00e8 in particolare il letto, o anche la cucina, che diventa una sorta di sineddoche, o \u201cparte per il tutto\u201d, con cui si identifica la donna.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Lo spazio in generale, sia quello evocato, del \u201cfuori\u201d come la periferia della metropoli, sia quello effettivamente rappresentato, la stanza-bunker in cui si consumano le tragedie dei suoi personaggi, si identifica con un hinterland privato, che resta comunque ai margini della storia o anche del progresso. In questo luogo marginale, infimo, degradato rappresentato da una stanza asfittica, spesso arredata con oggetti kitsch o comunque volgari, si consumano le grandi e \u201cpiccole\u201d tragedie di solitudine, come quella di Jennifer o di Adriana.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In quasi tutti i testi, la citt\u00e0 rimane sullo sfondo: non a caso le didascalie d\u2019apertura ci parlano di quartieri-ghetto, o case per lo pi\u00f9 popolari, simili a quelle create a Napoli all\u2019epoca del laurismo e del cemento selvaggio dell\u2019urbanizzazione post-industriale. In ogni modo la descrizione dell\u2019ambiente sembra voler quasi ricreare sulla scena un\u2019atmosfera di estrema rarefazione, si direbbe di \u201cbradisismo dell\u2019anima\u201d, per usare una metafora di Santanelli. Il paesaggio che Ruccello sembra voler evocare, sullo sfondo dei suoi interni asfittici e pretenziosamente decorosi (il \u201cfinto decoro\u201d \u00e8 una parola che ricorre spesso nelle sue descrizioni), \u00e8 il paesaggio che si identifica con i margini e i confini di una citt\u00e0 in cui l\u2019avanzare delle moderne costruzioni sembra corrodere e corrompere l\u2019autentico humus antropologico e sociale da cui provengono i personaggi sradicati dalla cultura contadina di provenienza (si pensi, per esempio, alla condizione di Ida, la professoressa di lettere trapiantata a Roma, protagonista di Week-end).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Come la campagna, anche la citt\u00e0 \u00e8 lontana: queste case sono ubicate in una sorta di limbo, una zona di confine senza identit\u00e0 storica o segni di riconoscimento; \u201cquartiere\u201d \u00e8 la parola che ricorre con pi\u00f9 frequenza a qualificare un tipo di abitazione anonima, dove donne, isolate in una situazione estrema, vivono come sequestrate tra le quattro mura, percependo l\u2019esterno come una minaccia, un\u2019insidia che attenta alla routine della loro vita amorfa e snervante.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Analogamente, questa dimensione, che rinvia a quel senso di \u201cdesolazione e di solitudine\u201d, caratterizza anche la descrizione della villa borbonica di Clotilde, una consunta dimora erede della \u201cvilla vesuviana\u201d in cui Scarpetta ambientava tante sue farse. Non a caso anche in Ferdinando, che pure si differenzia rispetto alle altre commedie per la determinazione puntuale di un cronotopo (un tempo e uno spazio ben definito), i personaggi vivono tutti in una situazione claustrofobica. In questa tragicommedia, si assiste al repentino degradarsi di un mondo antico, un mondo fatto di riti, valori e rispetto delle distanze sociali (quelle che la baronessa Clotilde continuamente ricorda a Gesualda, come a Don Catellino, che considera appartenenti a una razza inferiore, perch\u00e9 non nobili). Il tramonto della tradizione coincide con l\u2019alba di una nuova era, annunciata dall\u2019angelo tentatore che assume la maschera reale e immaginaria di Ferdinando (protagonista eponimo dell\u2019opera), identificata come una divinit\u00e0 psicopompa, \u201cdi traghettatore tra i mondi, tra due fasi della storia separate da una frattura irreparabile, quella preunitaria e quella postunitaria\u201d (per un\u2019analisi approfondita di questi aspetti cfr. il fondamentale saggio di D. Tomasello, Il fascino discreto della tradizione. Annibale Ruccello drammaturgo, Bari, Edizioni di Pagina, 2008, la citazione \u00e8 a p. 119).<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>a cura di Carmela Lucia I luoghi delle commedie di Ruccello evocano metaforicamente la degradazione sociale e culturale della periferia di Napoli, come del resto testimoniato dalle didascalie cos\u00ec fitte di riferimenti inequivocabili ai contesti della periferia urbana. 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